
“Lui è più me di me stessa”: implicazioni incestuose in Wuthering Heights
Negli ultimi tempi i nomi di Emily Brontë e del suo romanzo Wuthering Heights sono sulla bocca di tutti, complice anche il recente adattamento cinematografico diretto da Emerald Fennell, con protagonisti Margot Robbie e Jacob Elordi nei ruoli di Catherine e Heathcliff. Che lo si stia amando oppure odiando, è innegabile che al film di Fennell vada riconosciuto il merito di aver riacceso la fiamma della passione per un classico intramontabile della letteratura inglese, nutrendo (me lo auguro!) la curiosità di chi lo conosceva soltanto per la fama e spingendo qualcuno ad approfondirne la lettura.
Intrecciando un dialogo personalissimo non semplicemente con il romanzo di Brontë, ma con quell’idea popolare, benché dai più riconosciuta come parziale, che ha dipinto nell’immaginario collettivo il rapporto tra i protagonisti come la più grande storia d’amore di tutti i tempi, Emerald Fennell ci restituisce la propria versione della storia, filtrandola attraverso un linguaggio autoriale costruito su un’estetica glamour e pop, già sperimentata nelle opere precedenti (Promising Young Woman e Saltburn) e che risulta ormai perfettamente riconoscibile. Sono diverse le tematiche riprese dalle pagine e reinterpretate dalla regista per essere poi restituite alla sensibilità contemporanea; altre, meno funzionali al messaggio del film, vengono tralasciate. Insomma, questo “Wuthering Heights” (rigorosamente con le virgolette) risulta una vera e propria opera di riscrittura, che adatta senza però snaturare l’anima del classico.
Accanto ai temi più espliciti e riconoscibili, quali il rapporto tra ossessione e vendetta e le differenze sociali e di classe, alcuni studiosi ne hanno individuato un altro, implicito, quasi l’ombra di uno spettro che si muove tra i meandri del non detto: si tratta delle implicazioni incestuose presenti nella relazione tra Catherine e Heathcliff, elemento lasciato in secondo piano nell’adattamento di Fennell ma di cui è possibile cogliere una sottile eco.
Questo articolo non ha la pretesa di analizzare scientificamente tutti gli aspetti derivati da tale visione, ma si propone di offrire uno spunto di riflessione e, per chi fosse interessatə, un invito ad approfondire un aspetto della critica letteraria che, nell’opinione di chi scrive, risulta interessante. D’altronde è proprio il proliferare di riletture, visoni e interpretazioni che dimostrano quanto un’opera scritta secoli fa continui a parlare al presente.
L’incesto in letteratura. Una rappresentazione simbolica della crisi
Prima di analizzare alcuni passi del romanzo, credo sia utile capire brevemente in che modo la tematica dell’incesto compaia all’interno della letteratura e quali aspetti e significati porti con sé. È necessario fare una precisazione: in questo contesto, la presenza di legami incestuosi è da intendersi in accezione simbolica, tenendo in considerazione gli aspetti squisitamente letterari che esulano dall’aderenza effettiva con la realtà. E, in quanto simbolo complesso e sfruttato nei contesti e nelle tradizioni più disparate, esso può assumere un’infinità di sfumature difficili da inquadrare.
L’incesto è considerato uno dei taboo alla base della società occidentale. Si tratta di un tema estremamente delicato che, seppur presente nelle culture di ogni tempo, ha suscitato e continua a suscitare reazioni contrastanti. Parlare di incesto significa, in primo luogo, di parlare di famiglia, concepita come una cellula, spazio di azione microscopico in cui è possibile osservare le medesime dinamiche di potere, azione e i medesimi ruoli che poi, in grande, vanno a riflettersi nella società. Si tratta dunque di una tematica che, quando presente, si pone come simbolo di una crisi strutturale e ambiguo ribaltamento dell’ordine prestabilito. In questi contesti le case, per antonomasia i luoghi degli affetti e rifugi all’interno dei quali sentirsi al sicuro, si fanno spazi claustrofobici e minaccia costante di soffocare chiunque li abiti.
Sono diversi gli esempi, all’interno della letteratura gotica, in cui è possibile ritrovare accenni, più o meno espliciti, a dinamiche incestuose, funzionali a indagare attraverso l’orrore le perversioni, la trasgressione di regole rigidamente stabilite, la marcescenza dei legami famigliari e, in maniera collaterale, a porre sotto accusa la struttura di un sistema patriarcale corrotto. Tra i casi più comuni troviamo padri o zii che sfruttano il loro ruolo di potere per tentare di corrompere giovani figlie o nipoti innocenti (come in Mathilda, romanzo scritto da Mary Shelley datato 1819), e l’amore proibito tra fratelli e sorelle, a simboleggiare una decadenza totale dell’ambiente in cui si ritrovano a vivere (esemplari, in questo caso, il racconto The Fall of the House of the Usher scritto da Edgar Allan Poe e datato 1839, o, in maniera più esplicita e vicina al gusto contemporaneo, il famosissimo film Crimson Peak del 2015 diretto da Guillermo del Toro).
L’antropologo Claude Lévi-Strauss sostiene che la proibizione dell’incesto non abbia un’origine legata alla moralità, ma nasca dal bisogno della società di continuare a esistere. È interessante, infatti, osservare, come nelle situazioni in cui tale relazione venga consumata si assista a una dissoluzione della stirpe. A questo proposito risulta esemplificativo che Emily Brontë scelga, come titolo per il suo romanzo, il nome della tenuta degli Earnshaw, un luogo disseminato nella brughiera sconfinata e sferzato dal vento, la casa all’interno del quale si scontrano per generazioni intere le pulsioni dei personaggi. Si tratta di una simbologia fortissima e suggestiva, che ci indica come la famiglia, e tutti i temi a essa legati, sono fondamentali all’interno della vicenda.
Emily e Branwell Brontë: come non cedere al sensazionalismo nell'interpretazione di Wutheting Heights
Dopo l’uscita del film nelle sale e con la rinnovata popolarità di cui è stato investito il romanzo, non è mancato il diffondersi, in maniera a mio parere sensazionalistica e priva di approfondimento critico, di una teoria che va a insinuare il sospetto di una reale relazione incestuosa tra Emily Brontë e suo fratello Branwell; alla base di questo sentimento proibito si troverebbe il seme che avrebbe poi dato vita al romanzo Wuthering Heights. Nonostante ci siano sostenitori di questa ipotesi, e nonostante persino alcune biografie la riportino al loro interno, vorrei approfittare di questo spazio per affermare che non ci sono prove effettive e documenti che possano confermare questa voce. Ritengo inoltre profondamente sbagliato e in un certo senso svilente ridurre l’immenso talento e la sensibilità di Emily Brontë a quello che viene a tutti gli effetti trattato come un pettegolezzo pruriginoso.
Questa non vuole essere una proibizione a parlare di alcuni argomenti, ma un invito (l’ennesimo) a prestare attenzione alle fonti e a problematizzare argomenti così complessi con il giusto senso critico. So che è faticoso e non sempre scontato, ma non bisogna dare per scontato che opera e creatore siano la stessa cosa, e a volte è bene tenerli separati e basare le proprie analisi su quanto si può desumere dalla sola opera. Nel caso della tematica dell’incesto, non credo fosse del tutto estranea a Emily Brontë, ma non perché l’abbia sperimentata sulla propria pelle: è più probabile, come alcuni studiosi affermano, che sia entrata in contatto con testi di altri autori in cui essa viene esplorata. Un po’ come accade a molti di noi che scriviamo e studiamo argomenti distanti dalla nostra esperienza personale, no?
Incesto e crisi in Wuthering Heights di Emily Brontë
L’orrore, nelle narrazioni gotiche, si annida nel non detto, in quella strisciante sensazione di disagio che si cela dietro immagini ambigue. Ed è proprio all’insegna dell’ambiguità che si apre il film di Emerald Fennell: non un’inquadratura, ma un suono, l’ansimare persistente di un uomo che si diffonde nel buio della sala e pervade i sensi. Immediato e quasi banale ciò che lo spettatore è portato a figurarsi nella mente: una scena intima, passionale. Poi però la prima immagine compare sullo schermo, e la verità si abbatte con la forza di un pugno: a essere mostrato è un uomo condannato all’impiccagione, la testa coperta da un sacco, la bocca spalancata nel tentativo di carpire aria. Sotto di lui, centinaia di occhi bramosi di vederlo morire. Tra questi, una piccola Catherine Earnshaw, che sorride mentre, alle sue spalle, alcuni ragazzini indicano con puerile malignità come il corpo dell’uomo stia avendo un’erezione a causa dell’asfissia.
Si tratta del primo momento in cui la regista suggerisce come, nella sua trasposizione, Eros e Thanatos saranno protagonisti e continueranno a danzare insieme e a mostrarsi attraverso immagini di decadenza. A questa scena, infatti, segue il ritorno di Catherine a casa e, subito dopo, l’introduzione del personaggio di Heathcliff, raccolto dalla strada di Liverpool dal signor Earnsahw. È proprio Catherine a scegliere il nome per il ragazzino, chiamandolo come il suo povero fratellino non più in vita. Da questo momento i due bambini cresceranno insieme, legati da reciproca dipendenza e da comune malizia, condividendo giochi, abusi, spazi. Come fratello e sorella sono complici e si ritrovano a costruire un linguaggio fatto di simboli comprensibili soltanto per loro (uno tra tutti, le uova).
Il film prosegue e gli accenni a questa simbiosi fraterna si fanno sempre più sfumati fino a perdersi del tutto. Diverso è il caso del romanzo, in cui l’ambiguità, in accordo con la visione di certi studiosi, resta fino alla fine.
Soffermiamoci sul momento fondamentale dell’arrivo, in casa degli Earnshaw, di Heathcliff. A narrare la vicenda è Nelly, governante di Wuthering Heights, personaggio fondamentale anche nell’adattamento di Fennell; a differenza di ciò che si vede nel film, all’interno del romanzo sono presenti anche nonostante la signora Earnshaw, moglie del signor Earnshaw, Hindley, fratello di Cathy:
[…] e infine, quando erano già quasi le undici, il saliscendi della porta di casa venne sollevato silenziosamente ed ecco entrare il padrone. Si lasciò cadere su una sedia, ridendo e gemendo e ordinò a tutti di lasciarlo in pace, poiché era quasi morto di stanchezza… nemmeno per i tre regni di Gran Bretagna si sarebbe lasciato indurre a compiere un’altra camminata come quella.
«E per giunta, al termine di tanta fatica, dovevo anche prendermi questo affanno!», esclamò, aprendo l’ampio pastrano che teneva avvolto come un fagotto, stretto tra le braccia. «Guarda qui, moglie mia; niente mi ha mai sgomentato tanto nella vita; ma devi pensare che si tratta di un dono del Signore, sebbene sia scuro di pelle quasi come se provenisse dal demonio».
Heathcliff è dunque tenuto nascosto sotto il cappotto del padrone di casa, da cui sbuca fuori. È un’immagine suggestiva, che alcuni hanno associato al momento della nascita, del venir fuori dal corpo del padre. Le spiegazioni sull’origine di questo trovatello sono vaghe, quasi frettolose:
Il padrone tentò di spiegare la situazione, ma era davvero mezzo morto per la stanchezza e io, tra le rimostranze della signora, riuscii soltanto a capire che, essendosi imbattuto per le vie di Liverpool in quel bambino, affamato e senza un tetto e in pratica muto, si era sentito impietosire e, presolo con sé, si era informato di chi fosse figlio… Senza però trovare anima viva, così dichiarò, che sapesse dirgli a chi apparteneva il piccolo; e poiché sia il tempo sia il denaro di cui disponeva erano limitai, aveva creduto meglio portarlo subito a casa con sé, invece di sostenere inutili spese in quella città; era deciso, infatti, a non abbandonarlo, così come lo aveva trovato.
Nonostante il signor Earnshaw venga descritto da Nelly come un uomo severo ma di buon cuore, questa dimostrazione di gentilezza disinteressata appare poco plausibile. E proprio in questa incertezza c’è chi ha letto un tentativo di nascondere una possibile relazione extraconiugale, di cui Heathcliff sarebbe il frutto. Ciò spiegherebbe il suo ingresso in famiglia, l’affetto del signor Earnsahw nei suoi confronti (che, a detta di Nelly, dimostrava coccolandolo più di Cathy e punendo Hindley per i suoi scherzi), l’ostilità di Hindley (che considerava il nuovo arrivato come usurpatore dell’affetto dei genitori e dei suoi stessi privilegi) e, soprattutto, la scelta del nome, riecheggiata anche da Fennell:
E fu così che Heathcliff venne a far parte della famiglia; […] constatai che lo avevano chiamato ‘Heathcliff’; si trattava del nome di un loro figlio morto durante l’infanzia, e da quel momento continuò a essere sia il nome di battesimo sia il cognome del trovatello.
Da questo momento in poi il rapporto tra Heathcliff e Catherine cresce e si sviluppa in una vera e propria codipendenza. Che l’ipotesi della condivisione dello stesso sangue sia accettata o meno, i due crescono insieme, condividendo gli spazi della casa, le stanze, persino il letto (e questo il film lo mostra bene); il bizzarro rapporto di potere tra i due è evidente sin dall’inizio e viene sottolineato con consapevolezza dal racconto di Nelly:
Era di gran lunga troppo affezionata a Heathcliff. Il peggior castigo che si potesse escogitare per punirla, consisteva nel costringerla a star lontana da lui; eppure veniva rimproverata a causa sua più di chiunque altro di noi. […]
Come il ragazzo facesse la volontà di lei in ogni cosa, e quella del signor Earnshaw soltanto se si adeguava ai suoi gusti.
Accettando le implicazioni incestuose presenti nel rapporto tra i due personaggi, possiamo facilmente intuire come le parole pronunciate da Catherine durante la scena fondamentale della confessione a Nelly assumano una sfumatura di significato più ambigua e problematica:
«[…] Mi sentirei umiliata sposando Heathcliff adesso; e lui perciò non saprà mai quanto lo amo. Non lo amo perché è bello, Nelly, ma perché è ancora di più uguale a me stessa di quanto possa esserlo io. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono identiche, mentre quella di Linton è diversa come è diverso un raggio di luna dal fulmine o la brina dal fuoco».
È proprio in quella percezione di uguaglianza, nell’identificazione tra le anime che sembra annidarsi il problema dell’incesto. Che Catherine sia consapevole o meno di questo aspetto, resta evidente come la passione viscerale nei confronti di Heathcliff sia destinata a non trovare mai una soddisfazione; si tratterebbe dunque di un sentimento degradante sia sul piano del lignaggio che su quello più strettamente morale. Ancora più inquietante la dichiarazione con cui Catherine conclude questo impetuoso dialogo, quasi una presa di coscienza che Nelly però respinge, etichettandola come “follia” e “assurdità”:
«[…] A che scopo sarei stata creata se dovessi essere contenta soltanto in me stessa? Le mie grandi sofferenze a questo mondo sono state le sofferenze di Heathcliff, a ognuna delle quali sono stata partecipe fin dall’inizio; il mio grande assillo nella vita è lui. Se ogni altro essere umano perisse e lui sopravvivesse, io continuerei a esistere; e se ogni altra persona restasse a questo mondo e lui dovesse essere annientato l’Universo si trasformerebbe in qualcosa di terribilmente estraneo. Mi sembrerebbe di non farne più parte. Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi. Il tempo lo cambierà, lo so bene, come l’inverno cambia gli alberi… Il mio affetto per Heathcliff è come le eterne rocce sottostanti… una fonte di scarsa felicità visibile, ma una fonte indispensabile. Nelly, io sono Heathcliff… lui è sempre, sempre presente nei miei pensieri… non come un piacere, non più di quanto io sia sempre un piacere per me stessa… ma come il mio stesso essere… quindi non parlare di una nostra separazione… sarebbe impossibile; e…».
Cathy si interrompe, le parole sfuggono via dalla sua bocca e l’argomento si dissolve nell’aria. Emily Brontë non offre spiegazioni, non dona certezze a cui appigliarsi; qualsiasi fosse, l’ultimo pensiero di Catherine è lasciato tra le righe, ed è proprio nel silenzio che segue che si annida il senso di malessere e orrore provocato nel lettore.
Sarà sempre Nelly, dopo la morte della padrona, ad accogliere la disperazione di Heathcliff, uno sfogo che, tanto nelle parole quanto nelle intenzioni, riecheggia perfettamente quello di Catherine; è un aspetto che la critica sottolinea per dare ancora più rilevanza a quel senso di identificazione anche carnale tra i due:
«Possa destarsi in preda ai tormenti!», gridò lui con una veemenza terribile, battendo il piede e gemendo in preda a un improvviso parossismo di incontrollabile passione. «Ah, ha voluto mentire fino alla fine! Dove si trova? Non lassù… non in cielo… non tra i defunti… dove? Hai detto che non ti importava nulla delle mie sofferenze! E io recito una sola preghiera… e la ripeterò finché la lingua non mi diventerà rigida… Catherine Earnshaw, possa tu non avere riposo finché io vivrò! Ha detto che sono stato io a ucciderti… perseguitami, allora! Gli assassinati perseguitano i propri assassini. Credo… so che altri fantasmi hanno vagato su questa terra. Sii con me sempre… assumi qualsiasi forma… fammi impazzire! Ma non lasciarmi, ti prego, in questo abisso, dove non posso trovarti! Oh, Dio, è un dolore indicibile! Non posso vivere senza l’anima mia!».
C’è, nella relazione tra Catherine e Heathcliff una tensione duplice, legata alla doppia natura incarnata dal personaggio di Heatcliff: lui è, infatti, nello stesso tempo, il figlio adottato dal signor Earnshaw e il trovatello raccolto dalla strada, figura fraterna ed estraneo senza nessun diritto legato al proprio nome. Una posizione paradossale, che complica ulteriormente il significato del loro rapporto: il matrimonio tra Catherine ed Edgar Linton non riesce a spegnere il fuoco della passione e, nonostante la donna assuma il cognome del marito, non riesce ad assorbirlo del tutto, e rimane legata dall’ambiente di Wuthering Heights, alla brughiera dove lei e Heathcliff sono cresciuti, alle stanze che portano ancora impresso il ricordo del loro passato. D’altro canto, Heathcliff resta a tutti gli effetti un estraneo venuto da fuori; dunque la loro unione, sia che la si consideri immorale perché incestuosa sia che la si consideri solo in termini di disuguaglianza sociale, rappresenterebbe in ogni caso una gigantesca violazione alle convenzioni matrimoniali accettabili.
Prima di concludere, vorrei osservare da vicino un’ultima, suggestiva immagine che la penna vivida di Emily Brontë ci ha donato. Ci troviamo nel capitolo conclusivo del romanzo (chiedo perdono a chiunque non abbia ancora letto Whutering Heights ma in questo paragrafo sono presenti spoiler): Heathcliff è morto e, come da lui richiesto, viene seppellito accanto alla bara di Catherine. Secondo alcuni, però, i due non sembrano destinati al riposo eterno e vengono avvistati sottoforma di spettri:
«Non mancano coloro i quali affermano di averlo incontrato nei pressi della chiesa, e nella brughiera, e addirittura in questa casa… Fantasie, dirà lei, e lo dico anch’io. Eppure il vecchio Jospeh che se ne sta anche adesso accanto al fuoco in cucina, afferma di averne veduti due, di fantasmi, affacciati alla finestra della camera di Heathcliff, in ogni notte di pioggia da quando lui morì […]».
Se volessimo dare ascolto e reputare vere queste voci, significherebbe accettare che quella passione, proibita ai due protagonisti in vita, avrebbe trovato il modo di esprimersi nella morte, pur senza sciogliere l’ambiguità.
Eros e Thanatos che danzano insieme. Ancora una volta.
Ascolta l'episodio del podcast con Gabriella Gilberti e Martina Borgioni
Bibliografia
La decisione di aggiungere questo paragrafo nasce proprio dal desiderio di condividere con chiunque sia interessatə ad approfondire l’argomento alcuni testi da me consultati per dare forma alle mie riflessioni. Si tratta di quattro articoli brevi e reperibili online gratuitamente. Spero possano essere utili e appassionarvi quanto hanno appassionato me.
Titoli:
– William R. Goetz, Genealogy and Incest in “Wuthering Heights” in Studies in the Novel, vol. 14 n. 4, The Johns Hopkins University Press, 1982, pp. 359-376.
– Kathryn B. McGuire, The Incest Taboo in “Wuthering Heights”: A Modern Appraisal in American Imago, vol. 45 n. 2, The Johns Hopkins University Press, 1988, pp. 217-224.
– Eric Solomon, The Incest Theme in Wuthering Heights in Ninteenth-Century Fiction, vol. 14 n. 1, University of California Press, 1959, pp. 80-83.
– John Allen Stevenson, “Heatcliff is Me!”: Wuthering Heights and the Question of Likeness in Ninteenth-Century Literature, vol. 43 n. 1, University of California Press, 1988, pp. 60-81.