
Molka: credi davvero di essere al sicuro?
Dopo il successo del suo esordio The Eyes Are The Best Part, la giovane autrice coreano-americana Monika Kim ritorna sugli scaffali con Molka. Come era accaduto con il suo esordio – una risposta alle violenze perpetrate contro le donne asiatiche durante la pandemia Covid-19 – anche questo secondo romanzo vuole fare luce su un preoccupante fenomeno sociale in costante crescita, questa volta in Corea del Sud.
Le "molka", il terribile riflesso della società sudcoreana
Il termine “molka” è l’abbreviazione di mollae-kamera (몰래카메라), le spycam. Originato negli anni Novanta dagli show televisivi di candid camera, negli ultimi anni questo termine è stato esteso a descrivere l’azione criminale di guardoni e predatori sessuali, che utilizzano le microcamere per riprendere illegalmente le donne e diffondere le loro immagini su piattaforme digitali come Telegram o siti pornografici. In Corea del Sud, un paese dal tasso di criminalità complessivamente molto basso, tale fenomeno rappresenta un problema sociale di grande rilevanza, sintomo di una misoginia radicata nella società: è la cruda rappresentazione di un odio nei confronti della donne e dei diritti che hanno rivendicato – immeritati, per molti uomini.
E allora nascondono microtelecamere in luoghi pubblici come bagni della metropolitana, camere d’albergo, bar, palestre e biblioteche, le installano in dispositivi come allarmi antincendio, lampade o prese elettriche. Ma non solo: le molka possono anche trovarsi all’interno delle case, e gli artefici di tali crimini sono fidanzati, mariti o semplici conoscenti. Non esiste un luogo in cui le donne possano sentirsi davvero al sicuro. Come se non bastasse, anche quando i colpevoli vengono denunciati e portati davanti alla giustizia, questa risulta spesso incredibilmente tollerante nei loro confronti: a fronte di un tale abuso di potere, di una tale violenza, molti uomini restano impuniti. Le vittime invece, sono esposte alla gogna pubblica, sono giudicate e colpevolizzate.
Un romanzo fortemente attuale
This work arose from the rage I felt at seeing women being recorded without their knowledge—in public bathrooms, gyms, classrooms, motel rooms—and the compromising videos that appeared on websites for men’s pleasure, with perpetrators usually going unpunished.
Molka, Author’s Note, Monika Kim
In particolare, nella nota introduttiva, l’autrice fa riferimento allo scandalo del club Burning Sun (버닝썬 게이트), avvenuto a Seoul nel 2019. Questo club – all’epoca uno dei più celebri ed esclusivi della scena notturna della capitale – è stato teatro di episodi di corruzione, violenze ai danni dei clienti, organizzazione di servizi di prostituzione per clienti VIP, stupri, traffico e consumo di sostanze stupefacenti. Durante le indagini, la polizia scoprì anche una group chat online dedicata alla condivisione di filmati sessuali di donne riprese a loro insaputa. Tra i colpevoli risultavano molte celebrità di spicco, fra cui Seungri, membro della band k-pop Bing Bang. Tuttavia, nonostante la condanna a ben nove reati, Seungri è stato sentenziato a soli 18 mesi di galera ed è tornato libero nel 2023. Altre celebrità, condannate a stupro di gruppo e diffusione di materiale intimo registrato tramite molka, hanno visto la loro pena accorciata di anni.
Questo evento è la dimostrazione lampante di quanta poca gravità sia ancora attribuita ai crimini sessuali e, soprattutto, quanto la giustizia sia disposta a piegarsi al cospetto di uomini potenti.
Molka, una storia difficile da digerire
La storia narrata in Molka si muove in questo scenario deprimente e ci presenta due protagonisti che rappresentan due prospettive diametralmente opposte: quella del vouyer e quella della donna vittima di vouyerismo. Junyoung, un tecnico IT che ha sfruttato le sue competenze per installare delle spycam nei bagni femminili del suo ufficio, e Dahye, una sua collega di cui è ossessionato e che osserva avidemente attraverso lo schermo.
Dahye, però, è già impegnata – e non con un uomo qualunque, ma con l’erede di una fortuna miliardaria. È convinta di aver trovato il suo principe azzurro, poco importa che la costringa a ubriacarsi fino al blackout o insista per avere rapporti sessuali anche quando lei non se la sente, persino in luoghi pubblici. Dopotutto, lei dovrebbe essergli riconoscente per averla scelta fra le tante, no? Insomma, agli occhi di Dahye la loro è una relazione idilliaca, l’unica cosa che sembra andare nel verso giusto nella sua vita… almeno finché un loro video intimo non diventa virale e lei si ritrova a dover fronteggiare questa situazione da sola.
Ma Dahye ha intenzione di scoprire chi è il colpevole e non si darà pace finché la sua vendetta non sarà compiuta.
Female rage: una promessa infranta
Da una storia con una trama del genere ci si aspetta che esploderà in una rabbia virulenta, irruenta, incontrollabile e insaziabile. Ci immaginiamo violenza, sangue, morte. Una vendetta senza sconti. Tuttavia, questa promessa viene soddisfatta molto tardi, e nemmeno in un modo veramente appagante.
Per buona parte del libro assistiamo alla disgustosa quotidianità di Junyoung e a quella patetica di Dayhe. Dobbiamo sopportare i discorsi misogini di Junyoung, le sue fantasie sessuali malate, i suoi deliri di protagonismo. Entriamo nella testa di un uomo rivoltante nella sua banalità, le cui azioni sono sfortunatamente fin troppo realistiche e riconoscibili. Gli altri personaggi maschili, infatti, non sono migliori: sono tutti pezzi di un ingranaggio ben oliato chiamato patriarcato. Da padre a figlio, da poliziotto a cittadino, da collega ad amico, ognuno di loro contribuisce a tramandare un insegnamento di violenta sopraffazione e presunto possesso.
“Are you going to punish him?” she asked. “I want to know he’ll be punished.”
A shadow crossed over his father’s face. “It’s none of your business how I discipline my son,” he snapped.
“But he—he—” She blinked. “Violated me,” she whispered. Tears glowed in her eyes.
Junyoung’s father reared up. “Violated you? Don’t be ridiculous.”
“But—”
“Did he break into your room? Get physical with you?”
“No!”
“Then I don’t see a problem.”
Molka, Monika Kim
Dahye, d’altro canto, non è una protagonista femminile per cui viene naturale tifare. Ci appare come una giovane ingenua e superficiale, ingrata dell’affetto e del supporto incondizionato ricevuto dalla sua migliore amica e al contempo incapace di riconoscere la vera natura dell’uomo con cui si è legata.
Per la maggior parte del libro, Dahye è un personaggio passivo, privo di ferocia e di quella scintilla di follia che tanto mi aveva catturato in Jihye – la protagonista di The Eyes Are The Best Part. La “female rage” tanto millantata non le appartiene, ma anzi è accesa e fomentata dal fantasma della sorella (elemento paranormale in quello che viene presentato come libro di narrativa contemporanea).
Speravo in uno svolgimento più attivo, dinamico, che portasse Dahye a diventare una sorta di angelo vendicatore, dedicata a sterminare ogni uomo colpevole di tale reato e ogni poliziotto complice nella propria indifferenza. Ma ciò non è stato. La vendetta di Dahye arriva dopo una lunga e sofferta attesa e non soddisfa la rabbia e la frustrazione accumulate nelle 200 pagine precedenti. Anzi, fa temere una mancata risoluzione finale fino alle ultime battute.
Una lettura consigliata?
Molka è, in fin dei conti, un buon libro, ma che non è né all’altezza del suo predecessore né, soprattutto, coerente con le aspettative create dalla sua promozione. Sebbene il tema sia affascinante e di grande importanza sociale, la narrazione non riesce ad affondare i colpi necessari per fare giustizia ai suoi stessi temi. Forse ciò è voluto, in quanto rispecchia la realtà ingiusta in cui viviamo, ma indebolisce il potere catartico che questa lettura poteva avere (e che speravo avesse).
Se ci si avvicina per la prima volta alla penna di Monika Kim, senza troppe aspettative, il libro potrebbe risultare più interessante e riuscito, ma per chi è già familiare con il suo lavoro risulta una lettura meno incisiva e più deludente.
Questa storia si inserisce nel filone critico che indaga come la tecnologia possa essere sfruttata dagli uomini come strumento di controllo e violenza ai danni delle donne e, se non altro, ha il pregio di fornire un ottimo punto di partenza per una discussione su queste dinamiche, ahimé purtroppo oggi sempre più attuali.