
Diavola: overtourism e fantasmi (US-style)
Diavola, edito La Bottega dell’Invisibile, è pronto a infestare le vostre librerie.
Tra un calice di Chianti e una lussuosa vacanza in Toscana, chi mai potrebbe aspettarsi questa svolta à la Esorcista?
Quando l'Overtourism statunitense diventa pilastro della trama
Li senti arrivare. Le locuste delle piaghe d’Egitto non possono niente in confronto. Un minuto prima percepisci l’aria sul viso, il sole cocente non appena ti sposti dalla zona d’ombra in cui hai improvvisato una sosta, il normale andare e venire delle persone. Il minuto successivo una certa tensione si diffonde nella folla. Un rumore molesto fa subito seguito. Poi li avvisti. Si muovono in branco, ma non escludo la presenza di predatori solitari, solitamente con uno zaino lercio sulle spalle. Sono i turisti statunitensi. Gli americani colonizzatori del turismo estivo italiano, che trattano il paese come un parco giochi a loro disposizione: vengono, consumano, spariscono. Le città storiche sono lentamente svuotate della loro cittadinanza per fare spazio ad Airbnb di lusso e negozietti pacchiani che vendono la Dolce Vita impacchettata. Consapevoli che la propria è (ancora, purtroppo) la lingua più parlata al mondo, si offendono di fronte all’inglese stentato dei locali e alla mancanza del tappeto rosso srotolato ai loro piedi.
Ma questa non è la mia TED Talk di come l’overtourism, specificamente quello che si rivolge al target statunitense, sta distruggendo i nostri spazi culturali e la vita cittadina. Di come il consumismo si sia esteso all’arte, tutto deve essere un’esperienza, rispondere allo stereotipo della vacanza italiana (con queste temperature non state forse spolverando le Vespe 50 rosse pomodoro che avete lasciato a marcire nel garage dall’estate scorsa?). Questa è la struttura su cui si basa Diavola.
Una diffusa opinione negativa dello statunitense medio in Europa.
Vacanze di famiglia, cosa può andare storto?
Una numerosa famiglia, originaria dell’Ohio, decide di affittare Villa Taccola, nella non meglio definita campagna toscana, per passare le loro annuali vacanze di gruppo a godersi pizza-pasta-mandolino. Una famiglia disfunzionale come tante altre, dove la comunicazione non è mai sul menù del giorno, a differenza di invidia, rancore mal represso, giudizio.
Anna, la nostra protagonista, è la pecora nera di questa allegra famigliola, il capro espiatorio, quella che sbaglia sempre e non chiede mai scusa. Ma una vacanza gratis è una vacanza gratis, quindi fa la valigia, monta su un aereo per l’Italia, vola a Firenze (che terrificante aeroporto da includere nella storyline).
La Villa però ha qualcosa che non va. Un’energia strana. Densa. Non ci vuole molto a capire che è infestata, e non dal simpatico Casper. Anna è sopravvissuta ad anni di angherie familiari, cosa vuoi che sia un fantasma malefico?
Pubblicità, lingue esotiche, libri banali: i miei pet peeves
Il libro scorre. Una storia di fantasmi da ombrellone, dove la trama banale è però accompagnata da una penna guizzante. Ben costruiti i punti di tensione. Anna, ovviamente, non è come tutte le altre. Ma non è un brutto libro in sé.
I miei problemi con questo libro sono, però, due. Forse tre, dai.
Il primo è il product placement. Duolingo è menzionato così tante volte da sembrare un libro sponsorizzato. L’idea di base è farci credere che con questa meravigliosa app la nostra protagonista sia in grado di imparare ogni lingua in un paio di settimane (cosa molto utile alla famiglia nella loro pianificazione delle vacanze), in maniera sufficientemente fluente per interfacciarsi con i locals. Non so se è stata l’insistenza della scelta di menzionare specificamente quella applicazione, ma alla trama non aggiunge niente se non questo sottile sentore di pubblicità spinta giù per la gola del lettore.
Il secondo è purtroppo un problema comune nel fantastico: inserire elementi “esotici” tramite l’utilizzo di una lingua diversa da quella di scrittura.
Ora. Ora. Aspettate.
Il problema non è che in Diavola non sia stato tradotta la parola “agriturismo”. O che si utilizzino i nomi originali delle città. Il problema è che la narrazione è singhiozzante per quante parole italiane sono lanciate nei dialoghi. Niente urla ricercatezza quanto inserire la parola “limonata” una decina di volte. E “ristorante”. E “limone”. E un quantitativo imbarazzante di parole quotidiane che fanno comprendere che 1) è l’autrice ad aver sfruttato a pieno le potenzialità di Duolingo; 2) il risultato è una narrazione fastidiosamente frammentata.
Nella versione italiana questo elemento di interruzione è stato mutato in un’interruzione grafica, dove le parole che nell’originale sono in italiano, qui sono in grassetto. Normalmente è un elemento carino, ma in Diavola lo ho trovato veramente fastidioso, soprattutto dopo le prime volte che la parola veniva inutilmente ripetuta.
Il terzo punto dolente: Anna non è come tutte le altre.
Gasp.
Bruttina (a suo dire) ma a quante pare ha una certa energia che riesce ad attrarre partner come mosche. Brusca, quasi maleducata, eppure wow non si è mai vista persona più affascinante. E sul finale questo suo elemento pick me esplode, anche nel rapporto con il paranormale. Un monologo che cerca di rinforzare un altrimenti debole momento di risoluzione finale.
Tirando le somme (per non tirare altro)
Questo libro si difende. Non sarà la lettura dell’anno, ma Daviola è sufficientemente coinvolgente per consigliarla.
È il perfetto libro da lanciare nella borsa da mare all’ultimo, un compagno di avventure con una storia di fantasmi per coloro che vogliono essere infestati sotto l’ombrellone, o in montagna. Tanto, non c’è posto che l’orda di turisti americani non riesca a raggiungere.