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Due spicci sulla nuova serie di Zerocalcare

Due spicci sulla nuova serie di Zerocalcare

Il 27 maggio Zerocalcare è ritornato sui nostri schermi, dopo quasi tre anni d’assenza, con Due Spicci: la nuova serie targata Netflix, scritta e diretta da lui stesso. Sedetevi sul divano, occupate il vostro posto di fiducia e preparatevi a parlarne con lo psicologo.

"Due spicci" d'introduzione

Zerocalcare – pseudonimo di Michele Rech – nasce come fumettista, ma negli ultimi dieci anni il suo interesse per l’animazione è cresciuto fino a portarlo all’ideazione di tre miniserie animate, diventate cult grazie a frasi iconiche diventate tormentoni e, soprattutto, un’abilità nel trasporre anche i temi più delicati con contagiosa ironia. Strappare lungo bordi (2021), Questo mondo non mi renderà cattivo (2023) e Due spicci (2026) sono state prodotte in collaborazione con Netflix. Nessuna di esse è da considerarsi la trasposizione uno a uno dei fumetti, nessuna di esse vuole esserlo. I due media visivi coesistono nello stesso universo narrativo, il Calcare-verse, ma sono concepite per essere viste e comprese in autonomia. Le serie, anche tramite la diffusione sulla nota piattaforma streaming, hanno raggiunto un pubblico vasto e variegato, riuscendo nell’ardua impresa di colpire trasversalmente le generazioni. Forse è la consapevolezza del mondo che viene dalle radici piantate nel microcosmo di Rebibbia, o forse certe storie scavalcano le età e trovano un terreno comune in cui attecchire.

Due spicci è l’arco conclusivo dell’universo Calcareo trasposto per Netfilx. Come le serie precedenti, è ispirata alla vita stessa dell’autore, più qualche abile rimescolamento e aggiunta di eventi qua e là. È un’opera che può esistere indipendentemente dalle controparti cartacee. Tuttavia, ad accomunarle vi sono i protagonisti, che spettatorə e lettorə hanno ormai imparato a conoscere, e il narratore, il cui flusso di coscienza in romanesco strettissimo, pervade tanto le serie quanto i fumetti. Il completo cast di stravaganti (forse non poi così tanto) personaggi è doppiato interamente da Zerocalcare, unica eccezione a ciò è Armadillo, la sua sardonica coscienza, a cui presta la voce Valerio Mastandrea.

In quest’ultimo arco narrativo molti dei tratti iconici dei personaggi trovano un nuovo modo di esistere, “colpevole” l’inesorabile scorrere del tempo.

Nuovi volti, nuove storie (?)

Nelle serie precedenti, eravamo stati abituati a primi episodi rocamboleschi, colorati e ricchi di riferimenti alla cultura nerd già dai primissimi istanti. Stavolta però l’apertura è del tutto diversa, immagini di quella che sembrerebbe una scena del crimine sono accompagnate dalla canzone The Vampyre of Time and Memory dei Queens of the Stone Age (che sì, suona esattamente triste e sconsolante quanto il titolo). Ma neanche il tempo di acclimatarsi a questa nuova atmosfera, o porvisi domande al riguardo, che subito siamo catapultati nel quotidiano caos di Zerocalcare. Rebibbia, periferia di Roma, il fumettista con il suo indistinguibile tono di voce si premura di specificare che tutti i suoi conoscenti, sono in qualche modo andati avanti rispetto a dove li avevamo lasciati. Solo uno tra loro sembra ancora lo stesso: Zerocalcare, che si racconta come fermo a un punto fisso, nonostante tutto intorno a lui scorra. Per quanto poetica, è tuttavia solo una mezza verità, poiché ora è comproprietario di «uno scrauso bar cinque stelle salmonella», la nuova fonte dei tanto temuti accolli.

Dopo aver intravisto la scena di un probabile crimine, essere stati gettati con frenesia nella baraonda della narrazione… giunge finalmente Sara. In teoria un volto che dovrebbe esserci ben noto, in pratica è come se la incontrassimo per la prima volta. Diventa chiaro che qualcosa in lei è cambiato, se la vita è un palcoscenico questo è il momento in cui cala il sipario, gli attori si guardano perplessi per qualche istante, chiedendosi spaesati chi abbiano interpretato e quale fosse il confine tra loro e il personaggio. I protagonisti ci vengono così presentati sotto una luce inedita. Sara, la donna delle certezze, una specie di Bob aggiusta tutto dei problemi altrui, sembra non avere più soluzioni da proporre, lei stessa alla prese con un problema che non vuole risolvere; Secco, il compagno di avventure di una vita, costantemente disponibile… non risponde più al telefono.

I personaggi noti diventano ignoti, mentre quelli ignoti ci appaiono più che vagamente famigliari, le loro condizioni spiacevolmente conosciute. Condizioni che quotidianamente al telegiornale si liquidano tra le altre notizie, passando per “parte della quotidianità” e suscitando molto meno orrore di quanto dovrebbero. Esmeralda, una tra i nuovi volti, non riesce più a vivere, costretta a una frenetica fuga dal suo persecutore, il suo ragazzo; Montini si sente fuori posto dovunque, non è mai davvero riuscito a uscire dal personaggio che gli era stato cucito addosso durante gli anni scolastici, i peggiori della sua vita. Entrambi tenteranno di rifiutare l’appellativo di “vittime”, reagendo in modi opposti al loro oppressore. Entrambi decideranno d’agire quando vedranno messa a repentaglio non la propria incolumità, ma anche quella dei loro cari. Esmeralda e Montini due facce dello stesso spiccio.

Io non sono come quelle là […] non voglio mancare di rispetto, però credo che loro sono signore che prendono le botte dal marito, no? Hanno paura, sono venute a chiede aiuto. Io non ho paura, non sono venuta qua per quello. Io sono zero vittima.”

Quelle donne stanno qua proprio perché non voglio più stare nel ruolo della vittima. Sono venute a cerca alleate.”

Io quello volevo dire, lo capisco, è normale quando uno è più debole.”

Ma mica è un segno di debolezza. Le guerre si vincono con le alleanze, mica da soli contro tutti.”

Due spicci, Zerocalcare

I nostri mostruosi coinquilini

Convivere e condividere non hanno mai fatto così tanta paura. Potremmo definire anche questi due verbi come appartenenti allo stesso spiccio, d’altronde nessuno sa cosa avvenga nelle case altrui, finché non si inizia la convivenza. Su un piano più metaforico però tutti noi siamo costretti a convivere con le nostre paturnie interiori, quotidianamente. Le cose potrebbero davvero andare così storte se condividessimo, almeno in parte, con altri che non siano la nostra lapidaria coscienza, questi nostri mostruosi coinquilini interiori? Tramite la serie, Zerocalcere tenta di rispondere a questa domanda condividendo con gli spettatori parte dei suoi terrori. Questo non è stato un processo affatto semplice, come testimoniato dall’autore stesso, con i fumetti è meno complesso: lui, la matita e il blocco da disegno. Nell’animazione invece il processo è estremamente più lungo e, soprattutto, non è svolto in solitaria. Ma dobbiamo ringraziarlo, perché alla fine ha scelto di condividere, mostrando tutta quella gamma di emozioni che spesso, per paura, segreghiamo, lasciando che implodano rovinosamente al nostro interno.

Ma la serie parla anche di relazioni con coinquilini tangibili, di quanto queste possano lentamente intossicare senza rendersene conto. Ci si abitua a quei miasmi, non realizzando quanto sia disfunzionale ciò in cui ci si sta incastrando a forza, perché “in fondo ci vogliamo bene” anche se “le nostre discussioni mi spaventano”. Gli estenuanti giorni di litigate ed urla li valgono davvero quei pochi istanti di “quando non ci urliamo addosso è un amore”? A volte, forse, bisogna solo avere il coraggio di riconoscere il proprio malessere, nonostante sia travestito da normalità, ma vivere nel terrore non è normale. Tutto ciò rende la miniserie più personale e introspettiva rispetto alle precedenti. Una specie di brutale slice of life, carico di rimuginii interiori, che mostrando i propri mostri costringe il pubblico a scendere a patti con i propri. Condividere il problema non lo risolve, ma lo rende più sopportabile e meno difficile da gestire.

Gente risolta non lo si diventa mai.

Due spicci, Zerocalcare

Le canzoni come seconde voci narranti

Due spicci fomenta la nostra nostalgia delle sigle. Ogni episodio infatti si apre infatti con un estratto dalla canzone Non ti riconosco più. Il brano è stato appositamente composto dall’artista Giancane, che già in precedenza aveva collaborato con Zerocalcare per la realizzazione delle sigle di Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo. La sigla è una componente importante: grazie questa si più facilmente intuire l’atmosfera della serie e leggere tra le note qualche piccola anticipazione, ma l’arte del prevedere i futuri accadimenti della serie tramite intro è un’abilità andata ormai quasi perduta.

Per tutti i grilletti facili del “salta sigla”, sparse per il resto della serie vi sono molte altre canzoni, provenienti direttamente dagli ultimi anni Novanta e i primi del 2000. Queste diventano elementi essenziali per la narrazione andando a creare una sinergia tramite la quale le emozioni non sono solo mostrate, ma anche fatte ascoltare. Lasciate che sia la musica a elaborare l’accaduto per voi.

Perché ogni frame ci fa dire “amo, troppo io”

Tra tutte le serie nate dal connubio tra Zerocalcare e Netflix, questa risulta essere quella a maggior tasso di immedesimazione (“amo, troppo io”), riuscendo a portare tre generazioni a identificarsi nei suoi protagonisti. La domanda che sorge è: in che modo riesce a far parlare quelle categorie generazionali – Boomer, Millennial e Gen Z – in cui oggi sembra inevitabilmente spaccata la nostra società? La risposta non è univoca: possono essere i costanti rimandi agli anni ’90, nostalgici per coloro che gli hanno vissuti e un mito per chi li ha solo sentiti raccontare dai propri parenti. O magari il fatto che la serie sia colma di citazioni, easter eggs e locandine di film con titoli storpiati che catturano la curiosità impedendoti di distogliere lo sguardo, portandoti inevitabilmente a riguardarla una seconda volta per “non farti sfuggire alcun dettaglio”.

O forse il fatto che “ogni città è paese”. Roma è amata incommensurabilmente dal fumettista, la loro è un’amicizia che concede più di qualche presa in giro. Ma esiste, in fondo, una così immensa differenza tra la capitale e una qualunque altra città italiana? I disagi presenti (e persistenti) nelle città sembrano avere il dono di dilagare dovunque, arrivando persino a scavalcare i confini geografici. È anche grazie a questa narrazione del disagio cittadino diffuso, che la serie riesce ad arrivare a un vasto pubblico. Che siate immutabili nonostante lo scorrere del tempo, che siate intrappolatə in un ruolo, stanchə d’interpretare, o che esistiate semplicemente in quanto esseri pensanti, la serie troverà il modo d’arrivare anche a voi, facendo sentire voi e i vostri mostruosi coinquilini interiori un po’ meno solə.

Guarda il trailer di Due spicci

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