RECENSIONI
Il Testamento di Ann Lee: il cinema come esperienza estatica

Il Testamento di Ann Lee: il cinema come esperienza estatica

Negli ultimi mesi, le nostre sale cinematografiche ci hanno fornito un’ampia scelta di titoli interessantissimi da vedere, riuscendo ad andare in contro alle esigenze e ai gusti di una larga fetta di pubblico. Tra questi, c’è un film che è passato un po’ in sordina, oscurato ingiustamente dalla maggiore risonanza di altri e forse bistrattato per la sua natura ibrida e difficilmente incasellabile in una categoria definita: sto parlando di Il testamento di Ann Lee, uscito nelle sale italiane lo scorso 12 marzo e diretto dalla regista Mona Fastvold, al suo terzo lungometraggio dopo The Sleepwalker (2014) e The World to Come (2020).

Ci troviamo di fronte a un film colossale, che attraverso gli stilemi del racconto epico rilegge la figura di Anne Lee, delle sue predicazioni avvenute nella seconda metà del Settecento prima in Inghilterra e successivamente in territorio americano, della comunità degli Shakers e del loro credo al contempo conservatore e rivoluzionario.

E sperimentale è la struttura stessa del film, che fa della musica e del coinvolgimento estatico una cifra portante. Il tutto accompagnato dalle performance strepitose di un cast eccezionale, che vede tra i protagonisti Amanda Seyfried (Ann Lee), Thomasin McKenzie (Mary) e Lewis Pullman (William Lee).

Di cosa parla Il testamento di Ann Lee

Veniamo catapultati a Manchester, in Inghilterra, nella seconda metà del Diciottesimo secolo. Ripercorramo la vita di Ann Lee, dall’infanzia e dalle prime manifestazioni di repulsione nei confronti del sesso, mostrato sin da subito come attività violenta e umiliante. Ann, assieme al fratello William e alla nipote Nancy, con cui forma un nucleo famigliare atipico rispetto alla tradizione, si unisce alla comunità degli Shakers, Quaccheri guidati dai coniugi Jane e James Wardley, che predicano la Seconda Venuta di Cristo sulla Terra, la confessione pubblica dei peccati e la danza e il canto come strumenti necessari per avvicinarsi a Dio.

Dopo un matrimonio infelice con un uomo, la perdita dei quattro figli ancora neonati e un lungo periodo di prigionia, Ann è visitata da visioni dell’Eden, che la portano a maturare la certezza di poter raggiungere la Salvezza Eterna soltanto attraverso l’astensione dal sesso e il rifiuto totale dalle attività riproduttive. Per gli Shakers della sua comunità non ci sono dubbi: è lei la Messia che stavano aspettando, la donna che possiede nelle proprie mani la Verità Rivelata e a cui decidono di affidarsi. Ann diviene dunque Madre Ann, e sotto questo titolo inizia una predicazione che da Manchester la porterà prima a New York e poi successivamente a Niskayuna, il territorio che diverrà il cuore della sua nuova comunità.

Molti si uniscono a lei, fedeli che abbandonano il loro credo per abbracciare la promessa di vita di Madre Ann: una vita semplice, di comunione con la natura, lavoro, astinenza, preghiere collettive sotto forma di canti e danze e uguaglianza tra uomini e donne nei diritti e nei doveri. Un progetto innocuo, che nonostante una certa avanguardia di pensiero non si fa mai rivoluzionario, ma s’inserisce nel solco del tradizionalismo conservatore della religione cristiana; ciò però non basta a tenere al sicuro Madre Ann e gli Shakers dalle accuse di stregoneria e da un feroce attacco che la regista decide di narrare con l’efferata brutalità di un tentativo di martirio.

Tra musical, Gospel ed estasi collettiva

Il testamento di Ann Lee è ammaliante, coinvolge gli spettatori, li trasporta direttamente nel flusso del racconto per liberarli poi soltanto nel finale e accompagnarli con le ultime note di un canto verso l’uscita dalla sala. Accanto alla figura titanica di Madre Ann, ritratta a più riprese come una Santa maestosa e magnanima, vi è un’altra protagonista: la musica.

Una musica martellante, avvolgente, che penetra nel corpo e si mescola con il sangue dei personaggi, spingendoli a muoversi, a scuotersi, a danzare in maniera prima controllata e poi sempre più selvaggia e ossessiva. Un rito che si fa estasi comune, in cui i corpi dei fedeli non sono gusci vuoti o freddi simulacri, ma palpabili, concreti, fatti di carne e sudore e saliva che si mescolano in una danza quasi orgiastica, dove ogni pulsione è scevra dalle valenze più oscene e la sensualità dei movimenti non è altro che il mezzo per ascendere verso Dio.

Daniel Blumberg, compositore della colonna sonora del film, riprende inni religiosi tradizionali, passi della Bibbia, Salmi e preghiere e li rielabora, in modo da restituire la sacralità del rito collettivo attraverso i numerosi momenti musicali che compongono il film.

Con Il testamento di Ann Lee non siamo di fronte a un semplice musical. Mona Fastvold concepisce il suo film come un organismo in cui il suono plasma le immagini con armonia, fino a valicare i confini dello schermo. Spazi reali e finzionali si amalgamano e confondono, gli spettatori diventano testimoni attivi, la sala cinematografica muta nella casa dei Wardley, nella cella della prigione, nel pontile della nave Mariah.

Ed è così che attraverso le suggestioni e l’uso sapiente dello strumento audiovisivo, l’esperienza cinematografica si amplifica e diviene catarsi collettiva e indimenticabile momento di unione.

Tra tradizione e innovazione: Madre Ann e un nuovo modello di società

C’è un aspetto, affrontato con chiarezza nel film, che risulta particolarmente interessante, forse anche di più rispetto alle tematiche legate alla religione.

Attraverso la sua predicazione, Madre Ann non si limita a raccogliere per le strade un numero sempre maggiore di accoliti, di menti da plasmare a sua immagine e somiglianza. Si è di fronte a un progetto ben più ambizioso: il tentativo di costruire un nuovo modello di società, strettamente connesso con le Sacre Scritture e il principio della Seconda Venuta di Cristo sulla Terra, basato sui valori dell’abnegazione e dell’uguaglianza. Valori incarnati da Ann Lee in persona, una donna che è il Messia, che rifiuta il ruolo di moglie e generatrice di vita senza mai rinunciare a essere Madre spirituale per i membri del suo gruppo.

Nel film, quella degli Shakers è una comunità amorevole, pacifica, ben lontana dall’immagine della setta chiusa e soffocante che molto spesso è parte dello stereotipo; con la rinuncia alle unioni di tipo sessuale, viene a cadere anche quella gerarchia di potere che è associata ai ruoli di genere, e uomini e donne accettano di essere fratelli e sorelle, sotto lo sguardo protettivo della loro Madre comune. Il tutto, però, senza mai alterare per davvero l’intrinseco tradizionalismo e le regole dettate dalla Bibbia. Non si tratta, infatti, di un modello sovversivo, lo sconvolgimento dell’ordine prestabilito non entra nei piani di Madre Ann nemmeno per un istante: Dio resta l’entità a cui sottomettersi, e di conseguenza la struttura del potere dominante rimane al sicuro.

Eppure le autorità guardano a loro con diffidenza che sfocia poi in violenza repressiva. E i motivi, nella modesta opinione di chi scrive, non sono da ricercare soltanto in ambito politico o economico. Ann Lee e gli Shakers, nonostante l’aderenza ai dettami tradizionalistici del cristianesimo (che, per noi contemporanei, possono risultare piuttosto distanti e datati), si propongono a tutti gli effetti come una nuova tipologia di società, una società che sfocia nell’utopia e non è più basata sul matrimonio e sul sistema gerarchico della famiglia tradizionale. Con l’abolizione del sesso e della riproduzione viene meno anche il controllo dei corpi, e la riproduzione come momento di proliferazione del gruppo sociale decade, sostituita dalla libera volontà di aderenza o meno al culto.

Forse un metodo troppo fragile per far sì che il gruppo sopravviva a lungo, ma che comporta in ogni caso un inevitabile indebolimento del potere civile. Ed è proprio questo che fa fa paura.

Cosa rimane di Ann Lee

Insomma, Il testamento di Ann Lee è un film che funziona, coinvolge e pone lo spettatore a interrogarsi su questioni universali quali la spiritualità personale, il valore dell’individuo nella collettività e la possibilità di ricercare un’alternativa di vita diversa rispetto al modello sociale prestabilito.

La proposta di Madre Ann è sicuramente lontana per tanti di noi, e dubito fortemente che possa aderire ai bisogni della contemporaneità; ciò che però resta è la figura di una donna che, nonostante la condizione subalterna in cui è nata e cresciuta, è stata in grado di fare delle proprie fragilità un’arma e delle proprie idee uno stendardo da innalzare come guida. 

Guarda il trailer del film

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