
Project Hail Mary: salvare il mondo (e il cinema) con Ryan Gosling
Al cinema dal 19 marzo, L’ultima missione: Project Hail Mary è il maggior successo di sempre di Amazon MGM Studios e sta registrando incassi da record in tutto il mondo – siamo oltre i 300 milioni di dollari. È un film come non se ne vedeva da tempo. Non tanto perché negli ultimi anni siano mancate incursioni grandiose nello spazio profondo, quanto piuttosto perché, per una volta, non dominano ostilità e distruzione. Tratto dall’omonimo romanzo di Andy Weir, il nuovo film diretto da Phil Lord e Christopher Miller (The Lego Movie, Piovono polpette, Spider-Man: Into e Across the Spider-Verse) punta tutto su quel senso di stupore e meraviglia fanciullesca così spesso considerato antitetico a un’odissea interspaziale (Nolan, parlo di te). Project Hail Mary è un feel-good movie, lo sa, ed è fiero di esserlo.
There’s a starman waiting in the sky
Dopo un lungo pisolino farmacologico indotto, il professor Ryland Grace (Ryan Gosling) si risveglia nel vuoto cosmico con una vaghissima idea di come sia finito su un’astronave con direzione Tau Ceti e di cosa ci si aspetti da lui. A maggior ragione come unico sopravvissuto dell’equipaggio. I ricordi arrivano a ondate e non sono dei più rosei: tempo trent’anni e la vita sulla Terra per come la conosciamo non esisterà più a causa degli astrofagi, curiosi microrganismi che si spostano “nutrendosi” delle stelle su cui si posano. Il Sole è una di queste.
Mentre Grace si acclimata alla solitudine della Hail Mary, altri flashback ci svelano che la sua controversa tesi di dottorato su possibili organismi non a base d’acqua ha portato Eva Stratt (la Sandra Hüller di Anatomia di una caduta) nell’aula di scienze della sua scuola e che Stratt ha a sua volta portato Grace prima dentro una stanza piena di argon per studiare gli astrofagi e poi, quando ne scopre il ciclo riproduttivo, all’interno del Progetto Hail Mary. Lo scopo di questa missione senza ritorno adesso è chiaro: scoprire perché, di tutti i sistemi stellari, proprio quello di Tau Ceti non è infetto. Ma tocca tenere questo pensiero per un altro giorno, ci sono cose più importanti al momento, tipo stabilire il primo contatto con un alieno più simile a una composizione rocciosa di un giardino poco zen che a qualcosa di vivente.
Il fatidico confronto con il romanzo
Lettorə che avete amato Project Hail Mary-romanzo, siete in una botte di ferro. A scrivere la sceneggiatura è Drew Goddard, che già aveva lavorato all’adattamento di The Martian (2015). La scienza del film suona e appare scientificamente sensata e realistica, proprio come nei romanzi di Weir, con l’ulteriore vantaggio che non appesantisce più la trama con inutili zavorre, tendenza in cui, invece, Weir ricade un capitolo sì e l’altro pure.
Intervistata da Science sull’accuratezza di Project Hail Mary-film, l’astronoma Wendy Freedman, dell’Università di Chicago, conferma che è molto vicino al vero il modo in cui Grace pensa e agisce da scienziato-improvvisato-astronauta. E se come rassicurazione non fosse sufficiente, sappiate che Lord e Miller non solo hanno avuto l’astrofisico Brian Cox sul set, ma hanno ricevuto l’approvazione di Neil deGrasse Tyson, astrofisico e divulgatore scientifico il cui giudizio è sempre un po’ temuto da chi fa opere di fantascienza – ha bocciato Armaggedon (1998), per dire.
L’hard sci-fi con il cuore tenero
Lord, Miller e Goddard prendono i lunghi passaggi su microbiologia, fisica, chimica, astrofisica che rendono Project Hail Mary un hard sci-fi e li traslano visualmente. Riducendone la verbosità, lo migliorano: la struttura rimane frammentata, ma il ritmo si fa snello e scattante; Grace è ancora buffo e confortevole come il suo cardigan con le volpi, ma assume una tridimensionalità che prima non possedeva.
Più del libro, Project Hail Mary-film smonta la narrativa dell’eroe (rigorosamente statunitense) che deve eliminare la minaccia spaziale, pronto, se il caso lo richiede, a sacrificarsi per il bene dell’umanità. Grace ha una paura matta. Di lui si può dire che è imbranato e geniale ma non di certo che è un eroe, anche se, forse, chi è rimasto sulla Terra potrebbe dire il contrario. Non voleva esserlo, non lo è. Ryan Gosling interpreta un uomo comune profondamente terrorizzato dalle circostanze in cui si trova – è su un’astronave, da solo, a circa 12 anni luce dalla Terra – che non nasconde la propria vulnerabilità. Portatore di una mascolinità gentile, trasforma la paura di ciò che è alieno (in ogni senso) in curiosità: per quanto nocivi, gli astrofagi sono innanzitutto fonte di studio e meraviglia; il primo istinto in presenza di Rocky non è annientare ma comprendere, ed è in Rocky che poi troverà il coraggio di farcela.
Rocky e l’organicità di Project Hail Mary
Ecco, Rocky. Non voglio dire più di quanto facciano già trailer e video in circolazione. Grosso quanto un Labrador, cinque lunghi arti collegati a un corpo centrale, no aperture simili a occhi e bocca: con un aspetto così distintivo, il pericolo di cannare l’altro grande protagonista di Project Hail Mary era dietro l’angolo. Per non parlare della sfida rappresentata dall’assenza di un “volto”. Nessun volto vuol dire nessuna microespressione da poter interpretare e difficoltà nello stabilire un contatto empatico con Rocky, sia per Grace-Gosling sul set sia per lə spettatorə. Ma se il successo di Project Hail Mary sta superando ogni aspettativa, è anche per il lavoro grandioso delle maestranze coinvolte.
Rocky è 80% effetti pratici e 20% effetti speciali. Ne manovrano il corpo realizzato da Neal Scanlan e Stefano Cordoli cinque marionettisti esperti diretti da James Ortiz, vincitore di un Off-Broadway Theater Award per la categoria puppet design. Oltre a dettarne le movenze, Ortiz ha finito per prestare a Rocky anche la sua voce: tanto naturale era la chimica con Gosling durante le riprese che alla fine i registi Phil Lord e Cristopher Miller non avrebbero accettato che fosse un altro a doppiarlo.
Rocky è ben lontano dall’essere un sasso con le gambe o un simpatico compagno alla Disney maniera. La voce robotica (ma altamente espressiva) di Ortiz è un grande aiuto, certo; però il grosso del lavoro nel dargli una personalità (anche particolarmente accesa) lo hanno fatto i marionettisti, che sono riusciti a definirla e veicolarla attraverso il linguaggio corporeo curato in post da Framestore, lo studio di VFX dietro Rocket Raccoon.
A ulteriore testimonianza dell’autenticità e dell’organicità al cuore del film, la produzione ha costruito gli interni e parte degli esterni della Hail Mary dal vero e ricercato una VFX che fosse il più naturale possibile. In diversi shot gli effetti CGI sono registrati in camera e l’uso del green screen è stato ridotto al minimo a favore del black screen, che permette un’editing più pulito, e del Volume, un’enorme schermo circolare su cui proiettare gli sfondi. In questo modo, il direttore della fotografia Greig Fraser, lo stesso di film come Dune (2021) e The Creator (2023), ha potuto garante alle riprese una luce realistica.
Project Hail Mary e il cinema che dà speranza
Non credo che abbiamo ancora ritrovato la capacità di immaginare il futuro al cinema – la nostalgia non vuole proprio lasciare il nostro immaginario fantascientifico. Quello di cui però sono convinta è che, come Superman (2025), Project Hail Mary ci ha regalato qualcosa che oggi diminuisce a vista d’occhio: la speranza. La rabbia e la lotta hanno il loro valore e vanno coltivate, ma una punta di speranza e, perché no?, ottimismo, ha senso di esistere.
Se The Martian (2015) ci dimostrava che l’umanità farebbe di tutto per salvare anche uno solo dei suoi, Project Hail Mary ci sta dicendo che se solo imparassimo a comunicare e a collaborare, potremmo persino salvare non uno, ma due pianeti. Sì, in effetti, guardando come stiamo messə, è proprio fantascienza.