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Zofloya o il Moro: l’ambiguo romanzo gotico di Charlotte Dacre

Zofloya o il Moro: l’ambiguo romanzo gotico di Charlotte Dacre

Quando Zofloya o il Moro viene pubblicato per la prima volta nel 1806, indignazione e sgomento tallonano Charlotte Dacre come cani rabbiosi. La società georgiana benpensante è sconvolta, oltraggiata dall’audacia con cui questo supposto Romance (“romanzo”, ma se volessimo anche “romance”) fa scempio dei limiti scritti e non scritti che ne regolano il funzionamento. I critici impallidiscono di fronte a uno “spettacolo di dissolutezza meretricia” che mai avrebbero osato immaginare concepito da una mente femminile, per natura delicata (The Annual Review and History of Literature 1806: Vol 5). 

Questo era allora: e oggi?

Passioni e omicidi nella Venezia del XV secolo

Lasciate perdere il titolo: al centro del romanzo c’è il percorso di (de)formazione di Vittoria Loredan sullo sfondo di una Venezia cattolica e sensuale, repubblicana e commerciale − un incubo per la Gran Bretagna post-Rivoluzione francese. Figlia idolatrata e giovane superba, come il fratello Leonardo possiede un’indole violenta che l’eccessiva reverenza genitoriale e l’assenza di precetti ferrei hanno reso prona alla corruttibilità. Il colpo che farà pendere la bilancia morale di Vittoria dalla parte sbagliata è la caduta della madre Laurina per mano del Conte Ardolph, il libertino incallito al cui seguito abbandonerà marito e figli. È seguendo il suo esempio che ha sedotto il Conte Berenza, è a lei che imputa ogni sua devianza e stortura. Ma la mano che la condurrà in una spirale di sangue e follia è quella di Zofloya, il misterioso e seducente servo moro che le fornisce i mezzi per soddisfare i suoi desideri perversi. 

Smodato nei sentimenti, roboante nei toni e teatrale nei modi: Zofloya è una soap opera gotica in cui non c’è spazio per le alte manifestazioni dell’animo umano (ma sì per qualche ripetizione di troppo). Qui la dissolutezza è la norma; la rettitudine, l’anomalia da cancellare. Eppure, è l’abisso che ci attende alla fine.

Il Ridotto di palazzo Dandolo a San Moise, Francesco Guardi

Il gotico secondo Charlotte Dacre

All’inizio dell’Ottocento, il primo gotico femminile coincide con il modello offerto da Ann Radcliffe, poi sagacemente parodiato da Jane Austen in Northanger Abbey (1817). Un’eroina casta e pura, sempre vigile, sempre razionale; un villain − il padre, lo zio, il cugino − che la perseguita e che vuole imprigionarla, insidiarla, ucciderla o tutt’e tre le cose; la natura sublime e sublimata, specchio dell’interiorità della suddetta eroina; manifestazioni soprannaturali che si rivelano spauracchi da giostra in confronto a pericoli ben più reali, gli uomini. Poi arriva Charlotte Dacre e scombina le carte.

Ella non era capace di nutrire alcun autentico sentimento del cuore. Non conosceva la gratitudine; e, in sua assenza, non poteva dunque conoscere l’affetto. Poteva infliggere dolore senza ombra di rimorso, e vendicarsi con ferocia per il minimo torto. Le passioni più selvagge dominavano il suo petto; e per appagarle, possedeva un’anima implacabile, che non avrebbe esitato a spingersi fino al più tenebroso dei delitti.

Zofloya o Il Moro, Charlotte Dacre

In Zofloya l’eroina non è più una donna che resiste ma una che aggredisce; il villain continua a essere un uomo che vuole imprigionarla − in stantii legami sociali più che in castelli e segrete − ma a lui si affianca la donna angelicata; la natura, pure, conserva la sua funzione, ma ciò che rimanda indietro non sono riflessi di virtù, bensì pulsioni omicide e passioni proibite; il soprannaturale smette di essere un gioco di ombre, i demoni rimangono demoni. E poi la violenza. Oh, quanta violenza, quanto gusto c’è nella descrizione in un corpo che muore trafitto, avvelenato, strangolato. 

Tutti questi caratteri rendono Zofloya più affine alla tradizione del gotico maschile, quella di Matthew Lewis, a cui Dacre deve molto più del suo pseudonimo − si firma Rosa Matilda, come la suora demoniaca del Monaco, e la trama del romanzo è pressoché identica a quella dell’opera di Lewis. E allora: gotico femminile sì, gotico femminile no?

L'incubo, Johann Heinrich Füssli

Vittoria, la Signora Zappi, Maddalena: le villainess di Zofloya

Le personagge di Dacre gettano a terra qualsiasi pretesa di rispettabilità per vestire il ruolo di villainess fuori e dentro le pagine del romanzo. Invece di essere desiderate, inseguite, dominate, sono loro che desiderano, inseguono, dominano. Non risparmiano “arte né lusinga” per conquistare gli uomini di cui si invaghiscono, non hanno paura di sporcarsi le mani di sangue. In testa c’è lei, Vittoria, pestifera e squisitamente fastidiosa come la Catherine Earnshaw di Cime tempestose (1847), ma più battagliera e sanguigna. Altrettanto disinibite sono la Signora Zappi e Maddalena Strozzi: se Leonardo Loredan riesce a sfuggire alle attenzioni moleste della prima, non ha scampo quando incontra la seconda. Cade ai suoi piedi, completamente asservito. 

Con una gioia inedita, superiore a qualsiasi altra mai provata nelle sue precedenti conquiste, l’abile fiorentina contemplava il proprio trionfo: aveva gettato − o così credeva − i primi semi d’amore di passione in un petto giovane e puro; li aveva visti germogliare e prosperare sotto i fervidi raggi della sua influenza, e ne aveva colti i frutti con un piacere voluttuoso.

Zofloya o Il Moro, Charlotte Dacre

In Zofloya i ruoli si invertono: la donna feconda, l’uomo è fecondato; il servo è padrone, la padrona è serva. E dal momento che, nell’ottica di Dacre, il potere è maschile, non stupisce che Vittoria, appropriandosene, “perda” i caratteri fisici femminili e diventi scura e mascolina − in una trasformazione che dice molto anche del suo legame (utilitaristico, erotico, sconveniente) con Zofloya − e che il destino di Lilla, la donna-bambina gracile e lattea e virtuosa, sia quello di venire annientata. 

Per rispondere alla domanda posta a chiusura della sezione precedente: se, ai tempi, di fronte a Zofloya appariva quasi fuori luogo parlare di una scuola femminile (leggi: radcliffiana) e una maschile del gotico, oggi possiamo dire che sì, è gotico femminile eccome. Charlotte Dacre esplora i temi del desiderio e della sessualità femminile, delle costrizioni e delle inibizioni sociali attraverso le dinamiche orrorifiche tipiche di Lewis.

La Maddalena penitente, Francesco Hayez

Moralista o all’avanguardia? Questione di interpretazione

Infelice Laurina! Abbandonando in modo così criminale la vostra prole, avete gettato loro addosso tanta miseria e degradazione. In questa prima fase della loro esistenza, osservate la colpa e l’indegnità di cui siete responsabile. Ma i giorni a venire saranno oscuri quanto più distorti da orrendi crimini. […] Tremate, madre miserabile e colpevole, perché la lista dei vostri crimini sta per diventare più lunga e più cupa!

Zofloya o Il Moro, Charlotte Dacre

Eppure, nonostante tutto questo parlare di emancipazione, la donna demoniaca, stando alla lettera del testo, rimane un monito più che un esempio da seguire. Stoccate moraleggianti come quella riportata sopra costellano il romanzo intero. Vittoria, la Signora Strozzi, Maddalena sono donne malvagie per natura, peccatrici che rifiutano la redenzione, criminali che si alleano (e giacciono) con demoni e schiavi reietti; in poche parole: le nemiche predilette della nazione. 

Nel complesso, però, l’impressione di ambiguità nel giudizio che la voce narrante esprime nei loro confronti rimane. Da una parte ci sono le condanne, le denunce del pericolo di una mancata educazione, dall’altra non mancano le piccole vittorie segrete, gli apprezzamenti impliciti per il potere da loro acquisito. Come in Magia nera di Marjorie Bowen (ABEditore 2025), altro romanzo riconducibile al female gothic e di recente riscoperta, la protagonista fa la fine che fa perché deve. Ma (ma) è più una rassicurazione per il lettorato coevo: Vittoria mai ha un cedimento, mai si pente delle sue azioni, e Charlotte Dacre, da quel che sappiamo della sua biografia, non era di certo una donna esemplare dell’epoca (qualunque cosa significhi).

Un romanzo da riscoprire con Storie effimere

Se ho apprezzato Zofloya, è anche per merito dell’edizione pubblicata da Storie effimere, casa editrice indipendente che si dedica al repêchage, ovvero alla scoperta e al recupero di autorə e opere che si sono persə o sono statə volutamente sepoltə nel sottosuolo letterario. La traduzione di Silvia Amalia Di Cocco è accompagnata dalle note critiche di Helena Mariapia Falbo, con cui è un piacere poter dialogare indirettamente. Da quando è stato riscoperto verso la fine del Novecento da studiosə femministə, Zofloya si è assicurato uno spazio nei corsi universitari di letteratura inglese dedicati al gotico e da lì non si è più mosso. Grazie a Storie effimere sappiamo perché.

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