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“Wuthering Heights”: non sappiamo più leggere l’arte?

“Wuthering Heights”: non sappiamo più leggere l’arte?

Ieri, 12 febbraio, le sale hanno accolto l’ultima opera di Emerald Fennell, il suo chiacchieratissimo adattamento del Cime Tempestose di Emily Brontë. “Wuthering Heights” arriva al cinema un po’ come è arrivato il Barbie di Greta Gerwig: chiunque si è fatto un opinione su questo film prima ancora di poterlo guardare. Prima ancora di entrare in sala, il 70% del pubblico era già pronto a sparare sentenze sui social. A contribuire a questo fenomeno una campagna marketing provocatoria ed appariscente, che da un lato ha fatto la fortuna del progetto, ma dall’altra ha alimentato l’odio digitale verso un film che difficilmente sarebbe stato digerito dal grande pubblico.

La questione dell'adattamento

C’è una differenza importante tra le parole “adattamento” e “trasposizione“. La trasposizione si prende l’onere di riportare attraverso il multimediale un’opera letteraria nel modo più fedele possibile (non esiste né un adattamento né una trasposizione totalmente aderente al testo di partenza, per le ovvie differenze tra i mezzi di comunicazione adoperati). La miniserie di Orgoglio e pregiudizio (1995) è un perfetto esempio di trasposizione, dove la regia si mette al totale servizio dell’opera letteraria e restituisce a chi guarda un prodotto fedelissimo. Tutt’altra storia quando si parla di adattamento. Lo dice lo stesso termine: trasporre qualcosa è diverso da adattarla. L’adattamento implica una maggiore libertà da parte dell* regista, che propone la sua lettura dell’opera originale, senza la pretesa di renderla fedele al 100%. Quell’opera diventa a sé, indipendente, ispirata da un testo pregresso ma adattata alla visione artistica di chi ha deciso di rimaneggiarla. Il Povere creature di Yorgos Lanthimos è un perfetto esempio di adattamento, come lo è Emma. di Autumn de Wilde. Come lo è “Wuthering Heights” di Emerald Fennell.

Ma quindi cosa resta del Wuthering Heights di Emily Brontë?

Nella decadente magione degli Earnshaw, Wuthering Heights, vivono la piccola Catherine, il padre ubriacone e le domestiche. Oscura e battuta dal vento, la casa rappresenta lo status di una nobiltà decadente, che impoverisce a favore della ricchezza dei mercanti, ed imputridisce tra le sue mura secolari. A rompere gli equilibri della famiglia è un trovatello che il signor Earnshaw porta a casa perché venga nutrito, vestito e “addestrato” come cane da compagnia della sua unica figlia. Di rango inferiore, brutalizzato dal vecchio e dal nuovo padrone, il ragazzo è selvaggio e privo di forma. Sarà Catherine a dargliene una, battezzandolo con il nome di Heathcliff.

Tra i due ragazzini nasce un legame indissolubile, che si consolida tra le alte pareti rocciose di una casa in cui si consumano piccole crudeltà quotidiane. Una desolazione sconfinata circonda le due giovani anime, che si perdono nella brughiera, sotto la pioggia, per intere giornate. Al di là della nebbia sembra esserci sono nulla, mentre quelle aspre terre assomigliano ad un reame di cui solo loro conoscono le leggi. Ma la realtà presto irrompe e scompiglia tutto: gli Earnshaw hanno dei nuovi, ricchi vicini, e se Catherine intende salvare la propria famiglia dalla rovina l’unico modo per farlo è sposare il prestigioso partito Edgar Linton. Questa la decisione pragmatica che crea la definitiva frattura. Il mondo dello straordinario si dissolve e quell’amore che aveva da sempre legato Catherine e Heathcliff deve uscire dalla bruma invernale e bruciare sotto un raggio di sole.

L'anima mostruosa di due creature identiche

Prima di proseguire dobbiamo affrontare l’elefante nella stanza. Heathcliff è interpretato da Jacob Elordi. Jacob Elordi è un attore caucasico, mentre l’Heathcliff di Cime tempestose viene descritto nel romanzo del 1847 con sembianze non bianche, “dark-skinned gipsy in aspect”. Questo dettaglio ha generato un putiferio online, con accuse di invisibilizzazione dell’etnia di Heathcliff nei confronti della regista. Prendiamoci un momento per analizzare il significato dell’etnia attribuita ad Heathcliff nel Cime tempestose del 1847 e poi per osservare quello stesso significato in un film uscito nel 2026.

Heathcliff nel Cime tempestose di Emily Brontë ha un ruolo-simbolo: è l’elemento nuovo e perturbante che sconvolge la vita di Catherine. Heathcliff non è un eroe romantico, né il protagonista ideale di una storia d’amore; è invece un tornado di odio, che trascina con sé vendetta e distruzione. Heathcliff rappresenta tutto ciò che la famiglia degli Earnshaw ha sempre disprezzato: ignoranza, povertà, brutalità. Eppure è proprio nella casa degli Earnshaw, accanto alla bellissima Catherine, che il carattere malevolo di Heathcliff, invece di attenuarsi, mette radici. Nel 1847 rappresentare un tale “elemento di disturbo“, in una storia che puntava proprio a “disturbare” la società benpensante, vuol dire creare un personaggio completamente “altro” dal canone standard dell’Inghilterra aristocratica. Emily Brontë sceglie dunque i due caratteri più evidenti che differenziano Heathcliff dalla sua nuova famiglia: lo status sociale e l’etnia. Nel 1847 un’amore come quello tra Heathcliff e Catherine veniva considerato deplorevole non solo per la commistione tra ranghi, ma anche per quella etnica. Oggi, per fortuna, non è più così. 

Emerald Fennell costruisce attorno a Jacob Elordi un ruolo che gli calza a pennello. Alto e dinoccolato, lo vediamo muoversi negli ambienti di casa Earnshaw come una creatura quasi extraterrestre. I soffitti sembrano troppo bassi per lui, lo schiacciano verso terra, gli impongono di abbassare sempre la testa e di curvarsi in un atteggiamento di prostrazione. Fuori, nella brughiera, la sua statura svetta nella nebbia come un albero spoglio, battuto dal vento. I capelli lunghi e scompigliati, le vesti luride, il viso screpolato dal freddo ci restituiscono l’immagine di una creatura selvatica, che trova pace solo tra le braccia della propria padrona. L’Heathcliff di Emerlad Fennell non ha bisogno di essere della stessa etnia di quello immaginato da Emily Brontë, perché oggi quell’elemento non rappresenta più per il pubblico una nota stonante, di cui scandalizzarci. Ciò che ci destabilizza di questo Heathcliff è la possenza data in pasto all’impulso, la sregolatezza di uno sguardo affamato in un contesto sociale in cui è richiesta la repressione dei propri istinti. Heathcliff è un intruso. Non è nato per essere ricco, né per amare Catherine alla luce del sole. Egli rispecchia perfettamente quel canone gotico che punta i riflettori su ciò che è fuori luogo, sbagliato, storto. E, proprio perché intrusiva, la sua presenza diventa affascinante, erotica.

I costumi e le scenografie parlanti di "Wuthering Heights"

Prendiamo un’altra delle tantissime critiche nate sui social intorno a questa produzione (tanto ormai l’andazzo dell’articolo lo avete capito): i costumi e le scenografie storicamente non accurate. In un film che si propone come una reinterpretazione personalissima di un romanzo capostipite del gotico, i costumi e i luoghi in cui i personaggi si muovono non devono rispettare i libri di Storia, ma le sensazioni che si vogliono trasmettere al pubblico. Il genere gotico è fatto di questo, d’altronde: inquietudini ed emozioni difficili da raccontare che prendono forma attraverso l’ambiente. Pensiamo all’Hill House di Shirley Jackson, una casa che, dalle descrizioni che ne vengono fatte nel romanzo, qualsiasi architetto definirebbe impossibile da costruire. Pensiamo al Frankenstein di Mary Shelley, che raccoglie improbabili teorie scientifiche per dare vita ad un personaggio formato dall’assemblaggio di cadaveri, rianimato in un’alta torre costruita per catturare i fulmini. Questi due capolavori della letteratura gotica si beano dell’immaginifico per raccontare al lettore di luoghi e personaggi esistenti solo nella loro condizione di impossibilità. Essi non devono descrivere, ma suggerire. Non sono pensati per raccontare un determinato periodo, ma per trasmettere sensazioni labirintiche di smarrimento. 

Come ha fatto scuola l’Espressionismo al cinema, anche questo “Wuthering Heights” racconta attraverso le scenografie e i costumi i tumulti interiori dei suoi personaggi. I riti di passaggio. Le diverse fasi della vita. La casa degli Earnshaw si può a malapena definire una casa. Non è concepita per essere abitata da esseri umani. Regna il nero della pietra e il rosso del sangue del mattatoio. Non può fiorire vita in questo luogo destinato solo all’oblio. La brughiera è indefinito e foschia, tra le sue lande la vista è sempre disturbata; non c’è chiarezza, ma solo abbandono agli impulsi. La costruzione sotto cui Catherine e Heathcliff si riparano da bambini è una cattedrale, un tempio. Il luogo sacro in cui il loro amore può esistere al di fuori del mondo razionale. La tenuta dei Linton è una gabbia pensata per intrappolare, con l’anatomia che fa da arredo e le alte mura di pietra e rovi che la separano dalla selvaggia brughiera. La camera da letto di Catherine, che Linton allestisce con pareti e pavimento che ricreano realisticamente la texture della pelle della sposa, rappresenta una prigione fatta letteralmente della sua stessa carne. Non a caso, l’unico che riesce a penetrare quelle mura di rovi e quelle pareti di epidermide è proprio Heathcliff. 

Cosa ci insegna il fenomeno di "Wuthering Heights"?

Questo articolo non nasce dalla volontà di bacchettare nessuno. Siamo liberi di agire come più ci piace e se è nostra intenzione rifiutarci di andare al cinema a guardare il film di Emerald Fennell abbiamo tutto il diritto di farlo. Le ragioni possono essere le più disparate, ma vorrei concentrarmi su una in particolare che, tra tutte, trovo sia la meno giustificabile. Questo film diffama il Cime tempestose del 1847. Nel 2026 pretendere che un film racconti per l’ennesima volta la stessa storia allo stesso modo è anacronistico e, sinceramente, molto noioso. Rifiutare, invece, il desiderio di un’artista di rappresentare attraverso il mezzo cinematografico una propria intima lettura di un classico è limitante. In una storia dove tutto è simbolo e allegoria – sto parlando del Cime tempestose di Emily come del “Cime tempestose” di Emerald – è bene che i nostri occhi si impegnino a leggere quei simboli. Senza attaccarci alla pigrizia di un’affermazione come “non è fedele all’originale” (e menomale!, aggiungo io, perché un originale esiste già e lo trovate in tutte le librerie e store online).

Entrando in un museo di arte moderna nessuno si stupisce di vedere la testa di una gorgone stretta nel pugno di un uomo, di una donna che nasce da una conchiglia, di una dama in abiti rinascimentali di nome Maria in conversazione con l’Arcangelo Gabriele. Entrando in una sala degli Uffizi non ci importa se in una tela vengono rappresentati abiti storicamente accurati, versioni fedeli della stessa storia o ambienti coerenti con i personaggi in scena. Ci interessa ammirare la bellezza di un quadro e, se ne siamo in grado, leggerne i simboli (e spesso non serve sapere per leggere un simbolo, bensì fidarsi nel proprio istinto intriso di memoria collettiva). Perché non riusciamo a fare lo stesso con un film contemporaneo? Perché quando si parla di cinema, di adattamenti, di classici della letteratura rivisti in chiave aggiornata, nasce lo scandalo e non la curiosità? 

Emerald Fennell con “Wuthering Heights” ha dato vita ad un’opera viva e pulsante, che omaggia tutte le tematiche già presenti nel romanzo del 1847 e le attualizza attraverso uno sguardo contemporaneo. Uno sguardo femminile contemporaneo. L’erotismo diventa uno spazio di riflessione sulle dinamiche di una relazione ossessiva, di co-dipendenza. Diventa lo sfogo di un impulso represso, la diga che si frantuma e inonda la ragione. E tutto questo assume le sembianze di una sessualità femminile, finalmente raccontata da sempre più prodotti, mentre fino a dieci anni fa subiva sempre le manipolazioni di uno sguardo maschile. Emerald Fennell crea il suo Cime tempestose, quello che lei ha letto e amato quando era un’adolescente, quello che moltissime donne hanno immaginato al di là delle restrizioni culturalmente imposte ad un’autrice del XIX secolo. Perché è questo che fanno le opere d’arte: mutano a seconda dell’occhio di chi le guarda, parlano lingue diverse che ognuno di noi comprende a modo suo. Intrappolare un romanzo potente come Cime tempestose in una semplicistica check list da cultori della fedeltà storica, in un archivio da puristi del classico, non fa che deteriorare proprio quella potenza. Perciò voglio concludere questo noioso sproloquio con un grazie che rivolgo a tutte quelle registe, da Sofia Coppola a Greta Gerwig, da Emerald Fennell a Frances O’Connor, che negli anni hanno avuto il coraggio di riportare alla luce storie immortali senza temere di smuovere la polvere. Alla vostra sincerità e al vostro profondo amore per storie come quella di Emily Brontë è dedicato il “Wuthering Heights” che trovate in sala. Per il quale, tra l’altro, sono sicura che Emily avrebbe perso la testa.

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