
The Boys, il peso di cinque stagioni sopra le righe
La stagione finale di The Boys, disponibile in Italia su Prime Video, ci riporta ancora una volta in un mondo fatto di violenza, sete di potere e prepotenza. Ma resta la domanda: rende giustizia a una serie che si era presentata come qualcosa di profondamente diverso dalla massa, promettendo imprevedibilità e una continua rottura delle regole?
Uno sguardo senza spoiler alla stagione finale
Arrivati alla conclusione di The Boys, emerge una sensazione difficile da ignorare: quella di trovarsi davanti a una serie che, nel tentativo di spingersi sempre oltre, ha finito per scontrarsi con i propri limiti. Dopo anni di esplosioni, sangue, caos generalizzato e una continua lotta contro il potere che un tempo rappresentavano il cuore pulsante della narrazione, oggi sembrano aver perso parte della loro capacità di sorprendere. Semplicemente perché gli spettatori si sono desensibilizzati alla violenza messa in atto; è diventata così normale da non essere più un vero e proprio elemento di shock. E questo, purtroppo, è il destino di molte opere fondate sull’escalation continua.
Quando ogni stagione promette di superare la precedente, arriva il momento in cui ti scontri con il confine che c’è tra un evento spettacolarizzante e un episodio che perde credibilità e diventa solo ridicolo. In questo senso, la stagione finale sembra contaminata dalla stanchezza e persino il finale, che dovrebbe rappresentare l’apice di quello che si è costruito, sembra fiacco e debole, fin troppo controllato, per una serie come The Boys.
Il caso più evidente di questa stanchezza diffusa è Patriota. Fin dalla prima stagione il personaggio viene costruito come una minaccia inarrestabile, una bomba pronta ad esplodere e radere al suolo tutto quello che trova sul suo cammino. Eppure, anno dopo anno, quel momento viene continuamente rimandato. La sua parabola resta coerente con la psicologia del personaggio, ma la tensione che dovrebbe accompagnarla si affievolisce. Per dirla in breve, Patriota sembra vicino all’esaurimento nervoso almeno dalla seconda stagione, e ormai arrivati alla quinta, dove ancora continua ad essere sul ciglio di un precipizio mentale, lo spettatore ormai non sa più se arriverà mai davvero la caduta.
È anche vero che Eric Kripke, creatore della serie, ha spiegato in un’intervista a Rolling Stone di non aver mai immaginato un finale completamente nichilista. Nonostante la serie sia sempre stata cinica e brutale, Kripke sottolinea la volontà di lasciare spazio a un’idea diversa, quella dell’amore, dei legami e della solidarietà come possibile forma di resistenza. Non una redenzione totale, ma una chiusura più umana, coerente con i personaggi più che con la spettacolarità dell’eccesso.
Sorvolando sul finale in sé, su cui non faremo spoiler, la domanda che sorge spontanea è se questa conclusione sia stata realmente preparata nel corso delle stagioni precedenti. La risposta è un qualcosa che si ferma in mezzo, un timido nì. Perché se da un lato la serie continua a interrogarsi sulle conseguenze del potere assoluto, dall’altro sembra aver progressivamente perso interesse per il mondo in cui quel potere si fa strada.
Uno degli aspetti più interessanti di The Boys è sempre stato il rapporto tra i super e la società che li circonda. Le prime stagioni mostravano con attenzione il modo in cui propaganda, paura e spettacolarizzazione influenzavano la vita quotidiana delle persone comuni. Nell’ultima stagione, invece, la vicenda si concentra quasi esclusivamente sulle figure al vertice, mentre la popolazione non appare più nemmeno sullo sfondo. Ed è forse qui che emerge il tasto più dolente di questa ultima stagione, perché quando il mondo smette di reagire agli eventi che lo attraversano, anche gli eventi stessi finiscono per sembrare meno significativi.
La profezia che si autoavvera
Quello che però rimarrà sicuramente negli annali è l’incredibile somiglianza che i fatti di questa stagione di The Boys mettono in atto, con la realtà politica contemporanea, in particolare quella statunitense. L’esempio più evidente è la figura di Patriota, sempre più distante da qualsiasi forma di equilibrio mentale, fino a sviluppare un vero e proprio complesso messianico e a convincersi della propria natura divina dopo l’apparizione di un presunto “angelo”.
Impossibile, al momento, non ricollegarla all’immagine diventata virale che raffigurava Donald Trump come una figura angelica intenta a soccorrere dei feriti, con la bandiera americana sullo sfondo. L’immagine è stata successivamente rimossa, ma la sua diffusione ha mostrato quanto certi meccanismi di idolatria politica non appartengano più soltanto alla satira o alla fantascienza.
The Boys, che un tempo era una distorsione grottesca del presente, sembra oggi riflettersi nel presente stesso. In un’intervista alla CNN lo stesso Kripke commenta: “È stato inquietante. Abbiamo scritto la stagione due anni fa. Non stavamo pensando all’amministrazione Trump, ma a contesti guidati da leader estremi. Non sono particolarmente contento di ritrovare questi segnali nella realtà politica attuale.”
Purtroppo per Kripke, questo allineamento tra finzione e realtà finisce anche per indebolire parte della forza satirica della serie. Molte situazioni che sulla carta dovrebbero apparire assurde, esagerate o ridicole vengono percepite con meno stupore proprio perché il contesto politico e mediatico contemporaneo ci ha abituati a dinamiche simili. Quello che un tempo sarebbe sembrato una caricatura estrema oggi appare, in alcuni casi, come una semplice amplificazione di fenomeni già esistenti.
È il paradosso più interessante dell’intera serie: nel tentativo di spingere sempre più in là la critica sociale, The Boys è stata raggiunta dalla realtà. E quando la realtà inizia ad assomigliare alla satira, questa perde inevitabilmente parte della sua capacità di scioccare.
Conclusione
Chiudere una serie come The Boys non era semplice. Per anni ci ha promesso rottura, sconvolgimento degli equilibri, eventi totalmente inaspettati e situazioni al limite dell’assurdo. E forse la stagione finale ha un retrogusto amaro proprio per quelle promesse che non sono state mantenute. Il finale di The Boys sceglie infatti di muoversi su percorsi sorprendentemente familiari. Molte delle questioni centrali vengono chiuse in modo prevedibile.
Più che il racconto di una caduta, questa stagione sembra il confronto con l’eredità ingombrante di una serie che, per anni, ha chiesto a sé stessa di essere sempre più estrema e provocatoria della volta precedente. E forse il limite di questa conclusione non è quello di aver raccontato male la propria storia, ma di averla conclusa, paradossalmente, proprio nel modo che ci aspettavamo.