
One Battle After Another, il nuovo film di Paul Thomas Anderson
Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another), decimo film del regista californiano Paul Thomas Anderson, è nelle sale da alcune settimane e continua a dominare il box office, con un incasso che ha raggiunto i 129mila euro nel nostro Paese e 3 milioni complessivi. Distribuito da Warner Bros. Pictures, il film sta spaccando il pubblico: c’è chi ne resta affascinato e chi, invece, ne esce spiazzato. Ma proprio per questo — per la sua forza visiva, il coraggio narrativo e la firma autoriale — crediamo sia un film da non perdere sul grande schermo.
La trama in breve (no spoiler)
Bob (Leonardo DiCaprio), ex membro del gruppo rivoluzionario French 75, vive da anni in clandestinità con la figlia Willa, dopo il tradimento della compagna Perfidia Beverly Hills, che ha consegnato i suoi compagni al colonnello Lockjaw (Sean Penn), militare di estrema destra e suo nuovo amante segreto. Quando, sedici anni dopo, Lockjaw torna a dare loro la caccia per annientare definitivamente il gruppo, Bob è costretto a riemergere dall’ombra, riunire i superstiti con l’aiuto del messicano Sensei Sergio St. Carlos (Benicio del Toro) e tornare a combattere. In gioco non c’è solo la salvezza della figlia, ma il confronto con le ferite irrisolte del passato e le contraddizioni dell’America contemporanea.
Il film è liberamente ispirato al romanzo postmoderno Vineland (1990) di Thomas Pynchon ed è il risultato di un lavoro ventennale di Paul Thomas Anderson. Un progetto cinematografico maturato nel tempo, profondamente influenzato dai cambiamenti politici degli Stati Uniti, in particolare dall’ascesa di rigurgiti neofascisti culminati nei due mandati di Donald Trump, presidente di estrema destra che ha fondato la propria agenda politica sul suprematismo bianco e sulla lotta all’immigrazione messicana.
Il contesto postmoderno trumpiano
Con una durata di quasi tre ore, il film sviluppa un intreccio narrativo complesso che si svela progressivamente, muovendosi attraverso archi temporali e stilistici tipicamente postmoderni, in linea con il romanzo da cui è liberamente tratto. In letteratura come nel cinema, il postmodernismo sovverte le strutture narrative tradizionali, rinunciando alla linearità in favore di una frammentazione temporale fatta di flashback, flashforward, episodi estemporanei e picchi emotivi disgiunti. Ma se il romanzo originale rifletteva il postmodernismo degli anni ’90, Paul Thomas Anderson ne estremizza l’estetica, proiettandola nel presente. Il risultato è una narrazione volutamente disordinata e destabilizzante, che riflette le contraddizioni più profonde dell’America contemporanea: dal riemergere del razzismo sistemico alla gestione securitaria dell’immigrazione, fino alla normalizzazione della violenza come strumento politico e mediale.
Tutti i personaggi — dagli attivisti ai suprematisti — sono caricaturali, grotteschi, volutamente sopra le righe. La recitazione è ridondante, fatta di tic, espressioni esasperate e momenti di comicità deformata, mettendo in luce l’assurdità con cui gli Stati Uniti trattano i temi del conflitto sociale e della violenza. Anche quando il film sembra sfiorare con leggerezza questioni come la lotta armata, le differenze di genere o il rapporto tra generazioni, non si tratta di superficialità, ma di una scelta precisa: quella di estremizzare il qualunquismo con cui gli Stati Uniti affrontano — o eludono — tali temi nella realtà quotidiana, oggi più che mai. In questo senso, il tono action e caricaturale non è una fuga dal reale, ma uno specchio deformante della sua tragica banalizzazione.
Senza addentrarsi nei dettagli della geopolitica, è sufficiente ricordare che, già dal suo primo mandato nel 2016, Trump ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per costruire il famoso “big, beautiful wall” lungo il confine meridionale. Nel 2018 ha poi introdotto la politica della tolleranza zero contro i migranti provenienti dal Messico, compresi i minori, perseguiti penalmente e sottoposti a un sistema di ostacoli legali e burocratici, spesso annunciati direttamente attraverso i suoi canali social. La banalità del male, nella sua forma più inquietante e grottesca, è diventata quotidianità nel contesto statunitense. Paul Thomas Anderson, con questo film, sfrutta il linguaggio del cinema per denunciare proprio la normalizzazione di questa deriva.
La scelta degli attori: coerente o rivedibile?
Già lo slogan con cui il film è stato lanciato rivela una consapevolezza profonda: sebbene tutti i personaggi siano immersi nella violenza e nell’errore, il film, in realtà, riconosce con lucidità le disuguaglianze di potere tra le diverse fazioni rappresentate.
«Alcuni scelgono per cosa combattere, altri sono nati in battaglia».
Alla luce di ciò, sorge spontanea una domanda: ha davvero senso affidare a una star hollywoodiana come Leonardo DiCaprio il ruolo di un ex rivoluzionario, padre single, impegnato a combattere suprematisti bianchi per salvare la figlia afroamericana? Non sarebbe stata più efficace la scelta di un volto meno noto, capace di incarnare in modo più credibile un’America di classe media in rivolta?Per quanto DiCaprio confermi, anche in questo caso, di essere uno degli attori più talentuosi della sua generazione, la sua fama rischia di appannare la credibilità del personaggio, generando una distanza che non deriva dalla recitazione, ma da un potenziale errore di casting. Al contrario, Sean Penn — simbolo della vecchia guardia newhollywoodiana — appare perfettamente in parte nel ruolo del colonnello sovranista: incarnazione di un’America reazionaria che, nonostante tutto, continua a godere di pieno sostegno istituzionale.
Tuttavia, alla luce delle esagerazioni grottesche e dei paradossi messi in scena dal film, forse anche la scelta di DiCaprio è tutt’altro che ingenua. Uomo bianco, americano, benestante e di mezza età: il suo volto finisce per rappresentare proprio il privilegio implicito nell’idea stessa di rivoluzione. Perché, in fondo, anche la revolución — come suggerisce Anderson — resta un’opportunità concessa a pochi.
The Revolution Will Not Be Televised
In conclusione, consigliamo vivamente la visione di quest’opera complessa, divisiva e ricca di sfaccettature, terminando citando il testo in codice dei French 75, tratto dal brano di Gil Scott-Heron The Revolution Will Not Be Televised (1970) pezzo fondamentale della cultura afroamericana in cui l’autore incita l’ascoltatore all’azione perché non riuscirà, volente o nolente, a restare a casa davanti alla televisione, la quale non potrà mai essere veicolo della rivoluzione.
“Green Acres, Beverly Hillbillies, and Hooterville Junction
Will no longer be so damned relevant
And women will not care if Dick finally got down with Jane
On “Search for Tomorrow”, because black people
Will be in the street looking for a brighter day
The revolution will not be televised.”