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Canta il mio nome. La profezia di Atalanta è per i cuori giovani e selvaggi

Canta il mio nome. La profezia di Atalanta è per i cuori giovani e selvaggi

La tradizione l’ha cantata come l’unica donna nella generazione illustre degli eroi. Argonauta, cacciatrice, principessa. Atalanta è stata tutto, forse anche di più. E magari è per questo che le riscritture si affollano, vanno e vengono come la marea, perché dal mito nasciamo e del mito ci nutriamo. Primo retelling mitologico a comparire nel catalogo de Il Castoro Off, Canta il mio nome. La profezia di Atalanta di Teodora Manes sviscera la bestialità che in ognunə di noi si nasconde. La riconosce, la accetta.

La prima cosa che conta è il mio nome. La seconda, la mia famiglia. La terza cosa è la dea. La quarta, il bosco. È importante sapere su quali gambe si regge il piano della propria vita, e queste sono le mie. Il mio nome dice cosa sono: Atalanta, una principessa achea, una figlia d’ambra dell’Arcadia. E il mio nome dice anche cosa non sono: una donna come tutte le altre. Atalanta significa “colei che è uguale in peso a un uomo” e in questa terra di uomini il mio peso dev’essere ben alto, per pareggiare sulla bilancia il mio valore.

Teodora Manes, Canta il mio nome. La profezia di Atalanta

Atalanta, cacciatrice di Artemide

Conosciamo Atalanta quando ha tredici anni e detesta la vita da principessa. Atteggiarsi in ghingheri, danzare per attirare l’attenzione, ridere dietro la mano, vivere in funzione di un’apparenza. Datele un arco in mano, l’erba del bosco sotto ai piedi scalzi. Povera ragazza, la compatisce la gente, lei che è orfana di madre e senza un modello rigido di femminilità si sta perdendo nei meandri di un’adolescenza scriteriata che finirà per danneggiare lei e soprattutto la sua reputazione.

Quella è anche l’età in cui la conosce Artemide, l’eterna «bambina demone». Un epiteto che centra il bersaglio con la letalità di una freccia. La dea delle selve l’accoglie come sua protetta e da quel giorno – quella notte, quando il nero kohl cola lungo le guance umide di lacrime – Atalanta vive in un sogno. La realtà così banale e concreta dei doveri di palazzo si sospende nell’illusione onirica di un’infanzia prolungata. Giochi tra amiche, fughe nel bosco, e poi le cacce e il sangue delle prede e il cuore che è un tutt’uno con il tremito delle foglie. Eppure, non è niente di più: una sospensione. Posticipare il futuro, relegarlo in un angolo, scacciarlo via nella speranza di dimenticarlo finché non ritorna con violenza a chiedere il conto.

La profezia, tra mito e rielaborazione

Forse è questa la grande costante dei miti. Non tanto gli dei e i mostri e le imprese degli eroi, ma quella forza che tutto tiene insieme: il Fato. Le profezie non sono altro che lo sfizio ironico di un destino che mette a parte gli uomini senza farlo davvero. Perché, si sa, le profezie sono sibilline per definizione, ma su una cosa si può andare sul sicuro: si avverano sempre.

Quella di Atalanta è una strana profezia, che contraddice i dettami di una società intera. Se si sposerà, la sua vita mortale avrà fine. Non che a lei importi più di tanto, se già ha deciso di votare la sua vita alla castità del culto di Artemide. Ma cosa accade se, da un momento all’altro, il padre decide di darla in sposa? Soprattutto, cosa accade se Atalanta sperimenta quel sentimento che ha giurato di rinnegare?

Le due Atalanta

Come spesso accade, i miti presentano diverse versioni. Se però capita che queste differiscano (Elena è partita per Troia o è rimasta in Egitto? Lo voleva davvero?), il filone che riguarda Atalanta si presta stranamente all’intreccio. Il primo a parlarne il linea cronologica è Apollodoro, citando un’opera di Euripide che non ci è pervenuta, il Meleagro. Questa tragedia si rifarebbe alla versione più arcaica del mito, quello che vede la giovane Atalanta principessa di una città greca. Sua caratteristica principale è il legame con la natura, forgiato dai primi giorni di vita. Il padre, infatti, l’avrebbe abbandonata nel folto del bosco perché deluso che non fosse un erede maschio, ma Atalanta sarebbe sopravvissuta grazie a un’orsa che l’ha allattata.

(L’esposizione, così si chiamava l’atto di lasciare a morire i neonati tra i morsi della natura, era un atto brutalmente comune nel mito come nella Storia – si pensi al tragico personaggio di Edipo o alle pratiche attestate a Sparta. Il salvataggio a opera di un animale è però un topos della letteratura mitica, ne è un esempio lo stesso Zeus, allattato dalla capra Amaltea, o Paride, anche lui allevato da un’orsa dopo essere stato esposto ancora neonato per via della profezia che lo indicava come distruttore della città di Troia, fino alla Lupa di Romolo e Remo. Tutti archetipi di bambini selvaggi che risuonano ancora oggi nella nostra letteratura).

Mowgli, illustrazione di John Lockwood Kipling per Il secondo Libro della Giungla

L’Atalanta dell’Arcadia è una protetta di Artemide, una cacciatrice sul monte Partenio (nomen omen: il greco parthenos significa proprio vergine), così formidabile da partecipare alla gloriosa caccia al Cinghiale Calidonio. E si distingue al punto tale che Meleagro, a capo della spedizione, le assegna le spoglie della bestia – il mondo passivo-aggressivo della società della vergogna di dire “una donna è stata migliore di me, questo è il tuo premio”. È anche un’Argonauta, oltretutto, dunque fa parte della flotta che Giasone guida sulla nave Argo alla volta della Colchide per conquistare il leggendario Vello d’Oro.

La seconda Atalanta è della Beozia e compare nelle Metamorfosi di Ovidio. Principessa di Tegea, è costretta dal padre a prendere marito. Ma lei è una velocista e accetta di sposare solo l’uomo in grado di batterla nella corsa. Ed è questa probabilmente la versione del mito che più si ricorda di Atalanta: la giovane indomabile che perde per il celebre inganno delle tre mele e subisce poi la trasformazione predetta dalla sua profezia.

Le fonti divergono anche sul nome del compagno di Atalanta. Ippomene o Melanione? Addirittura Meleagro? Teodora Manes si è divertita a intrecciare la matassa delle versioni in una maniera che, anche al palato assuefatto di chi mastica il mito, risulta estremamente interessante.

Un romanzo di formazione

Quanto appare chiaro fin dalle prime pagine è che questa non è la storia di Atalanta-principessa o Atalanta-cacciatrice. È la storia di Atalanta e delle Atalanta. Dell’archetipo della ragazza selvaggia, madre ancestrale di tutte le figlie ribelli. Quel vanto di diversità che la protezione di Artemide rappresenta – la promessa di libertà – non è che l’ennesima catena. In fondo, non è una gabbia anche non poter crescere? E crescere significa sperimentare l’amore e il lutto, significa perdersi, soprattutto significa commettere errori. E forse proprio per questo sarebbe sbagliato scomodare la tanto amata definizione contemporanea di morally gray character: Atalanta è soltanto un’adolescente confusa che cerca la sua strada, che è una cacciatrice e finisce a detestare il sangue, che aborrisce la rigidità della corte ma ne necessita il potere, che si fregia di un nome che poi la costringe, che giura di non sposarsi ma finisce per innamorarsi.

Provare dolore per le prede è segno di profondità, Atalanta. Significa comprendere il vero legame che score tra i viventi. Quell’unità che percorre il bosco, che nutre le driadi e le naiadi, che intreccia le sorti degli dei con quelle dei mortali, e perfino con quelle degli animali, fino ai più umili; orso, cervo, lepre, ratto. In fondo, anche questo è un lato nascosto di Artemide, no? Non è solo signora della caccia, ma anche degli animali. Non è solo la ragazza con l’arco, ma anche la cerva che fugge. Artemide protegge le vergini, ma le donne la invocano durante i dolori del parto. Non ti pare strano? Le cose sono sempre più complicate di quello che sembrano. E tutto, dagli dei agli astri fino a noi stessi, ha una faccia visibile e una nascosta.

Teodora Manes, Canta il mio nome. La profezia di Atalanta

Ippomene e Atalanta, Guido Reni

Serpenti e altre bestie feroci

Un aspetto che non mi è sfuggito (in realtà è sempre un mio pallino, sbirciare l’esergo e fare mille supposizioni sul tono del romanzo che andrò a leggere) è stata l’aggiunta di quello che probabilmente è uno dei frammenti più iconici di Saffo.

Scuote l’anima mia Eros

come vento sul monte

che fracassa le querce;

e scioglie il corpo e lo agita,

dolce amaro indomabile serpente.

Saffo (trad. Salvatore Quasimodo)

In questa versione di Salvatore Quasimodo, la “bestia” in originale è tradotta come “serpente”. Già nella tradizione greca arcaica, il serpente era simbolo di pericolo letale (Medusa), ma anche di guarigione (Asclepio) e del caos primordiale. Nella città di Delfi viveva Pitone, un drago-serpente che Gea aveva generato dal fango e che Apollo uccise, stabilendo lì il suo oracolo.

Ma la nostra contemporaneità si nutre della cultura greca antica tanto quanto di quella giudaico-cristiana, dove il serpente è l’animale che incarna la terra e tutto ciò che di negativo è dell’uomo – i vizi, i desideri della carne. Quindi il serpente striscia sulla terra, striscia sui peccati. Ed è proprio a un serpente che Atalanta associa le sue pulsioni: in conflitto tra l’assecondarle e il mantenere fede alla promessa di illibatezza fatta ad Artemide, il serpente nella schiena di Atalanta soffia e si inarca. Si inarca e soffia, ossessivamente. Un’immagine che torna e ritorna, nelle pagine e attraverso i millenni, perché in fondo non è che un’esperienza universale.

Atalanta e il suo tiaso

La scelta di quel frammento di Saffo non è casuale, nemmeno per un ulteriore motivo. Atalanta, come la celebre poetessa di Lesbo, si circonda di giovani compagne con cui trascorre le giornate nella libertà dell’aria aperta, in una bolla iddiliaca apparentemente indistruttibile. Atalanta le protegge, e le ama.

Forse i nostri giochi di baci e carezze hanno trasformato la nostra amicizia in qualcos’altro? Qualcosa che ha più a che fare con il letto degli sposi che con l’acchiapparella nel gineceo?

Teodora Manes, Canta il mio nome. La profezia di Atalanta

Ma le ancelle di Atalanta introducono un tema fondamentale, ossia quello della differenza di classe. Se nel bosco possono essere pari, ciò non accade nella reggia. Sono ragazze orfane, povere, che devono gestire l’instabilità di una vita che la condizione nobile di Atalanta non le fa nemmeno immaginare. E in un mondo che ruota intorno al potere, o si è abbastanza forti da ribellarsi rifiutando ogni privilegio (e questo Atalanta lo proverà sulla propria pelle) oppure si sopravvive chinando il capo.

Jim Tierney

Una storia di ribellione e ribellioni

Canta il mio nome. La profezia di Atalanta è una riscrittura che funziona per un motivo molto semplice: parla alla contemporaneità senza snaturare l’essenza del mito originale. Dimostra al presente che le parole del passato ancora ci rispecchiano. I moti turbolenti del nostro animo, in fondo, non sono poi cambiati negli ultimi tremila anni. Le ragazze continuano a vivere promesse illusorie di futuri in cui possono essere ciò che vogliono, finché la realtà non le tradisce. Teodora Manes decostruisce la gabbia di un mito, di una società coerente all’onore ma incoerente con se stessa, di una bipartizione netta tra ruoli maschili e femminili. Donne-spose che accettano il proprio destino, uomini-guerrieri che fanno il proprio dovere. Donne-eroi che versano sangue, uomini-madri che curano le ferite e asciugano le lacrime.

Canta il mio nome. Canta il mio nome a tutte, perché tutte sappiano che ho corso, combattuto, sperato, amato, sbagliato e disobbedito così tante volte. Che sono stata tutto quello che possiamo essere: figlia, bambina, eroe, regina, mostro, amica, amante, compagna, ribelle, e forse madre. Che sono stata libera, Meroe!

Teodora Manes, Canta il mio nome. La profezia di Atalanta

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