OPINIONISTA
Heated Rivalry: troppo esplicita o troppo queer?

Heated Rivalry: troppo esplicita o troppo queer?

Basata sull’omonimo romanzo di Rachel Reid, Heated Rivalry è una serie televisiva canadese creata, scritta e diretta da Jacob Tierney. La prima stagione – prodotta per la piattaforma nazionale Crave e poi distribuita a livello internazionale da HBO Max, che l’ha portata anche in Italia a partire dallo scorso febbraio – ha debuttato il 28 novembre 2025 e ha rapidamente conquistato pubblico e critica.

“The gay hockey show”, come è diventata universalmente conosciuta sui social nel corso degli ultimi mesi, racconta l’intensa storia d’amore tra due campioni di hockey rivali. Il canadese Shane Hollander, riservato e vulnerabile, e l’arrogante Ilya Rozanov, con il suo accento russo e la sua apparente autostima smaccata, intraprendono una relazione segreta che, inevitabilmente, si deve interfacciare con l’ambiente conservatore dello sport.

Secondo della serie Game Changer (interamente dedicata a relazioni omosessuali che ruotano intorno al mondo dell’hockey), il libro Heated Rivalry (2018) non poteva affatto essere definito… casto, questo è sicuro. Ma l’adattamento televisivo? È stato stimato che circa il 30% del minutaggio coinvolga scene esplicite, eppure sarebbe degradante ridurre questa serie a una percentuale. Perché quei minuti non sono riempitivi o intermezzi accessori, ma fanno parte della grammatica narrativa.

Il desiderio come linguaggio in Heated Rivalry

Heated Rivalry si presenta come un prodotto ad alta tensione erotica, ma le numerose scene esplicite – esplicite nella rappresentazione, non nello sfruttamento, costruite con uno sguardo estremamente rispettoso nelle inquadrature – sono tutt’altro che mere aggiunte spettacolari. Non interrompono la narrazione, la completano, integrando la costruzione emotiva. Non è un caso che il regista Jacob Tierney abbia voluto sul set Chala Hunter, una intimacy coordinator che coreografasse queste scene con la stessa attenzione di una sequenza sportiva, al fine di garantire un ambiente rilassato ma attento, nel segno del consenso e della coerenza narrativa.

Se estirpassimo queste scene, non rimarrebbe la stessa storia. Resterebbe una versione edulcorata – più comoda, forse – ma meno onesta. La questione non è quanto venga mostrato, ma cosa: due uomini che si desiderano, si scelgono e si amano senza che la narrazione li punisca per questo. Non è volgarità, è intimità raccontata senza filtro pudico – e questo, ancora oggi, per qualcuno è più destabilizzante di qualsiasi nudità.

Un amore queer che, finalmente, non è tragico

Per anni siamo statə abituatə a narrazioni “punitive” per i personaggi queer – il loro amore viene riconosciuto, ma spesso sedato per stabilire un ordine in qualche modo rassicurante agli occhi dell’eteronorma. Heated Rivalry rompe questo schema. Non perché elimini il conflitto, anzi, il conflitto c’è, ed è reale. C’è la paura, c’è il rischio, c’è la pressione di un ambiente sportivo fieramente virile che rende tutto più fragile, ma la storia non si costruisce come una tragedia annunciata o un abbellimento secondario, sullo sfondo.

La relazione tra Shane e Ilya – resa autentica dalla chimica surreale tra gli attori Hudson Williams e Connor Storrie, rispettivamente classe 2001 e 2000 – è fatta di passionalità, sì, ma anche di ironia condivisa e crescita reciproca, momenti di gioia piena che superano le barriere della clandestinità. Non c’è compiacimento nel trauma o estetizzazione della sofferenza queer come unico motore narrativo; c’è invece la scelta – semplice eppure radicale – di permettere a una storia queer di avere la stessa ampiezza emotiva concessa da sempre alle storie eterosessuali. Al pubblico non è più chiesto di compatire, soltanto di riconoscere.

Eppure online non sono mancate le opinioni discordanti. C’è chi ha definito il finale “irrealistico”, quasi che la felicità, per due uomini, debba necessariamente pagare pegno. Ma quanti romance abbiamo accettato senza battere ciglio, chiusi da tramonti sdolcinati e mani intrecciate in controluce? Se quelle immagini non ci sembrano ingenue e infantili quando riguardano coppie eterosessuali, perché dovrebbero diventarlo qui?

I veri game changers, Scott Hunter e Kip Grady

Oltre alla relazione tra Shane e Ilya, la serie dedica spazio anche ai personaggi di Scott Hunter (François Arnaud) e Kip Grady (Robbie Graham-Kuntz), la cui presenza funge da catalizzatore emotivo per i protagonisti. I due – personaggi principali del primo libro della serie, Game Changer – incarnano il coraggio della verità, la dimostrazione che rivendicare se stessi è un atto di enorme forza, ma possibile.

Il confronto con un altro atleta come Scott da parte di Shane e Ilya racconta dell’importanza di spazi di sostegno e modelli di autenticità, soprattutto in ambienti competitivi come lo sport d’élite. Una dimensione narrativa che si riflette anche nella realtà. L’attore Hudson Williams ha dichiarato di aver ricevuto numerosi messaggi privati da atleti professionisti – di hockey, ma anche di football e basket – che si sono riconosciuti nelle difficoltà di reprimere la propria identità e nel percorso emotivo dei personaggi. Ne è un esempio Jesse Kourtem, giocatore quarantenne della squadra di hockey di Vancouver, che ha condiviso la propria storia sui social per supportare altri atleti. Nel post pubblicato su Instagram ha parlato di «lotta per conciliare due identità» e, finalmente, di aver trovato l’incoraggiamento di un ambiente «che ha cambiato tutto».

Forse non per la maggior parte del pubblico di riferimento, ma per alcuni la serie non è solo intrattenimento, bensì uno specchio di esperienze personali che trovano un nome e alle quali è restituita la dignità.

Shane Hollander nello spettro

Come confermato dall’autrice Rachel Reid, il personaggio di Shane rientra nello spettro autistico. Più che venire dichiarata apertamente, la sua neurodivergenza è dipinta attraverso il comportamento. Shane dipende da una routine fissa (piega i vestiti che si è appena strappato di dosso, per piacere), la dimostrazione delle sue emozioni è appiattita, ridotta alle microespressioni facciali (delle quali ognuna meriterebbe un approfondimento a sé) e una rigidità grava sui suoi muscoli, dice Sarah Kurchak, «come se non fosse completamente certo di cosa fare del suo corpo fuori dalla pista». Non si tratta quindi di una caratterizzazione didascalica, un’etichetta messa lì per fare inclusione, ma di una costruzione silenziosa – perché non è all’effetto sorpresa, che punta. Quella di Shane è una dimensione che influisce sul suo modo di comunicare, sulla gestione del conflitto e dell’intimità. Una difficoltà di esprimere emozioni che non è freddezza, ma caratteristica strutturale: semplicemente, una diversa modalità di elaborazione.

Hudson Williams, l’attore interprete di Shane, ha approfondito in un’intervista a Glamour l’importanza di portare sullo schermo un nuovo paradigma di rappresentazione neurodivergente. Personaggi come Sheldon Cooper (Jim Parson) in The Big Bang Theory e Shaun Robert Murphy (Freddie Highmore) in The Good Doctor, tra i più famosi esempi nella serialità recente, si contraddistinguono per i comportamenti ripetitivi, gesti inconsulti, tic evidenti. Se le loro rappresentazioni hanno contribuito a normalizzare la neurodivergenza nello scorso decennio, recentemente non sono più sufficienti. C’è un motivo per cui si parla di spettro autistico, che comprende una vasta gamma di manifestazioni e intensità. Concentrarsi soltanto su una di queste e trasformarla in stereotipo significa sfruttare un cliché, senza alcuna remora. Non che queste manifestazioni non siano effettivamente veritiere a volte, dice Williams, ma sono sempre l’unica modalità in cui viene trattato l’argomento.

Rachel Reid ha raccontato di non aver scritto Heated Rivalry con l’intenzione di dipingere Shane come autistico – semplicemente appariva ansioso, poco capace nelle situazioni sociali e la sua rigidezza comportamentale era interpretata come inflessibile etica del lavoro. Soltanto dopo le informazioni raccolte durante il travagliato percorso di diagnosi del figlio maggiore, quando l’autrice è tornata a scrivere di Shane ha realizzato che «sì, probabilmente è autistico». Hudson Williams ha confessato all’Hollywood Reporter la sua reazione alla prima lettura del copione. Ancor prima di conoscere la successione degli eventi, sapeva come comportarsi grazie a un immediato slancio di empatia nei confronti di Shane. Ha confermato apertamente che la sua interpretazione è stata influenzata dalla propria esperienza personale, rientrando suo padre nello spettro.

I can fix him e altri trope che Shane e Ilya ribaltano

In un certo senso, l’hockey è l’iperfissazione di Shane. Tutto sommato, è l’unico luogo in cui si senta a suo agio – perché ne ha codificato le regole e può metterle in pratica: non c’è spazio per l’imprevedibilità. Eppure, la variabile che potrebbe soffiare via il castello di carte che tanto faticosamente ha costruito è proprio da lui che proviene. Il segreto che nasconde, reprimendolo per vergogna, è agli occhi di Shane un motivo sufficiente per mettere fine alla sua carriera. E, ancora peggio, a livello psicologico, incrina la sua idea di mascolinità – di cui, fino a prova contraria, lui incarna il più lampante degli stereotipi.

Perciò la neurodivergenza di Shane non fa che aggiungere profondità al rapporto con Ilya: dal trito e ritrito concetto di amore come guarigione (“I can fix him”) si assiste all’amore come apprendimento reciproco. Nessuno si salva a vicenda, correggendo difetti, ma c’è qualcuno che impara a leggere un linguaggio emotivo diverso. E questo tipo di rappresentazione, che non grida e non si veste di luci al neon per essere notata, è rara e preziosa.

Ilya Rozanov e il mito dell'uomo invulnerabile

All’inizio Ilya sembra incarnare tutto ciò che l’hockey professionistico celebra – sicurezza ostentata, carisma travolgente, provocazione, dominio. È brillante, ironico, apparentemente intoccabile. Eppure, quella sicurezza è un’armatura.

La serie costruisce con attenzione la distanza tra l’immagine pubblica e la fragilità privata. Dietro il sorriso sprezzante e le battute taglienti, c’è un uomo – e prima ancora un ragazzo – che vive la pressione di una famiglia disfunzionale e teme di non essere scelto. Ilya Rozanov non è emotivamente distante, ha solo imparato a nascondere molto e molto bene. Qui sta la ventata d’aria fresca: esporre la sua vulnerabilità non ridicolizza Ilya, né lo priva del suo carisma nel momento in cui ammette – agli altri e soprattutto a se stesso – di amare. La forza non risiede nell’assenza di fragilità, quanto nella capacità di restare quando sarebbe più facile fuggire. La mascolinità può essere intesa senza essere impermeabile, questa serie ne è la prova. In un contesto sportivo che premia il controllo e l’aggressività, vedere un personaggio come Ilya disarmarsi emotivamente non è solo romantico, diventa culturalmente significativo. Si scardina uno dei miti più resistenti, quello dell’uomo che non ha bisogno di nessuno.

L'incredibile impatto sul pubblico di Heated Rivalry

Quella che è partita come una produzione di nicchia, quasi indie (sei episodi registrati in meno di due mesi), si è trasformata in un fenomeno mondiale che ha portato due ragazzi, che fino all’anno scorso lavoravano entrambi come camerieri, a una consacrazione tale da essere scelti come tedofori nell’edizione 2026 dei Giochi Olimpici invernali. Dovunque vadano, sollevano folle urlanti. Hanno calcato il palco dei Golden Globes e vengono persino citati dai politici: durante la tempesta di neve che ha colpito New York a inizio 2026, il sindaco Zohran Mamdani ha invitato i cittadini a occupare il tempo di confinamento a casa leggendo Heated Rivalry, causando l’aumento di download del libro di oltre 1000% dalla New York Public Library.

La risposta emotiva alla serie è stata intensa. Gran parte del merito va alla sceneggiatura e alla recitazione di Hudson Williams e Connor Storrie, responsabili di una relazione costruita più sui silenzi che sui dialoghi. Molto passa dal linguaggio del corpo, dalle microespressioni, dagli sguardi trattenuti – piuttosto che da monologhi espliciti. In mezzo all’ampia approvazione della critica e le opinioni entusiastiche del pubblico, si è parlato di un catartico senso di riconoscimento e sollievo nel vedere la vulnerabilità maschile che, non ridicolizzata, convive con il desiderio. Ciò significa che il mondo non sta andando a catafascio, le nuove generazioni non sono superficiali e volgari, così come tutti i loro prodotti. Il successo di questa serie non è legato alla nostra apparente dipendenza da scene esplicite, ma dalla mancanza di uno sguardo che trattasse il desiderio queer come qualcosa di legittimo e centrale nel suo romanticismo più puro.

Perciò non sorprende che la colonna sonora del quarto episodio brilli per l’inserimento di quello che, nell’ultimo ventennio, è stato adottato come benamato inno saffico. All the Things She Said, canzone del 2002 del duo femminile (russo!) t.A.T.u., racconta dell’amore adolescenziale tra due ragazze, ostacolato dal giudizio sociale e dalle persone circostanti. Esplorando temi che oscillano tra la confusione e il senso di colpa per il sentimento proibito, il brano compare anche in una versione remix del produttore britannico Harrison che sovrappone alla traccia originale una voce maschile. E forse è stata proprio questa scena in discoteca a fornire l’assist per qualcosa che è andato oltre lo schermo: club e locali hanno iniziato a organizzare serate a tema, con dj set dedicati, la colonna sonora a tutto volume e i videoedit proiettati sui display. Per qualche ora, quella finzione è diventata spazio condiviso – un rituale collettivo.

Eppure, il successo di Heated Rivalry non si spiega solo con la rappresentazione queer. A contare davvero è la qualità della relazione raccontata. La serie ha avuto un forte impatto sul pubblico LGBTQ+, certo, ma ha trovato una risonanza altrettanto intensa in una vasta parte di pubblico femminile. È inutile negarlo: il carisma e l’estetica dei protagonisti contribuiscono al fascino della serie, ma ciò che la rende memorabile va ben oltre l’aspetto.

Oltre il target principale: la risonanza femminile

La serie adotta strutture tipiche del romance – tensioni, gelosie, yearning – ma le applica a una coppia maschile. Dunque, seppure con una prospettiva diversa, ciò permette di trovare familiarità nei codici del genere anche da parte delle spettatrici che, storicamente, ne sono le maggiori fruitrici. In particolare, il pubblico femminile ha reagito alla centralità dell’emotività maschile. Vedere due uomini che parlano apertamente delle loro fragilità, dipingendo un ritratto nuovo di una vulnerabilità maschile così di rado posta nel fuoco, diventa uno spazio narrativo potente. (E ad aumentare questa rivoluzione silenziosa di un nuovo paradigma stanno pensando Connor Storrie e Hudson Williams che, seppur di caratteri quasi opposti rispetto ai personaggi che interpretano, incarnano un modello di ispirazione autentica e sincera, intervista dopo intervista).

L’hockey professionistico, con la sua cultura di virilità e competizione, amplifica il conflitto emotivo. Il che rende la storia ben più drammatica – ma anche più catartica, quando i personaggi finalmente scelgono l’autenticità. Molte spettatrici, peraltro, hanno sottolineato come le scene di sesso siano state costruite senza la tipica impostazione voyeuristica rivolta allo sguardo maschile etero dominante. L’intimità è reciproca, non spettacolarizzata per compiacere un osservatore esterno, quanto più raccontata dall’interno. In un panorama spesso frammentato tra cinismo e relazioni superficiali, Heated Rivalry offre una storia totalizzante che, con la sua intensità emotiva, riesce ad attraversare le identità di genere. Ciò ha comportato la trasfigurazione di un “prodotto di nicchia” in un fenomeno universale, senza annacquare la sua specificità. Abbiamo una fame culturale di storie d’amore complesse.

Donne reali: la complessità femminile in Heated Rivalry

Non sono le protagoniste, eppure anche le figure femminili brillano in questa narrazione. Se si tratta di prodotti spiccatamente maschili, quanto è facile vederle relegate a un ruolo passivo, appiattite secondo stereotipi che rendono la loro rappresentazione non solo noiosa ma spesso anche spiacevole agli occhi di chi ci si dovrebbe immedesimare? Ciò non accade in Heated Rivalry, dove le donne sono intelligenti, forti e soprattutto incoraggianti. Sarebbe stato facile renderle le “cattive” della situazione, ma ciò non accade né nel caso di Svetlana (Ksenia Kharlamova), che supporta Ilya nella realizzazione di essersi innamorato di Shane, né tantomeno nel caso di Rose (Sophie Nélisse), capace di intuire il cruccio che grava sul petto di Shane e trattarlo con tutta la delicatezza – e l’umorismo – del caso.

Infine, come non citare Yuna Hollander (Christina Chang)? Giapponese di origine e naturalizzata canadese proprio grazie alla sua passione – tifo sfegatato – per l’hockey, la madre di Shane viene presentata come colei che regge le redini dell’intero business intorno alla fama del figlio. Impossibile rimanere indifferenti davanti alla scena del confronto tra i due, dopo il coming out di Shane, nel sesto episodio. Una scena che non era presente nel libro, ma che non possiamo non ringraziare sia stata inserita nell’adattamento.

È davvero "troppo"? Il doppio standard dell'eccessività

La domanda allora sorge spontanea: la serie sarebbe stata percepita allo stesso modo se si fosse incentrata su una coppia più tradizionale? Le storie eterosessuali sono piene di scene esplicite da decenni, eppure raramente vengono considerate eccessive.

Le recenti produzioni distribuite dalle piattaforme – Netflix in primis – hanno fatto della rappresentazione esplicita del desiderio una componente strutturale del racconto, diventando comunque fenomeni mainstream. Ne sono un esempio Bridgerton, definita come una delle serie più sensuali degli ultimi anni, con scene intime considerate parte integrante dello sviluppo romantico, e Sex Education, che ha contribuito a normalizzare la sessualità come linguaggio narrativo e non come elemento puramente provocatorio. Uno dei prodotti più iconici della televisione contemporanea, Game of Thrones, anch’esso distribuito da HBO Max, è stato spesso associato alla presenza costante di nudità e scene esplicite volte alla progressione di trama. A questo proposito, nel maggio 2011, il blogger Myles McNutt coniò il termine “sexposition” per descrivere la tecnica di sviluppare trama e personaggi attraverso le scene di sesso. Un termine che è stato utilizzato retroattivamente in riferimento a prodotti precedenti, ma che ora è entrato di fatto nella pratica contemporanea di rappresentazione. Per otto stagioni, Game of Thrones, ha integrato scene esplicite all’interno di un racconto di fantasy politico senza che questo ne oscurasse la percezione come fenomeno culturale globale.

In questo contesto, il dibattito su Heated Rivalry si inserisce in una tradizione televisiva che da tempo utilizza l’intimità come strumento di racconto. Mettere al centro una storia d’amore queer, fisica ed emotiva, significa chiederle di non essere “meno” per risultare accettabile. Forse non siamo ancora del tutto abituatə a vedere questo tipo di sentimento raccontato con la stessa ampiezza e la stessa dignità narrativa riservata da sempre alle storie etero.

E forse è proprio per questo che serviva.

Guarda il trailer di Heated Rivalry

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