
La chiave delle ombre, il lato oscuro dell’età georgiana
Lugubre e atmosferico, La chiave delle ombre è il libro perfetto per le notti di pioggia. Dopo il successo di Pandora, Susan Stokes-Champan torna con un altro romanzo storico dalle tinte misteriose e inquietanti, portato in Italia da Neri Pozza nella traduzione di Alessandro Zabini.
«Ah, sì» sussurra lei. «Lo vedo chiaramente. Vedo molte cose, sapete?»
Circospetto, Henry la scruta. «Cosa vedete?»
«Cose di cui avreste terrore. Dentro ciascuno di noi alberga un demone.»
La chiave delle ombre, Susan Stokes-Chapman
La chiave delle ombre: la trama in breve
Nel 1783, dopo uno scandalo che ha sgretolato la sua fama, il giovane chirurgo londinese Henry Talbot è costretto ad accettare un impiego ben al disotto delle sue capacità: diventare il medico di un paese sperduto nel distretto di Meirionnydd, nel Galles più profondo. Ad accoglierlo si presenta Lord Julian Tresilian, proprietario del maniero di Plas Helyg, con una richiesta ufficiosa ben specifica: Henry dovrà occuparsi delle crisi di follia di Gwen Tresilian – cognata di Julian e reale proprietaria del maniero, per quanto incapace di gestirlo – e, nel frattempo, accertarsi che la malattia non sia stata ereditata da Linette. Nipote ribelle di Julian, unica figlia di Gwen e orfana di padre, Linette Tresilian ha raggiunto i ventisei anni senza un particolare talento nelle arti femminili né interesse alcuno per il matrimonio. Al contrario, si mostra pericolosamente indipendente mentre si affaccenda a prendere le parti dei fittavoli contro le scomode ingerenze del cugino Julian.
Calato in un contesto pregno di credenze religiose e folkloristiche che portano a diffidare dei metodi scientifici, Henry fatica a svolgere il suo lavoro, figuriamoci a integrarsi. Quando, tuttavia, scopre che il suo predecessore è morto in circostanze sospette, con una terribile maschera di paura scavata sul volto, decide di rimanere per indagare. «L’unica a poterlo aiutare però sembra proprio Linette, la sola di cui gli abitanti del villaggio si fidino davvero. Linette che forse ha ereditato la malattia della madre. Linette che sospetta qualcosa si stia agitando nell’ombra, qualcosa che ha a che fare col grimorio che Julian conserva nella libreria…» (Fonte: neripozza.it).
Il Galles georgiano, tra colonizzatori inglesi e miti radicati
Per ammissione della stessa autrice nella sua nota finale, La chiave delle ombre è una «lettera d’amore al Galles e al tempo stesso un riconoscimento delle sue tradizioni non sempre luminose e belle». Eppure, suo malgrado, si è trasformata in un involontario «studio della storia sociale del Galles attraverso la lente dell’età georgiana».
Nel XVIII secolo, il Galles subì un’aspra colonizzazione da parte degli inglesi, convinti che il paese versasse in condizioni oltremodo arretrate. I proprietari terrieri imposero la propria lingua, comprarono terreni dalle famiglie locali per abbattere le fattorie e costruirvi lussuose abitazioni che avrebbero utilizzato soltanto durante i soggiorni estivi. Il tutto denigrando la fortissima identità folkloristica che caratterizzava il Paese – non a caso, la Terra dei Draghi –, che forse si è lasciato piegare nel corpo ma certamente non nello spirito.
«Mito e religione vanno insieme. Per credere nell’uno si deve semplicemente credere nell’altra. Inoltre molte leggende, come quelle della nostra Dama del Lago, parlano a una parte di noi che è più razionale. Sono lezioni di vita! […] Non rubare, non uccidere… oppure non colpire tre volte la fata, come nel caso dello sventurato marito della Dama del Lago. Se si ignorano queste lezioni si deve sempre pagare un prezzo e tutto ciò rafforza le nostre credenze nel soprannaturale, nello spirituale e nella vita dopo la morte.»
La chiave delle ombre, Susan Stokes-Chapman
Quando si trasferisce a Plas Helyg, un uomo di scienza come Henry non può che rifiutare le credenze popolari che gli vengono propinate: i religiosissimi abitanti del paese tinteggiano le porte delle case di bianco per scacciare il diavolo, l’aria nella camera di Gwen Tresilian è irrespirabile per via dell’aroma di vaniglia e ginestrone che dovrebbero proteggerla dagli spiriti maligni… La sua nazionalità inglese è già sufficiente a indurre il villaggio a rifiutarlo, tanto da attentare alla sua vita con un misterioso proiettile vagante, e Henry sarà costretto a smussare gli spigoli dei suoi princìpi per farsi accettare. Da questo punto di vista, l’ostracismo operato dagli abitanti del paese nei confronti del dottore risulta perfettamente realistico, dipinto con le tinte scarlatte della vendetta e dell’ostinazione perpetrata attraverso le generazioni.
La chiave delle ombre: un dialogo tra mito, scienza e religione
Per essere stata soprannominata «l’età della ragione», il XVIII secolo ha fornito i natali a numerosi studi tutt’altro che razionali. Il fascino nei confronti dell’occulto, infatti, è proprio in questi anni che si è sviluppato. Complice il Grand Tour, che ha permesso agli aristocratici di entrare in contatto con culture straniere e lontane, si è intensificato l’intreccio tra scienza e religione – tra razionale e irrazionale, tra umano e sovrannaturale, tra bene e male.
La magia dovrebbe essere considerata come una sorta di scienza non ancora spiegata. Talvolta usiamo i miti e le leggende per razionalizzare ciò che non capiamo. Gli arcobaleni diventano ponti attraverso i mondi, i terremoti sono spiegati con le lotte fra bestie gigantesche, i rumori strani della foresta sono le voci degli spiriti smarriti. Queste storie aiutano ad attribuire significato ai fenomeni insoliti.
La chiave delle ombre, Susan Stokes-Chapman
Nel romanzo di Susan Stokes-Chapman, le ombre – ossia gli spiriti maligni, i demoni – che la chiave è in grado di evocare sono impersonate da Berith. Descritto in sella a un cavallo rosso, coronato d’oro e vestito di un’uniforme militare, Berith appare negli scritti di demonologia come una figura estremamente criptica: duca degli inferi, capo degli archivi infernali, si diceva potesse rivelare segreti passati, presenti e futuri. Inoltre, soprattutto, è in grado di trasformare qualunque metallo in oro. È proprio intorno alla figura di Berith che si raccoglie il circolo di Julian, con in suo grimorio dal sigillo inquietante e le pagine coriacee griffate con il sangue.
Hellfire clubs, i circoli esoterici del XVIII secolo
Generalmente, i testi esoterici fioriti in epoca georgiana attingevano a opere ben più antiche, scritte in latino, francese, tedesco o italiano. Durante il Gran Tour è stato facile per gli aristocratici entrare in contatto con questo genere di volumi e rimanere affascinati dalla dimensione conturbante dell’occulto. Il termine Hellfire Club (“club del fuoco infernale”) si riferisce a una serie di circoli privati dell’alta società britannica e irlandese sorti nel XVIII secolo. Il primo ufficiale fu fondato nel 1718 ad opera di Philip Wharton, primo duca di Wharton, ma il più famoso è certamente l’Ordine dei Monaci dell’abbazia di Medmenham, istituito intorno alla metà del secolo da Francis Dashwood, undicesimo barone le Despencer. Il circolo andò avanti a radunarsi in segreto per quasi quindici anni, un periodo durante il quale gli adepti indossavano abiti esotici e si abbandonavano all’ubriachezza e alla depravazione.
Nella nota finale, Susan Stokes-Chapman ammette di aver attinto numerose fonti differenti per l’ispirazione riguardante il circolo di Julian Tresilian, che rimane un’opera di finzione.
Un nuovo classico gotico?
Il ritmo della storia procede bene, forse un po’ lento nella prima metà del libro, ma tutto sommato godibile nei suoi momenti di riflessione storica che si alternano ai picchi incalzanti dell’indagine. Lo stile è atmosferico ed estremamente scenografico – bellissime sono le descrizioni del paesaggio gallese, brusco quanto i suoi abitanti, e della miniera, che denotano una conoscenza diretta nonché una ricerca approfondita – eppure, il romanzo si è discostato da quanto anticipato dalle premesse. La chiave delle ombre, infatti, inizia con un potentissimo prologo gotico. Inquietante, radicato in un sottobosco di leggende antiche, preannunciava una storia veramente spiritata. La nuvola di soprannaturale si è dissipata in breve – molto breve – tempo e, se da un lato posso capire la scelta narrativa di concentrarsi sulla malvagità umana anziché demoniaca, dall’altro sono rimasta ugualmente con un retrogusto amarognolo in bocca.
Parte di questa colpa è da attribuirsi al finale. Senza scendere nei particolari del colpo di scena, basti dire che le motivazioni del nostro “cattivo” sono relegate a un lunghissimo monologo di confronto con i protagonisti, della serie: “Sto per ucciderti, ma – ehi! – lascia che ti spieghi perché lo sto facendo”. Per essere stato caratterizzato da un ritmo lento per tutta la parte iniziale, il romanzo è terminato abbastanza improvvisamente. Gli stessi protagonisti, dal cui punto di vista alternato era raccontata la storia, si sono rivelati quasi degli sconosciuti, al raggiungimento dell’epilogo. Pur essendo dotati di una backstory interessante e diversificata, Henry e Linette risultano figurine che avrebbero meritato un approfondimento psicologico ben più profondo. Alla sessualità di Linette, ad esempio, esiste un unico riferimento, tanto vago da credere di esserselo immaginato.
Tirando le fila... La chiave delle ombre: top o flop?
La chiave delle ombre sviscera un mistero intrigante, sufficientemente solido sul piano della trama. I colpi di scena, cadenzati nei punti corretti, generano sorpresa ma forse non al massimo del loro potenziale: numerosi indizi sono sparsi per la storia, così tanti ed evidenti che sembrano strizzare l’occhio al lettore poco esperto del genere. Sono presenti riferimenti a elementi sovrannaturali tipici del folklore gallese, spesso inquietanti nella loro leggenda, ma senza arrivare mai a inquietare davvero la narrazione. Con uno sviluppo che sarebbe potuto essere forse una cinquantina di pagine più breve, La chiave delle ombre rimane una lettura piacevole per gli appassionati del genere, un romanzo prettamente storico, nel quale il mistero gioca un ruolo da protagonista, a differenza della dimensione sovrannaturale.