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Frankenstein: ode all’amore mostruoso

Frankenstein: ode all’amore mostruoso

Dopo il debutto all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, Guillermo Del Toro e il suo Frankenstein sono entrati di soppiatto in poche sale selezionate dal 22 ottobre. Oggi, 7 novembre, eccoli fare l’ingresso trionfale che si meritano nelle nostre case, su Netflix. A precedere il loro arrivo, banchi di nuvole che promettono fulmini e delusione e venti di pareri positivi che soffiano sull’entusiasmo del pubblico. Che sia tempesta o cielo sereno, fatevi un favore e guardate Frankenstein sullo schermo più grande che possedete.

L’ossessione di una vita

Sono loro, sono qui. Guillermo Del Toro li ha inseguiti un film dopo l’altro, li ha compresi in modo viscerale, li vive sin da quando ha memoria. A sette anni la Creatura di Boris Karloff lo introduce alla religione dei mostri, a undici il romanzo di Mary Shelley si conferma suo testo sacro. Non è un’esagerazione: Victor Frankenstein e la Creatura gli si agitano dentro da più di cinquant’anni. Del Toro ce li ha presentati con altri nomi e altri volti, perché non era ancora il momento di raccontarli. Ma tutti i suoi film, da Cronos fino a Pinocchio, sono Frankenstein per temi e archetipi –  la familiarità, quando la sentirete (perché la sentirete) durante la visione, consiglio di accoglierla, non di respingerla. 

Ci sono voluti decenni prima che le condizioni fossero giuste, prima che Frankenstein, i suoi successivi adattamenti, la conoscenza di Del Toro dei Romantici e della letteratura gotica, la biografia di Del Toro, la biografia di Mary Shelley si stabilizzassero nella miscela da cui poi sarebbe nato questo Frankenstein. 

Prologo: dalla pagina allo schermo

L’elegante concatenazione di incastri del romanzo si dispiega in una struttura bipartita, introdotta da un prologo, nel film di Del Toro. Il viaggio tra i ghiacci artici del capitano Handerson (non più Walton) incornicia il racconto del Barone Victor Frankenstein, che a sua volta si apre e si completa con quello della Creatura. Come Mary Shelley, Del Toro ritrae la scala di grazia e mostruosità che l’umanità può raggiungere; denuncia i pericoli di un progresso tecnologico che, correndo a briglia sciolta, incenerisce il mondo; riflette su quanto arrivi a essere contorto e idiosincratico e distruttivo il legame che unisce (e separa) genitore e figlio, creatore e creatura.

Attenzione, però: Del Toro non produce un calco – perfetto ma inespressivo – dell’opera di Shelley. Piuttosto, assembla per l’occasione un nuovo corpo che ne ospiti lo spirito e che, nel far questo, lo rinnovi. Un corpo fuori scala, che esala la sensibilità romantica e il gusto per il melodramma di Del Toro e che vive attraverso un cast di prim’ordine. Per quanto il suo santo patrono sia la Creatura, Del Toro non è mai stato così vicino all’essere Frankenstein nel modo in cui ha selezionato, accostato e cucito insieme riferimenti letterari, suggestioni personali e linguaggi mediali. Perciò sì, sotto la cassa toracica che le maestranze hanno costruito, batte il cuore di Mary Shelley, ma il sangue che scorre è quello di Del Toro.

Parte 1: entra Victor Frankenstein

Quando lo incontriamo per la prima volta, Victor Frankenstein è alla fine dei suoi giorni. Novello Caino, ha vagato per il mondo inseguendo e rifuggendo la Creatura fino all’inevitabile scontro in cui rimettono la vita anche diversi uomini del capitano Handerson. Fortuito incontro, quello tra il capitano danese, deciso a raggiungere il Polo Nord a tutti i costi, e il derelitto Barone scienziato. Con il suo glittering eye e la sua voce di velluto, prega di essere ascoltato un’ultima volta. E noi obbediamo. 

Dalle stanze vuote del palazzo a quelle sovraffollate del Royal College di Edimburgo, la vita di Victor è scandita da un pensiero fisso: sradicare la morte, ritornare dalla polvere. Lui parla di sovvertire lo status quo, di riscrivere i dogmi che li tengono ancorati a terra, e di ritorno viene scacciato dal Paradiso della scienza ufficiale. L’abisso in cui precipita ha la forma di una torre nera che spacca il cielo ai confini dell’umanità e affonda le sue fondamenta nel denaro e nel sangue di un guerrafondaio (pardon, mercante). 

Oscar Isaac dà la miglior prova di sé nel maneggiare le sfaccettature antitetiche di Victor Frankenstein. Fa convivere in un movimento del labbro, in un’inflessione del toni il figlio troppo sensibile e il padre crudele, il bambino mai cresciuto e l’amante respinto, il ribelle luciferino e il genio distruttore. Isaac riesci a contenerli tutti, dando a ciascuno la giusta rappresentazione.

Parte 2: la Creatura vista come mai prima d’ora

E poi c’è lui, Jacob Elordi. Statuario, certo, ma sorprendente. Del Toro ha raccontato a CBS Sunday Morning di averlo scelto per l’ingenuità e la franchezza che gli ha letto negli occhi. Non era un gioco di luci, Del Toro aveva visto giusto. La Creatura-Elordi è feroce e implacabile, un titano adirato con il padre suo Dio che non si ferma davanti a nulla; eppure possiede una bellezza sublime sconosciuta alle trasposizioni precedenti. Nell’aspetto, senza dubbio, martoriato e ultraterreno, ma soprattutto nell’animo, sede di una bontà e di una collera incommensurabili. 

Lui che è contro natura è in realtà il più umano di tutti, e l’unica ad accorgersene è l’Elizabeth Lavenza di Mia Goth, qui promessa sposa di William Frankenstein, il fratello favorito dal padre e dalla vita. Vestita dei colori brillanti della natura, sua è la voce della ragione, quella che denuncia il puro idealismo foriero di morte e che tace per ascoltare e comprendere l’altro, perché è, a suo modo, altra rispetto alla società egoista e patriarcale che la circonda. Nei sotterranei di Victor, Elizabeth e la Creatura si avvicinano e si sfiorano e si riconoscono come con nessun altro. Ma non possono aversi. Elizabeth è sposa, ma non la sua, non in questa vita. Lo sappiamo, Frankenstein non è una favola, e la Creatura deve percorrere la strada desolata che Victor gli ha spianato di fronte.

Amor doloroso

Per Del Toro, forse più che per Mary Shelley, è la Creatura il cuore e il senso di tutto. La rabbia che lo incendia è quella di chi è costretto a odiarsi e a odiare chi lo ha messo al mondo per non essere all’altezza delle aspettative; di chi ha conosciuto la bontà della natura corrotta dalla crudeltà dell’uomo; di chi si è visto negare prima l’amore e poi la pietà della morte. Come sempre nei film di Del Toro, i veri mostri sono raramente quelli che appaiono come tali. Loro, piuttosto, sono portatori di una purezza sconosciuta all’umanità rispettabile che non perdona le proprie imperfezioni.

The greatest thing you’ll ever learn/ Is just to love and be loved in return”, cantava qualcuno, ed è una lezione che la Creatura impara a caro prezzo perché quell’amore gli viene puntualmente strappato – da un padre troppo esigente, da una società cattiva, da un destino impietoso. Eppure, vive. Purtroppo. Si rialza e va avanti, ferisce ed è ferito, finché, sotto il sole dell’Artico, l’ira che lo ha avvelenato non si dissipa in un momento di assoluzione e comprensione reciproca   qui sta la grande differenza, la mia preferita, con il romanzo di Mary Shelley. Frankenstein è il mostro, la Creatura è Frankenstein; il padre era figlio, il figlio è senza padre; entrambi sono Lucifero, ma uno è Dio e l’altro è Adamo. È il gioco di rifrazioni creato da Mary Shelley e brilla di tutto l’amore che Del Toro ha per lei e per i mostri. Insieme, la scrittrice protestante e il regista cattolico ci dicono la stessa cosa, e cioè che amare è soffrire, perdere, comprendere e perdonare. È permettersi di vivere.

In due ore e mezza Guillermo Del Toro è riuscito a costruire una sontuosa epopea gotica che parla di genitorialità, di aspettative sociali, di solitudine, di progresso tecnologico fuori controllo, di rapporti fra opere e autorə, di confini sottili fra morte e vita, odio e amore. Non sarà il suo capolavoro, ma è il suo film più personale, e si sente. 

Titoli di coda: la progenie mostruosa non si ferma

Dopo il Frankenstein di Guillermo Del Toro, vedremo presto in sala, a marzo 2026 se non ci sono ulteriori cambimenti, The Bride! di Maggie Gyllenhaal. Con Christian Bale a interpretare la Creatura e Jessie Buckley la sua sposa mostruosa, dal trailer il film promette una storia elettrica che danza, frenetica, tra il dramma romantico, l’heist movie e la critica sociale. 

Dovremo attendere ancora un po’ per vedere invece la reinterpretazione del regista rumeno Radu Jude (Sesso sfortunato o follie porno, Kontinental ’25, Dracula), in cui Frankenstein avrà il volto di Sebastian Stan (The Apprentice, A Different Man, Thunderbolts*). Si sa ancora poco sulla trama, ma dalle dichiarazioni di Jude sappiamo che lo scheletro del film si svilupperà sui reali trascorsi della CIA in Romania, in particolare nella prigione segreta di Budapest nota come “Bright Light”.

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