
Isabella Nagg e il vaso di basilico, la recensione
Luglio 2025 ha portato sugli scaffali delle librerie italiane un titolo alquanto pittoresco: Isabella Nagg e il vaso di basilico di Oliver Darkshire. Si tratta di un romanzo che interseca il cozy fantasy al weird, due generi completamente diversi che, tuttavia, Oliver Darkshire fa convivere in un bizzarro matrimonio. Il termine più giusto che mi viene in mente per descrivere Isabella Nagg e il vaso di basilico è – i puristi delle Lettere mi perdoneranno per questo neologismo pescato direttamente da Pinterest – goblincore: un’estetica disordinata e verdeggiante, che odora di muschio e pioggia, la cui creatura di riferimento è proprio il goblin, un essere bruttino, bitorzoluto, con una gran passione per i dispetti e per la frutta maledetta.
Trame a basso conflitto e avventure senza capo né coda
Tra le principali caratteristiche del cozy fantasy ci sono proprio le trame a basso conflitto, ossia trame che non pongono i personaggi di fronte a grandi conflitti, a pericolosi ostacoli da superare, a domande drammaturgiche complesse. Spesso una trama a basso conflitto è l’elemento che mi fa storcere il naso di fronte a questo sottogenere letterario, che me lo rende un po’ insipido, addirittura noioso. Tuttavia, Oliver Darkshire è riuscito a sfruttarlo al meglio: una trama priva di un conflitto forte è diventata il terreno ottimale per dare libero sfogo ad un estro narrativo che si basa su ironia, grottesco e surreale.
Non tutti i villaggi avevano uno stregone, né tutti gli stregoni appartenevano a un villaggio, ma le due cose in qualche modo di attiravano a vicenda. I tentativi di studiare questo fenomeno di solito finivano con un buco nell’acqua, per via della mancanza di consenso accademico su cosa fosse davvero uno stregone, quante case costituissero un villaggio, e che unità di misura utilizzare.
Isabella Nagg e il vaso di basilico, Oliver Darkshire
La nostra storia ha luogo nel villaggio di East Grasby, confinante con una valle dove ogni estate si raduna il Mercato dei goblin. A tenere a bada i piccoli furfanti e la loro frutta maledetta è lo stregone del villaggio, nel nostro caso Bagdemagus. I Nagg, dal loro canto, sono solo una coppia di coniugi che vivono in una fattoria sciagurata in cui non fanno che crescere piante di mandragora, utili a Bagdemagus per i suoi incantesimi. Un giorno, per volere del Fato o della semplice coincidenza (o della stupidità del Signor Nagg), il Gramaire per Tutti gli Usi di Bagdemagus – che affermava di contenere tutto lo scibile magico e anche un po’ di più, dai rimedi casalinghi ai sortilegi fai-da-te – cade nelle mani della scontrosa signora Nagg, la quale scoprirà di avere una particolare affinità con la magia…
Isabella Nagg e il vaso di basilico tra risate e follia
Leggere Isabella Nagg e il vaso di basilico si è dimostrata una lieta parentesi di puro riposo mentale: farsi troppe domande riguardo questo testo, infatti, non è molto utile. Esso pare essere scritto per quelle persone che amano rilassarsi guardano una puntata di What we do in the shadow: un po’ dark, un po’ magica, assolutamente folle. La scrittura dell’autore cattura sin dalle primissime pagine con un tono narrativo leggero ed incalzante, ricco di un’ironia leggera come una piuma, la quale mi ha ricordato moltissimo la scrittura della serie tv Dirk Gently, anch’essa insuperabile se si è fan dell’umorismo sopra le righe.
Preparatevi ad incontrare una coppia di sposi che non si sopportano a vicenda, asini parlanti che, una volta acquisita una coscienza, decideranno di battezzarsi con il nome di “Culetto”, vasi di basilico ruffiani e imprenditrici ultra-capitaliste con una sconveniente passione per lo schiavismo. A trascinarci in questo turbine di personaggi e situazioni bizzarre è un narratore onnisciente con una voce sagace, che sembra prendersi gioco dei suoi lettori tanto quanto della sua storia. Eppure, Isabella Nagg e il vaso di basilico non vuole essere solo un’estesa barzelletta surreale, ma anche un racconto di trasformazione.
Da "la signora Nagg" a "Isabella"
Cosa significa trovare la propria vocazione? Cosa comporta essere davvero portati per una cosa, qualcosa che, inspiegabilmente, sentiamo ci appartenga più di qualunque altra? Mentre la facciamo, ci sentiamo davvero noi stesse, siamo noi stesse, ed è una sensazione impagabile. Questo è ciò che avverte Isabella quando usa la magia, nonostante essa spesso si riveli complessa, oscura e dibattuta. Ma Isabella la comprende meglio di quanto non faccia con il suo insipido stufato, o con il suo insopportabile marito. La magia è il motore della trasformazione, una trasformazione che avviene nel corpo e nella mente di una donna di mezza età, la quale, tuttavia, non ha paura di cambiare ruolo sul palcoscenico della vita. Oliver Darkshire ci dà quindi una lezione sulle fini e sui nuovi inizi, sul cambiamento e sulla rinascita. Si può cambiare vita? C’è una data di scadenza entro cui poterlo fare? La risposta è: no, purché si abbia il coraggio di smuovere un po’ le acque, di afferrare un grimorio e impasticciarsi con qualche incantesimo.
Isabella perdonò la signora Nagg e se la sfilò di dosso, lasciandola cadere sul pavimento della camera da letto come la vecchia pelle di un serpente.
Isabella Nagg e il vaso di basilico, Oliver Darkshire