
La Sposa! di Maggie Gyllenhaal è una furia grunge
La Sposa! è un casino. Gangster movie, dramma romantico, monster movie, ma anche musical, horror, commedia nera. In sala dal 5 marzo, il secondo lungometraggio di Maggie Gyllenhaal è un corpo in pellicola 70 mm che non nasconde i punti in cui una parte è stata cucita all’altra. Anzi, se possibile mette in mostra le sue cicatrici grezze, le spreme e ci gioca, prima di farvi un bel dito medio e riprendere a ballare con le sembianze di Jessie Buckley. Dopo un ruolo altrettanto scomodo come quello di Agnes in Hamnet (2026), torna come protagonista assoluta con un’interpretazione (è il caso di dirlo) mostruosa.
Le origini della Sposa
La prima apparizione della Sposa è fugace. Vinto dalle promesse di pace della Creatura, Victor Frankenstein si esilia dalla civiltà per compiere il suo ultimo atto blasfemo: dargli una compagna. Raccoglie i suoi strumenti, assembla il corpo, ma alla fine lo distrugge, terrorizzato dalla possibilità che possa a sua volta essere e partorire mostruosità.
«Sono solo e disperato; gli esseri umani non vogliono stare con me; ma una creatura deforme e orribile come me non mi si negherebbe. La mia compagna dovrà essere della mia stessa specie, con i miei stessi difetti. E tu me la devi creare.»
«Ogni uomo trova una moglie per il suo cuore», gridò, «e ogni animale ha la sua compagna, e solo io devo essere solo?»Frankenstein, Mary Shelley
La Sposa prende finalmente vita nel 1935, in The Bride of Frankenstein di James Whale, un film che è incentrato più sul suo “concepimento” a opera di Henry Frankenstein e il Dottor Septimus Pretorius che su altro. Ha il volto iconico di Elsa Lanchester ma è muta; eppure, riesce comunque a negarsi al ruolo che le hanno imposto per il compiacimento di un altro. Un rifiuto più netto, senza sconti, arriva dalla Sposa interpretata da Helena Bonham-Carter in Mary Shelley’s Frankenstein (1994) di Kenneth Branagh. Contesa tra creatore e creatura, Elizabeth Lavenza rediviva sceglie l’autodistruzione piuttosto che appartenere all’uno o all’altro, come la più classica delle eroine gotiche.
Di Creature femminili e Lady Frankenstein ne abbiamo avute diverse, non ultime Bella Baxter di Poor Things! (2023), Vicaria di The Angry Black Girl And Her Monster (2023) e Lisa Frankenstein del film omonimo di Zelda Williams per rimanere in ambito cinematografico. La loro eco si sente nella Sposa! di Maggie Gyllenhaal, ma per l’ideazione del progetto è a lei che dobbiamo ritornare, alla Sposa di Elsa Lanchester, che appare a Maggie Gyllenhaal sotto forma di tatuaggio sull’avambraccio di un uomo. Ne rimane colpita, recupera il film e arrivano le folgorazioni: perché non dare alla Sposa una sua voce, una sua coscienza? Perché non permetterle di chiedere conto e soddisfazione della sua rinascita non consensuale? E che dire di Mary Shelley, anche lei, a suo modo, donna senza un nome proprio?
She lives, she lives!
Se la storia di Frankenstein vi ha fatto sussultare, la mia vi farà urlare.
La Sposa!, Maggie Gyllenhaal
Mentre una donna, una donnaccia, muore perché lì lì per aprire la bocca e denunciare i crimini del mafioso Lupino, Frankenstein (Christian Bale) – la Creatura, non lo scienziato – si presenta alla porta della dottoressa Cornelia Euphronious (Annette Bening) con un desiderio, una preghiera: fargli una compagna, nata come lui dalla morte, “rinvigorita”, per smettere di essere solo al mondo e provare quel dolce sentimento di cui canta il suo attore preferito. Il cadavere prescelto è proprio quello di Ida (Jessie Buckley), che, due cavi e due leve dopo, ritorna ignara di chi era ma con una voce che la urge a mettere sottosopra il mondo – è Mary Shelley che le parla nella testa e, narratrice dispotica, le parla attraverso – e un’altra – questa è di Frank, più arrendevole – che le suggerisce chi è: la moglie di Frankenstein.
E lei ha i suoi dubbi, ma gli crede o, per lo meno, lo asseconda. Asseconda il suo sguardo adorante e crede ai suoi pugni e ai suoi calci quando assale i loro assalitori; e continua a assecondarlo, perché le piace, quando si spostano per gli Stati Uniti, da un cinema all’altro, inseguendo la felicità e venendo a loro volta inseguiti dalla polizia e dalla mafia. Ma c’è questa rabbia primordiale che le gorgoglia dentro, e proprio non la lascia stare…
La pazza furiosa è uscita dalla soffitta
La Sposa! – lo dico con tutto il rispetto che ho per entrambe le pellicole – è la versione scalmanata e rabbiosa di Barbie (2023). Toccano gli stessi tasti – la lotta contro il patriarcato, l’autodeterminazione, la ricerca della propria identità – ma il film di Maggie Gyllenhaal li preme fino a sentire la nota stridente al di sotto – la cultura dello stupro, l’annientamento del femminile, la mostrificazione del diverso. E allora quel punto esclamativo, come le virgolette di Emerald Fennell, diventa una dichiarazione di intenti.
Se sei una donna del 1936 che muore senza essersi mai espressa, quando torni indietro hai un arretrato enorme di cose da dire e, quando finalmente escono, escono con un punto esclamativo attaccato.
Maggie Gyllenhaal a Best Movie n. 3 (2026)
La Sposa è la pazza liberata, quell’ammasso di ira, trauma e desideri repressi che non ne vuole proprio sapere di rimanere confinata tra le quattro mura del laboratorio. È smaniosa di uscire, di scatenarsi, di sfidare a viso aperto l’autorità maschile che l’ha messa sotto terra e che continua a pretendere il controllo sul suo corpo, sul sua volontà, sul suo nome. La Sposa sputa, morde, scalcia. È inappropriata, scossa da tic involontari, vere e proprie insurrezioni verbali che le danno una parlata futurista, fatta di allitterazioni e accumulazioni e cacofonie. Il suo messaggio, però, è semplice: no. Il rifiuto muto della sposa di Whale, con Gyllenhaal e Buckley diventa un urlo disarticolato, un canto a squarciagola per tutte le donne morte a cui è stata tagliata la lingua. Questa è l’eredita della Sposa: l’invito a essere una geometria disobbediente.
Dov’è il tuo onore? Dov’è la tua rabbia? Pensavo fossi un mostro.
La Sposa!, Maggie Gyllenhaal
Infine, a compimento del tropo della madwoman in the attic per come l’hanno teorizzato Sandra Gilbert e Susan Gubar, La Sposa! è la storia di Mary Shelley, del suo rapporto tempestoso con le figure maschili – il padre, il marito – e con la creazione – della vita, di un’opera – allo stesso modo in cui lo è Frankenstein. La differenza è che qui, in un ulteriore omaggio al film di Whale, Gyllenhaal rende il tutto squisitamente letterale attraverso la doppia (tripla?) interpretazione di Jessie Buckley. Lei, che aveva il nome della madre e i cognomi del padre e del marito, adesso può farsi sentire.
La Creatura secondo Maggie Gyllenhaal
Il mio nome è Frankenstein, come mio padre.
La Sposa!, Maggie Gyllenhaal
Altrettanto interessante è l’interpretazione che Maggie Gyllenhaal offre della Creatura. Arrivata appena sei mesi dopo il Frankenstein (2026) di Guillermo Del Toro, il confronto è inevitabile. Se la Creatura di Jacob Elordi è di una bellezza eterea per quanto, allo stesso tempo, mortifera e aliena, quella di Christian Bale (come sempre dotato dell’abilità di sparire nel ruolo) è una versione totalmente respingente dell’estetica resa popolare sempre dai film di James Whale: le cuciture sono grossolane, le cicatrici putrescenti, la pelle butterata e cuoiosa – è pur sempre un corpo in lenta decomposizione, nato da un carnaio. Ma rimane un animo sensibile che cova una rabbia senza confini.
Rifiutato dal padre, a cui sopravvive, l’unica relazione che Frank può permettersi – che la società gli permette – è di natura parasociale, con l’attore Ronny Reed (Jake Gyllenhaal), a cui lo poliomielite ha lasciato una gamba poco più corta dell’altra ma, nonostante questo, ha modo di cantare e danzare come chiunque altrə. Passato ormai il secolo di età, confida alla dottoressa Euphronius, vorrebbe fare esperienza del piacere – fisico, certo, ma innanzitutto dovuto alla comunione con un’altra. Prima di conoscere la Sposa, vive all’ombra di un proiettore nella sala cinematografica, preferisce la fantasia all’azione; seguendo il coraggio e l’intelligenza nervosa della sua compagna, osa uscire allo scoperto e vivere. Gyllenhaal è stata quindi molto abile a mostrarci quanto la sua richiesta di una compagna sia sì giusta e comprensibile, ma anche egoistica e problematica a livello di consenso.
Il Monster Mash della Sposa! è destinato a dividere
Lo hanno paragonato a Joker: Folie à Deux (2024), a Poor Things! (2023), Wild at Heart (1990) sottolineandone difetti e mancanze; lo hanno definito confusionario, prevedibile, woke e “troppo femminista”. “Troppo femminista” oggi, nel bel mezzo del rilascio degli Epstein files; “troppo femminista” di fronte a ricerche come quella del King’s College che confermano la misoginia dilagante tra ə giovanə sotto le estreme destre al governo; “troppo femminista” dopo che il governo Meloni ha cancellato il termine «consenso» dal DDL stupri.
Per quanto non si metta in dubbio che l’operazione di commistione poteva essere migliore, c’è stato un ingiusto accanimento nei suoi confronti, cosa che mostra, di nuovo, il doppio standard a cui sono sottoposte le registe e la mancanza di una certa media literacy, oltre che un totale scollamento dall’attualità. Perché sì, uno dei temi chiave di Frankenstein è la distruzione del femminile e la sua messa a tacere per mano di un maschile crudele e tracotante.
Ma tornando alla Sposa, se vi unirete al suo ballo sfrenato o se rimarrete ai lati della sala con un broncio schifato, non le frega niente. Lei il suo attacco cerebrale lo ha compiuto.