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Medea. Voci: Quando una donna selvaggia fa tremare il potere maschile

Medea. Voci: Quando una donna selvaggia fa tremare il potere maschile

In occasione del centenario della nascita della scrittrice tedesca Christa Wolf (1929-2011) Edizioni E/O ha iniziato un ambizioso progetto di ripubblicazione delle sue opere, che proseguirà fino al 2029. Le prime pubblicazioni sono state, il 9 aprile, quelle di Cassandra e Premesse a Cassandra, forse le sue opere più celebri e conosciute dal grande pubblico, e continuerà seguendo un percorso che inizia con i grandi romanzi (tra cui Medea. Voci, pubblicato per la prima volta nel 1996, oggetto di questa recensione), i testi saggistici, e le opere più rare e meno note. Questa è una scelta importante perché ci permette di riscoprire una delle più grandi scrittrici della letteratura tedesca del Novecento che tratta temi ancora attualissimi: la riscrittura del mito, la riscoperta delle voci femminili, la guerra, il rapporto conflittuale che uomini e donne hanno con il potere, il corpo, la psiche e la società.

Mi dissi, io sono Medea, la maga, se è questo che volete. La selvaggia, la straniera. Non mi vedrete umiliata.

 

Medea, Christa Wolf

Frederick Sandys, Medea, 1868, olio su tavola

Il mito di Medea

Wolf parte nella sua ricerca dall’immagine più celebre che abbiamo di Medea: quella propostaci da Euripide nella tragedia omonima del 431 a. C. Il drammaturgo porta in scena gli atti finali della storia di Medea: tradita dal marito Giasone dopo averlo aiutato a ottenere il Vello d’Oro dal padre di lei, il re della Colchide Eete, si vendica uccidendo la figlia del re di Corinto, per cui l’ha abbandonata, suo padre e, infine, i figli che lei stessa aveva avuto da Giasone, lasciandolo solo, senza neanche concedergli la possibilità di seppellire i bambini.

Dettaglio di un cratere a figure rosse rappresentante Medea sul suo carro (400 a.C. circa)

Medea: Voci

La donna che ci consegna Euripide è spietata, efferata, malvagia e lucidissima nella sua vendetta, ma anche intelligente, colta, regale. È insomma un personaggio femminile già piuttosto complesso, che Christa Wolf riprende e decide di scavare più a fondo, cercando nei miti precedenti a Euripide, fino a scoprire un’altra Medea, una donna che cura e che non distrugge.

Ciò che rende affascinante Medea. Voci è già nel titolo: infatti non è solo Medea che in prima persona ci presenta il suo monologo interiore, ma ci sono altri personaggi, altre voci appunto, che ci fanno entrare nelle loro teste e ci mostrano Medea sotto vari punti di vista.

Il libro non è solo uno scavo psicologico magistrale nelle menti di personaggi complessi, umanissimi nei loro pregi e nei loro difetti, nell’amore e nell’odio, ma anche una storia avvincente che parte da un mistero.

Medea è la prima a parlare, anche in questo caso tutto inizia in medias res, poco prima del momento in cui era iniziata la tragedia di Euripide: Medea e i suoi figli sono stati separati da Giasone, che è al momento un uomo di spicco nella politica di Corinto (o almeno questo è ciò che crede). Durante un banchetto la donna segue la regina Merope fino a una grotta sotterranea dove sono nascosti dei resti umani. Medea ha scoperto involontariamente il terribile segreto su cui si fonda la civiltà corinzia, e da lì inizia il suo declino, con toni che a volte ricordano quelli di un’indagine poliziesca.

George Romney, Lady Hamilton come Medea, 1786 circa, olio su tela

Una donna incomprensibile

Medea, ricordiamolo, è figlia del re della Colchide Eete. È dunque principessa, sacerdotessa di Ecate e maga (o guaritrice), e la sua stirpe vanta una parentela vicinissima con il dio del Sole Elio. È una donna di rango e di grande dignità. Christa Wolf la esamina partendo da una possibile traduzione del suo nome, ovvero “colei che porta consiglio”, una connotazione estremamente positiva, e che il lettore non è pronto ad associare all’idea di Medea che ci è stata consegnata dal mito. La scrittrice ci presenta una donna forte, fiera e piena di dignità, perfettamente consapevole del suo status e delle sue capacità di guaritrice, nonché della sua intelligenza. Medea appare incomprensibile ai greci perché non si piega, è una donna che non si attiene alle regole che la società ha pensato per il suo genere, che non cammina a testa bassa, che non ha paura di mettersi sullo stesso piano degli uomini.

Era, come potrei dire, troppo femmina, cosa che ne coloriva anche il pensiero. Lei pensava, ma perché ne parlo al passato, lei ritiene che le idee si siano sviluppate dai sensi e che non dovrebbero perdere quel legame.

 

Medea, Christa Wolf

Valentine Cameron Prinseps, Medea la strega, 1880, olio su tela

E questo è il punto centrale del romanzo ma anche, a ben vedere, della tragedia euripidea. Nello stravolgimento permesso dal mito e dal palcoscenico, Euripide ci presentauna donna accecata dal dolore e dall’ira, e tuttavia lucidissima nelle sue intenzioni, che hanno una razionalità inaspettata, anche se basata su un concetto mostruoso: la sua priorità è quella di non essere ridicolizzata dai suoi nemici e di ferire Giasone. Eppure sembra quasi che lo stesso Euripide tradisca una certa ammirazione per questa donna colta e forte, e infatti il Coro, formato da donne di Corinto che, con Medea, lamentano la posizione di subalternità della donna nella società greca e in parte appoggia e legittima la sua volontà di vendetta proprio perché Giasone ha infranto il sacro vincolo del matrimonio e dei figli e l’ha ingiustamente abbandonata.

In Christa Wolf, Medea è fondamentalmente incompresa, intrisa di malinconia per la sua terra. È lucida, ma mai malvagia, vede sempre ciò che gli altri vogliono nascondere, oltre alla mentalità ristretta dei greci, alle convenzioni e alla sete di ricchezza che non comprende.

Medea, è sempre stato detto, è la tragedia che vuole presentare la razionalità, e dunque la superiorità dell’uomo e della società greca contro la barbarie della donna di Colchide. La donna è l’altro per eccellenza, è inserita nel tessuto sociale ma gli uomini non sono capaci di comprenderla fino in fondo, e dunque la temono. La conseguenza di questo timore per  un possibile animo selvaggio, per una forza incontrollabile, è che le donne dell’antica Grecia sono tenute in una condizione di subalternità. Tanto che verso la fine della tragedia euripidea, Giasone esclama:

Nessuna donna greca avrebbe mai osato ciò che hai fatto tu: ed io ho preferito sposare te, legame odioso e funesto; te, leonessa, non donna, dalla natura più feroce della Scilla tirrenica.

 

Medea, Euripide, vv. 1339-1345
Evelyn de Morgan, Medea, 1889, olio su tela

E Christa Wolf rielabora questo conflitto in modo magistrale, creando un personaggio femminile indimenticabile a cui vengono addossate infinite accuse da parte dei governanti della città perché lei non possa rivelare che la società perfetta che Corinto crede di essere è in realtà basata sulla morte e sulla menzogna. È il meccanismo ciò che affascina qui: una donna che non ha paura del potere maschile e che per questo deve venire messa a tacere attraverso quella che, con termini moderni e decisamente anacronistici, potremmo definire come una campagna di diffamazione. La Medea di Wolf, indomita, sembra rispondere quasi come uno specchio alle parole del Giasone euripideo quando dice:

Non sono più giovane, ma pur sempre selvaggia, lo dicono i corinzi, per loro una donna è selvaggia se fa di testa sua.

 

Medea, Christa Wolf

Le altre voci

Christa Wolf è una scrittrice fenomenale anche perché tesse un arazzo attorno alla figura di Medea, mostrandocela attraverso gli occhi di chi la ama, di chi la odia, di chi non può fare a meno di ammirarla.

Tutte le voci sono memorabili, e la magia è nel fatto che, pur nella loro complessità psicologica, il loro centro può essere ricondotto a una caratteristica, quasi fossero personaggi di una fiaba (o meglio di un mito), ma con la mente stratificata che poteva essere descritta solo dopo l’avvento della psicanalisi. Un personaggio e dunque una delle trame in particolare sono legati proprio alla psicanalisi: Glauce, la figlia del re di Corinto Creonte, e il suo rapporto con Medea, che la invita a scavare nel suo inconscio per svelare il mistero. Vi è dunque in questo romanzo un’incredibile commistione tra antico e moderno, che solo una scrittrice di tale talento poteva creare senza che risultasse straniante al lettore.

Maria Callas come Medea in una scena del film "Medea" di Pasolini (1969)

Giasone: l’uomo senza qualità

Non posso evitare di dire qualcosa anche su Giasone che, sebbene venga annoverato tra gli eroi, non sembra mai essere considerato come tale.

Fin dalla tragedia del V secolo a. C. Giasone si presenta come un uomo gretto, mosso solo da motivazioni utilitaristiche di ricchezza, potere e status. L’amore non è qualcosa che prende in considerazione mentre parla con Medea, e anzi non capisce come lei possa non comprendere il suo punto di vista, per lui totalmente razionale, che gli permetterebbe di ottenere – per sé e per i suoi figli –, una condizione di vita migliore, anche se per fare questo deve spezzare un legame di matrimonio e di gratitudine in modo empio e accettare l’esilio di Medea. 

John William Waterhouse, Giasone e Medea, 1907, olio su tela

Christa Wolf compie un passo ulteriore, presentandoci un uomo fondamentalmente impotente e incapace di calcolo e di prendere posizione, una bandiera che sventola portata dai venti della fortuna. Nei suoi capitoli ribadisce spesso come sia incapace di difendere Medea, di controbattere, di far sentire la sua voce, visto che riesce a pensare soltanto alla sua condizione di ospite precario. È dunque un uomo che in qualche misura sembra tenere a Medea, ma il suo primo istinto resta sempre quello egoistico dell’autoconservazione malgrado lei invece abbia rischiato tutto per aiutarlo.

Quando si trovano da Circe, la maga dice a Medea, parlando degli uomini:

Sai che cosa cercano, Medea? mi chiese. Cercano una donna che dica loro che non hanno colpe; che sono gli dèi, oggetto casuale di adorazione, a trascinarli nelle loro imprese. Che la scia di sangue che si lasciano dietro fa parte della mascolinità così come gli dèi l’hanno determinata. Grandi bambini terribili, Medea. È cosa che si intensificherà, credimi. Si propagherà. Anche questo tuo ragazzo, a cui tu sei affezionata, presto si aggrapperà a te. Il male è già in lui. Ma nessuno di loro sopporta la disperazione, hanno addestrato noi a disperarci, qualcuno, o qualcuna, deve pur portare il lutto. Se la terra fosse riempita solo dal rumore del macello e dalle urla e dal piagnucolio dei vinti, semplicemente si fermerebbe, non credi?

 

Medea, Christa Wolf

Il racconto cangiante della maga Medea

Medea. Voci è un libro che si presta a una lettura immersiva, che ci porta nella mente dei personaggi del mito con dei flussi di coscienza molto veri e profondi. Un libro che si sviluppa come un cristallo dalle tante sfaccettature, al cui centro c’è Medea, e attorno la visione che gli altri personaggi hanno di lei. Chi è la vera Medea? Chi è la donna sotto alle etichette che le sono state attaccate addosso in secoli di letteratura? Quanto è stato detto di lei è vero, e quanto è stato inventato dalla paura degli uomini? Sta a voi scoprirlo leggendo questo incredibile romanzo.

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