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Slewfoot: Perdonaci Padre, perché (ti) abbiamo dimenticato

Slewfoot: Perdonaci Padre, perché (ti) abbiamo dimenticato

Slewfoot. Una storia di Stregoneria è una piccola perla per gli amanti delle atmosfere cupe, delle ribellioni femminili, dei film A24 e delle voci nel bosco che chiamano il vostro nome tra i sussurri del vento. È un regalo al lettorato italiano da parte della casa editrice La bottega dell’invisibile, che si impegna nel portare alla luce storie oscure, orrorifiche e strambe per tutte le età. Tiffany Vecchietti e Valentina Chioma hanno lavorato insieme per tradurre una delle opere più recenti di Gerald Brom, noto illustratore e scrittore statunitense.

Tra demoni e spiriti, incantazioni e rituali, quella che emerge è una storia profondamente umana, dove la vera bestialità è familiare, mascherata da parole di “vera” fede, buona creanza e controllo sociale.

La trama di Slewfoot: "Non avrai altro Dio al di fuori di me"

1666. Agatha, neocolona del Connecticut, perde il marito in circostanze bizzarre. Una donna da sola in un villaggio puritano difficilmente può esistere senza incorrere nel giudizio altrui o, chissà quando, nella collera divina. Eppure, Agatha difende con le unghie e con i denti la propria ritrovata indipendenza. Il lavoro nei campi è duro, ma ha un inaspettato alleato nel signore della Foresta che, senza memoria di sé, si trova affascinato da questa creatura ramata, che tanto si dispera per domare la terra da lui comandata.

Tra spiriti vendicativi, leggende che si dimostrano verità e memorie che ritornano, il rapporto tra Agatha e colui che si fa chiamare Slewfoot cresce, un dinamico e inaspettato duo. Fino a quando a dover essere affrontati non sono più i capricci di Madre Natura. Agatha deve mostrarsi più intelligente e scaltra, piegando le leggi bibliche per non vedersi sottrarre le proprietà dal cognato, che se riuscisse nel proprio intento trasformerebbe la fanciulla nella propria schiava. Slewfoot si trova invece a dover affrontare il proprio passato, e la resa dei conti con le azioni che ha compiuto è quanto di più umano che una divinità possa incontrare. Tra vendetta e riappacificazione, troveranno entrambi la propria verità.

Thomasin e Agatha: i volti femminili del primo colonialismo in America del nord

Se avete visto The VVitch: a New England Folk Tale della A24, l’ambientazione di Slewfoot vi sembrerà similare. Le due storie ruotano intorno a una giovane figura femminile all’interno di un nucleo familiare che vive segregato rispetto al villaggio coloniale, ai margini di una società chiusa, bigotta e timorosa. Gli abiti puritani stanno strette a entrambe; il ruolo di donna silenziosa, servile e compiacente inadatto, uno stampo in cui non riescono a entrare o essere forzate.

A differenza di Thomasin, però, Agatha ha conosciuto una vita diversa, da bambina. Lei non è nata nel nuovo continente, ma è stata spedita come moglie per i coloni dal padre. Dalla grigia Londra è passata al verde incontaminato di una terra selvaggia e respingente, dove l’impiego principale oltre al lavoro nei campi sembra essere quello di giudicare, al posto del Signore, il comportamento del prossimo. Entrambe sono trattate come proprietà del proprio padre-padrone, a disposizione come un oggetto da poter usare, vendere, disporne.

Agatha, illustrazione di Brom

La loro è una storia di ribellione, di ritrovamento del sé. È una storia di femminismo. Di rabbia. Di libertà conquistata con il sangue. Di una crudezza affascinante, senza necessità di rendere gradevoli a chi legge – o vede il film – i passaggi necessari a perdere le proprie catene. In Slewfoot il femminile è matriarcale, ancestrale, in contatto con la natura e con il prossimo. È ciò che teneva insieme il mondo prima che venisse avvelenato dalla presenza dell’uomo (inteso in tutte le sue sfaccettature, come essere e come genere), ciò che è pronto a vendicarsi per il torto subito – una delle tematiche che sorregge la storia, senza la quale il libro non riuscirebbe a colpire così nel profondo. E include una delle violenze di genere storicamente più sistemiche, quella della caccia alle streghe.

Motivo per cui il finale del libro è ancora più dolce, un lieto fine dal sorriso lupesco e i canini affilati.

Un libro che prega di essere scavato, analizzato, discusso

Quella che a prima vista sembra “solo” una splendida storia di fantastico e folklore, ha tra le sue pagine una forte e complessa critica. La società puritana sembra uscire dalle pagine di 1984, un Grande Fratello senza telecamere, solo occhi rapaci di chi è pronto a denunciare un ciuffo di capelli fuori posto, figurarsi la sospetta stregoneria. Un controllo dell’altro che suona familiare, che porta a riflettere su quanto davvero lo abbiamo lasciato nel passato, o quanto forse abbia cambiato forma. Controllo che porta alla forzatura in parti socialmente predisposte, sia nella comunità che all’interno delle mura casalinghe.

E anche la rappresentazione familiare diventa un filo narrativo che si sgomitola tra aspettative, ruoli scolpiti nel granito, intimità e condivisione. Quanto il focolare domestico possa essere rifugio o luogo di amplificazione delle violenze sociali. Violenze che si riflettono indirettamente anche su coloro che fanno parte e sono avvantaggiati dalla struttura colonialista patriarcale. Nella rigidità dello schema imposto, infatti, nessuno sfugge alla punizione che deriva dallo scostarsi dal tracciato, neanche chi quello schema ha aiutato a disegnarlo e metterlo in atto.

Un altro grande tema è presente nel libro fin dalla nota di traduzione. Si tratta del colonialismo, dell’azzeramento culturale delle popolazioni indigene, dell’espropriazione e sfruttamento delle risorse umane e materiali, in nome di un’inesistente superiorità dovuta al colore della pelle, protetta con polvere da sparo e cappi al collo. L’assimilazione sociale diventa arma di divisione e cancellazione, insieme al colonialismo linguistico e religioso. E il parlarne utilizzando termini spregevoli e dispregiativi è una scelta di veridicità storica fatta consapevolmente, così come una traduzione fedele all’originale che prende nota e si discosta dall’intrinseca violenza del linguaggio. E anche se Agatha è la protagonista, non scende in secondo piano la storia delle popolazioni indigene: è il cuore pulsante del folklore su cui il libro si basa, senza il quale non perde potere solo Slewfoot, ma la storia stessa.

Leggete Slewfoot

O quantomeno aggiungetelo in TBR. Se non per l’arricchimento culturale che un libro del genere porta, almeno per le riflessioni che fa scagionare. Non è una lettura leggera, e non ha pretese di esserlo, ma lo stile semplice e senza troppi fronzoli della narrazione assorbe lə lettorə in un’avventura folle. E se questo non dovesse bastare, leggetelo per scoprire chi sono i personaggi delle splendide tavole illustrate.

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