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The Odyssey: tra nóstos e xenìa, Christopher Nolan parla al Mediterraneo odierno

The Odyssey: tra nóstos e xenìa, Christopher Nolan parla al Mediterraneo odierno

Ormai lo sanno anche i muri: The Odyssey, l’adattamento cinematografico del poema omerico firmato da Christopher Nolan, è finalmente nelle sale. Con un cast stellare e un budget di circa 250 milioni di dollari, il regista si propone di raccontare una storia che da più di tremila anni forgia la cultura occidentale. Ma nel 2026, questo racconto ha ancora qualcosa da dire? La risposta è sì, ed ecco perché.

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L'arena mediatica: Analisi delle polemiche

È interessante osservare come l’opera si sia portata dietro un’ondata di polemiche sin dal suo primo annuncio. Abbiamo assistito a critiche (talvolta ragionevoli) sull’ennesimo regista hollywoodiano che si appropria delle mitologie europee; c’è chi ha gridato allo scandalo per la scelta di un’attrice nera per interpretare Elena, regina di Sparta; una porzione di pubblico si è persino chiesta: “Perché l’Odissea e non l’Epopea di Gilgamesh?”. Non sono mancati i dubbi sui costumi, giudicati non consoni alla fedeltà storica. Insomma, una serie di reazioni da parte del pubblico mainstream che sembra però aver dimenticato il significato di concetti fondamentali come libera interpretazione artistica, fantasia e, più semplicemente, buon senso.

Posto che la maggior parte degli spettatori non è composta da divulgatori storici, archeologi o registi, è importante fare chiarezza su alcuni punti. In primis, l’Iliade e l’Odissea sono due poemi epici greci attribuiti a Omero, figura della quale però si hanno pochissime informazioni e la cui identità resta avvolta nel mistero. Per quanto ne sappiamo, i due poemi potrebbero essere stati scritti da persone diverse, o lo stesso “Omero” potrebbe rappresentare un collettivo autoriale e non per forza un solo uomo. La questione omerica è, infatti, uno dei più antichi e complessi enigmi letterari della storia, tuttora aperto.

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Di conseguenza, molte delle vicende raccontate nei testi sono il risultato di una fitta mescolanza tra realtà e finzione, mitologia e tradizione orale. Prima fra tutte la stessa Guerra di Troia, di cui non esiste una storiografia del tutto accertata. Il casus belli originario è frutto della pura mitologia: il celebre mito del Pomo della Discordia. Durante le nozze di Peleo e Teti, Eris (dea della discordia) lanciò una mela d’oro destinata “alla più bella”. La scelta ricadde su Paride, che assegnò il pomo ad Afrodite in cambio dell’amore della donna più attraente del mondo: Elena, sposa del re di Sparta Menelao.

La matrice mitologica del conflitto troiano dimostra quanto le polemiche sulla “veridicità storica” della visione di Nolan siano sterili. Lo stesso discorso vale per il casting di Lupita Nyong’o nei panni di Elena. Non possediamo ritratti storiografici della regina di Sparta, se non sculture (prive di colore) o dipinti di epoca rinascimentale e barocca — periodi storici in cui i canoni estetici eurocentrici erano già consolidati. Inoltre, è storicamente anacronistico applicare il concetto moderno di razzializzazione all’antichità greca. Prima della tratta transatlantica degli schiavi e del colonialismo moderno, la percezione dell’alterità nel Mediterraneo antico era legata alla cultura e alla provenienza geografica, non al colore della pelle in senso sistemico ed escludente.

Fatte queste doverose premesse, è il momento di addentrarci nel cuore dell’analisi della pellicola.

Il Mito come Specchio del Presente

Il ritorno alla propria Itaca è un concetto proverbiale per la cultura occidentale, ma è solo immergendovisi appieno che se ne avverte la reale portata drammatica. È esattamente ciò che accade con The Odyssey: girato interamente in IMAX 70mm e scandito dalla mastodontica colonna sonora di Ludwig Göransson, il film vede Christopher Nolan orchestrare un’esperienza multisensoriale e totalizzante. Il regista mette in scena un Mediterraneo tetro e algido, lontano dai panorami solari e turistici a cui siamo abituati; il mare si trasforma in un luogo inospitale, specchio della pietrosa Itaca sotto l’assedio dei Proci, che da oltre dieci anni insidiano un trono rimasto vacante. Una casa ormai violata, che riflette traumi irrisolti e nodi psicologici complessi.

Ulisse (Matt Damon), uomo dal fascino virile ma segnato dalla stanchezza, è prigioniero di un tempo tirannico che continua a trascinarlo lontano da una patria non solo geografica, ma soprattutto interiore. Il suo continuo peregrinare si rivela una dolorosa condanna e, al contempo, un’illusione di libertà: una fuga ideale che gli impedisce di fare i conti con i propri sensi di colpa e con quel profondo senso di inadeguatezza che logora chi sopravvive a un conflitto. Un disagio ancora più lacerante per chi, come lui, ha usato il proprio acume intellettuale per alimentare e vincere quella stessa guerra.

Il Nostos e la Xenia in Nolan

In greco antico, il concetto di nostos (νόστος) rappresenta il dolore e la nostalgia legati al viaggio di ritorno, inteso come un percorso circolare dell’esistenza il cui fine ultimo è il ricongiungimento con se stessi. Questo tema risuona profondamente nella filmografia di Nolan, da sempre abitata dal terrore della perdita, dalla hybris e dall’inettitudine umana di fronte alle grandi forze della vita.

Il ritorno di Ulisse rappresenta il tentativo di ricomporre i pezzi di un uomo spezzato, metafora di un Occidente che ha smarrito i propri valori fondanti, profanando spazi esterni ed interiori in nome di presunte verità e convenienze geopolitiche. Il Vecchio Continente si specchia in questo Ulisse che, affacciandosi sul Mediterraneo, si domanda disilluso: “Esistono ancora dei valori? Che fine abbiamo fatto?”

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L’operazione più potente del film risiede proprio nel riattivare il mito antico per parlare all’attualità, mettendo in discussione la xenia (ξενία), l’ospitalità sacra protetta da Zeus che imponeva di accogliere ogni viandante. In un Mediterraneo che da anni si è trasformato in un cimitero a cielo aperto — a causa del cinismo delle nazioni che vi si affacciano — la rappresentazione audiovisiva del mito omerico risulta di un impatto devastante. Le licenze poetiche che Nolan si concede non sono dunque semplici vezzi estetici, ma scelte mirate a scuotere il pubblico odierno, dimostrando come il mito rimanga, ancora oggi, il correlativo oggettivo più efficace per raccontare le nostre tragedie contemporanee. In quest’ottica, è molto convincente la scelta di Travis Scott come interprete di un aedo nella corte di Itaca, creando un parallelismo tra tradizione orale della mitologia antica e cultura hip hop, dove il rap rappresenta una improvvisazione poetica a ritmo di musica, che spesso ha raccontato storie di eroi ed anti-eroi e così è diventata leggenda. In particolare, il brano When I’m Home, composto da Travis Scott, James Black e Ludwig Göransson appositamente per il film va a chiudere il cerchio narrativo sul finale del film, creando un rapporto di vicinanza tra culture antiche e nuove, tra racconto e sua rappresentazione in risposta alla domanda: quand’è che siamo veramente arrivati a casa?

Guarda il trailer di The Odyssey

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