
One Piece: Into the Grand Line. La recensione dell’attesissima seconda stagione
Lo scorso 10 marzo è stata finalmente rilasciata l’attesissima seconda stagione di una delle opere più amate presenti sulla piattaforma Netflix: One Piece, serie tv live action tratta dall’omonimo manga del Maestro Eiichirō Oda. Dopo quasi tre anni, torniamo a salpare sulla Going Merry e ad accompagnare la ciurma dei Cappello di Paglia nel loro rocambolesco viaggio alla ricerca del One Piece, il misterioso tesoro nascosto dal re dei pirati Gold Roger. La posta in gioco si fa però più alta, e alle (dis)avventure marinaresche si aggiungono pericoli dalla portata gigantesca, che vanno a scomodare i delicati equilibri politici di un mondo complesso e stratificato.
Dopo aver gustato ogni singolo episodio come fosse uno dei manicaretti preparati dal nostro caro Sanji (e dopo aver pianto quasi tutte le mie lacrime) mi sento di affermare che ci troviamo di fronte a una seconda stagione molto più ambiziosa della prima, che riesce a plasmare la storia originale con profondo rispetto, adattandola alla narrazione del live action senza stravolgere lo spirito del manga. Ma procediamo con calma e osserviamo insieme quali sono gli elementi che rendono questa serie così riuscita e unica nel suo genere. E soprattutto, cerchiamo di capire in quale modo un’opera dall’anima pop come One Piece riesce a valicare i confini dello spazio e del tempo, continuando a parlarci con una voce che, dopo quasi trent’anni dalla sua nascita, non ha mai perso la sua forza.
Dov’eravamo rimasti?
Al termine della prima stagione, abbiamo lasciato Luffy (Iñaki Godoy), Nami (Emily Rudd), Sanji (Taz Skyler), Zoro (Mackenyu) e Usopp (Jacob Romero) a bordo della Going Merry, dopo aver raso al suolo Arlong Park. La ciurma è ormai formata e, spinti dalla forza dei loro desiderio (e con una taglia di trenta milioni di berry posta sulla testa del Capitano), i giovani pirati sono pronti a salpare per la Rotta Maggiore.
Li ritroviamo adesso in mare, impegnati a porre le loro conoscenze al servizio della nave e dei compagni. Come la prima, anche questa seconda stagione è articolata in otto episodi, tutti dedicati all’esplorazione di nuove isole, all’interno delle quale si celano avventure e meraviglie, ma anche nemici e pericoli sempre in agguato. Prima tappa è Rogue Town, la città dell’inizio e della fine, il luogo di nascita e dell’esecuzione di Gold Roger. Facciamo qui la conoscenza del burbero Capitano Smoker (Callum Kerr) e con la Sottoufficiale Tashigi (Julia Rehwald), giovane marine appassionata e sognatrice, con l’obiettivo di recuperare tutte le spade più rare presenti nel mondo e di sottrarle alle persone malvage. La loro presenza nello show ci porta ad approfondire nuovi aspetti del corpo della Marina, da non intendere semplicemente come l’organizzazzione preposta alla cattura dei pirati, ma come un sistema articolato e dalle strutture interne complesse.
Dopo l’adrenalinica fuga da un’imboscata tesa Buggy (Jeff Ward) e Alvida (Ilia Isorelýs Paulino), la ciurma fugge verso la Reverse Mountain e l’ingresso alla Rotta Maggiore, dove troveranno ad attenderli una gigantesca balena dal muso sfregiato che sono sicura vi ruberà il cuore. Si procederà poi per Whisky Peak, la preistorica Little Garden e infine l’isola di Drum, famosa per i talentuosi dottori ma sfinita a causa di un tirannico sovrano. Durante questo rocambolesco viaggio, Luffy e la sua ciurma saranno costretti a fare i conti con l’ombra della Baroque Works, un’associazione criminale composta da centinaia di membri sparsi su tutte le isole che, attraverso una rete di agenti speciali guidati dal misterioso Mr. Zero e da Miss All Sunday, sembrano intenzionati a mettere in ginocchio interi regni. Ed è proprio la loro presenza che insegnerà a Luffy (e a noi spettatori) che sulla ricerca del One Piece aleggiano forze più grandi di quelle che immaginiamo, che superano i confini dell’avventura marinaresca e si intrecciano inevitabilmente con la politica.
One Piece: un live action sopra le righe che funziona alla perfezione
La riproposizione di opere di successo sotto forma di live action è ormai una pratica affermata sia in campo cinematografico che televisivo, e negli ultimi anni sono tantissimi gli adattamenti che hanno parlato direttamente alla nostra infanzia, permettendoci di tornare in mondi amati e famigliari e, nello stesso tempo, avvicinando a essi un nuovo pubblico. A volte sono stati dei successi, altre volte no. Personalmente mi capita sempre di guardare ai live action con uno sguardo di curiosità mista a diffidenza; credo infatti che, proprio come il genere del retelling in letteratura, realizzare un adattamento sia un’operazione estremamente complessa, che rischia di scadere nella mera riproposizione di una storia identica all’originale, senza nessun guizzo innovativo che sia in grado di arricchire quanto detto in precedenza. Al contrario, si assiste molto spesso a un impoverimento dell’opera stessa, a un inaridimento di quegli elementi che l’avevano resa iconica e indimenticabile. E dunque perché proporre un adattamento se non si ha nulla di nuovo da trasmettere? Potremmo aprire una parentesi gigantesca sull’argomento, ma non è questo il giorno (semicit.).
Torniamo invece a One Piece. Quello proposto da Netflix è un adattamento che funziona, funziona alla grande. Non importa che si sia neofiti o fan fedeli di manga e anime, la serie tv è in grado di accogliere gli spettatori a bordo e veicolare senza difficoltà una storia che custodisce al suo interno messaggi universali, in grado di risuonare con i cuori di un pubblico ampio. E il merito, a mio parere, non è soltanto di una storia avvincente, accompagnata da una scrittura solidissima e da personaggi in grado di sorreggere il peso di un universo gigantesco, ma anche del coraggio di proporre un adattamento così fuori dalle righe. Perché sì, il One Piece di Netflix è un live action estremamente coraggioso. Una regia che in più di un’occasione sposa il linguaggio tipico della narrazione a fumetti, il montaggio incalzante l’estetica cartoonesca che rifiuta qualsiasi pretesa di realismo: ogni cosa ci trasmette una volontà di osare rara, che è pericolosa ma funziona alla perfezione.
La bizzarria delle immagini ci trasporta in un mondo che è senza alcun dubbio posticcio, plasticoso, del tutto al di fuori dal nostro; un mondo che risponde a regole proprie, in cui le renne possono parlare ed essere dottori, un ragazzo può mangiare un frutto e diventare di gomma e una lontra con indosso un pigiama risulta pericolosa. E proprio questa artificialità permette una totale sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore, che quasi senza accorgersene si ritroverà ad accettare tutte le assurdità più impensabili e nello stesso tempo a vivere con intensità emozioni, sentimenti, paure e sogni che risultano più reali che mai. Con la realizzazione di questo live action, Netflix non si è limitata a una mera operazione di marketing e non ci troviamo nemmeno di fronte a una pedissequa riproposizione di qualcosa che c’è già stato; attraverso un abile gioco di anticipazioni, riferimenti e tagli nei punti strategici, la serie cavalca la scia già tracciata da manga e anime, andando a riempire quelli spazi lasciati vuoti e dando nuova risonanza a un’opera che è ormai un vero e proprio classico.
La figura di Bartolomeo come specchio dello spettatore
Nel corso della prima puntata di questa seconda stagione, durante la turbolenta visita a Rogue Town, facciamo la conoscenza di un personaggio che, quasi per caso, si ritrova a interagire con la ciurma di Cappello di Paglia: si tratta di Bartolomeo, un giovane ladruncolo dai capelli verde mela e dai denti aguzzi, che si aggira per le strade della città senza una vera e propria esperienza del mestiere. Avvicinato prima da Nami, da cui impara una importante lezione sull’arte del rubare, e successivamente a Luffy, ritenuto una preda facile, Bartolomeo si ritroverà suo malgrado coinvolto nello scontro tra i nostri protagonisti, gli scagnozzi di Buggy e Alvida e la Marina. Si tratta di un personaggio all’apparenza del tutto secondario, quasi superfluo nell’economia della storia, ma che in realtà svolge un ruolo fondamentale.
Senza cadere in spoiler per chi non abbia mai letto il manga o guardato l’anime, Bartolomeo è una di quelle sapienti anticipazioni a cui ho già accennato in precedenza, che mostrano spiragli di un universo difficile da rappresentare all’interno di otto puntate.
Il Bartolomeo della serie televisiva, però, non si limita ad anticipare il futuro, ma viene investito di un ruolo importantissimo per quanto non scontato, in cui tutti siamo chiamati a rivederci: egli è, infatti, un vero e proprio riflesso degli spettatori che si ritrovano catapultati nello show per la prima volta. Attraverso il suo sguardo prima sperduto, successivamente confuso e intimorito, infine ammirato, oserei dire innamorato, Bartolomeo ci invita a rispecchiarci in lui, a lasciarci travolgere completamente dall’energia di Luffy a ad affidarci nelle sue mani a tal punto da permettergli di scombussolare fin nel profondo la quotidianità delle nostre vite. Di Bartolomeo non conosciamo quasi nulla. Non sappiamo chi fosse e come vivesse prima degli eventi di Rogue Town e non sappiamo (ancora) cosa gli accadrà in seguito. Per ora è una semplice comparsa sul cammino di Luffy, eppure a lui è dedicata una delle inquadrature più significative dell’intero show: sorridente di fronte a uno specchio, mentre imita la foto di Luffy presente sulla taglia. È un modo semplicissimo e per nulla scontato di mostrarci la luce naturale che il nostro capitano emana senza neppure esserne del tutto consapevole, una luce destinata a cambiare il destino di chiunque incontri. Anche il nostro.
Associazioni segrete e criminalità organizzata: la Baroque Works
Sono tanti i nuovi personaggi che vanno ad arricchire il cast di questa nuova stagione, tutti iconici e perfettamente coerenti con ciò che rappresentano. Tra gli indimenticabili si collocano di certo i vari Mister e Miss appartenenti all’organizzazione denominata Baroque Works. Se nella scorsa stagione abbiamo avuto un interessantissimo focus sulla Marina attraverso i personaggi di Kobi (Morgan Davies), Helmeppo (Aidan Scott) e Garp (Vincent Regan), questa volta è proprio la banda criminale a ergersi come protagonista accanto alla ciurma di Luffy. Ed è infatti proprio con un loro assalto a una base della Marina, guidato da Miss All Sunday (Lera Abova) che si apre la prima puntata.
Dietro ai colori sgargianti degli abiti, le pettinature grottesche e gli assurdi poteri forniti dai frutti del diavolo, la Baroque Works si presenta come una vera e propria pianta infestante, con radici tentacolari difficili da estirpare e in grado di seminare i propri frutti ovunque, persino all’interno dello stesso corpo della Marina incaricata di sgominarla. Già nella stagione precedente avevamo avuto un brevissimo assaggio della loro presenza attraverso il combattimento tra Zoro e un certo Mr. Seven, e abbiamo ora la possibilità di approfondire la loro struttura piramidale, di fare la conoscenza degli agenti più spietati e del loro capo, Mr. Zero.
In seguito a un fortuito scontro con l’agente Miss Wednesday (Charithra Chandran) e il suo compagno Mr. Nine, il destino dei Cappello di Paglia si intreccerà con quello della Baroque Works, portandoli a una deviazione di rotta tanto improvvisa quanto fondamentale, che ci lascia già presagire le importanti svolte di trama di cui sarà foriera.
L’orrore fagocitante della dittatura: re Wapol e l’isola di Drum
Giungiamo infine al vero cuore pulsante di questa stagione, un arco narrativo toccante e potentissimo che va a occupare ben tre delle otto puntate: lo sbarco a Drum, un’isola sepolta dalla neve, famosa per la bravura dei medici che vi abitano. Ed è proprio qui che la ciurma incontrerà Tony Tony Chopper, una tenera renna dal naso, divenuta semi umana dopo aver ingerito un frutto del diavolo e che sogna, ora, di diventare un medico.
Non voglio rivelarvi troppo riguardo la storia che vede protagonista il piccolo Chopper, suo padre adottivo, il Dottor Hiriluk (Mark Harelik) e la cinica ma sensibile dottoressa Kureha (Katey Sagal), in quanto ritengo che finirei per rompere l’incanto della sorpresa. Ma la storia del nostro dottore non è l’unica a spiccare. L’isola che i pirati di Cappello di Paglia si ritrovano a esplorare è un luogo sull’orlo del collasso, con una popolazione sfinita e affamata, priva di un esercito regolare che ne garantisca la difesa, e tutto a causa dell’egoismo del loro re, Wapol, interpretato in maniera magistrale da Rob Colletti. Ci troviamo di fronte a un personaggio dall’aspetto ridicolo e nello stesso tempo inquietante: un omino dai capelli viola, avvolto in un mantello che ricorda un ippopotamo, con la mascella di ferro e la voce gracchiante. Non c’è nulla di regale in lui, nulla che suggerisca le qualità di un buon leader. Il grottesco si tinge di orrore nel momento in cui, per opera della Baroque Works, Wapol divora un frutto del diavolo, che lo trasforma in una vera e propria fabbrica vivente, in grado persino di fagocitare i suoi sottoposti e sputarli fuori sottoforma di mostri.
Wapol non è soltanto l’ennesimo avversario ripugnante che Luffy dovrà affrontare: siamo di fronte a una vera e propria allegoria dell’abuso di potere, all’incarnazione rivoltante di un governo che ha soffocato la libertà dei propri cittadini pur non arrivando mai a definirsi dittatura. Una rappresentazione semplicissima, persino didascalica, ma che terrorizza. Perché, al di là del racconto che fluisce sullo schermo, sembra di riuscire a scorgere una spaventosa aderenza con la realtà che riguarda. Ed ecco che, di fronte a questa consapevolezza, la risata che Luffy è in grado di sfoderare persino di fronte alla morte si carica di un significato più potente, al quale risulta inevitabile aggrapparsi.
One Piece: a pirateria come riappropriazione della libertà
E dunque, che cosa significa essere un pirata? È una domanda che aleggia sulla bocca dei personaggi sin dalla prima stagione e che inevitabilmente risuona nelle teste degli spettatori. Sono tante le risposte che vengono fornite, tutte corrette e complementari tra loro: imparare a essere coraggiosi come giganti, partire alla ricerca di avventure, mappare ogni isola esistente, cercare in lungo e in largo il tesoro del re dei pirati. Ma soprattutto, essere pirati significa abbracciare una libertà senza precedenti, la libertà di schierarsi contro l’oppressione dei potenti e di sovvertire sistemi precostituiti nel nome di una giustizia diversa. La bandiera nera con il teschio e le ossa incrociate diviene dunque simbolo di emancipazione, che buca gli schermi e continua a sventolare, ricordandoci che opporre resistenza è possibile. In un mondo sempre più meccanizzato e schiavo delle apparenze, in cui l’artificio e l’utilitarismo contano più delle passioni, Luffy ci tende la sua mano di gomma e ci invita a guardarci dentro e a tornare ad alimentare la fiamma del coraggio. Nonostante la vita ci porti a percorrere inevitabilmente a rotte diverse da quelle che immaginavamo da bambini, nonostante il senso di soffocamento e impotenza di fronte a ciò che ci accade intorno, opere come One Piece riescono a scacciare per un attimo la solitudine e ci invitano a respirare.