
Pastorale Mediterranea. Fabulario delle erbe amare: la recensione
A settembre 2025, Gerardo Spirito è tornato nelle librerie italiane con il suo nuovo romanzo, Pastorale Mediterranea. Fabulario delle erbe amare, edito effequ. Dopo Il libro nero della fame e Madreselva, le campagne meridionali di un’Italia remota hanno ancora molto da narrarci.
Fasciatevi i piedi e trovate un giusto bastone per aiutarvi, ché il cammino è lungo.
E sentì calore. Ovunque. Per tutto il corpo. E pietà. E giudizio. E gioia. E orrore. E ordine. E unità. E pace. Armonia. Amen.
Pastorale Mediterranea. Fabulario delle erbe amare, Gerardo Spirito
Una raccolta di racconti: cosa vi aspetta in Pastorale Mediterranea?
Al termine dell’intervista per il nostro podcast, a microfoni spenti, Gerardo mi aveva raccontato di aver iniziato a lavorare al suo nuovo romanzo. Quando ho preso in mano la copia fisica di Pastorale Mediterranea sapevo già che al suo interno avrei trovato un’altra lingua rispetto a quella usata in precedenza e uno studio dettagliato su erbe, impacchi, impiastri e intrugli usati un tempo per guarire, maledire, salvare. Aspetti popolari dimenticati, che l’autore ha rispolverato con cura e incardinato nei suoi racconti.
Pastorale Mediterranea ha una struttura bipartita, le due sezioni separate da un Breviario sui padri fondatori del paese di S., con tutti i miracoli, pettegolezzi e scandali che un piccolo borgo può celare. In chiusura, una coda di preghiere antiche. E i temi della penna di Spirito ricorrono: la campagna incontaminata, il bosco e la montagna, questa volta più amenous che locus horridus. Santi pagani, ciarlatani consacrati, mavare e saggi si aggirano tra le pagine, personaggi tangibili e mistici. Nei luoghi di Spirito condividono dimora un Dio cristiano pervasivo e credenze popolari difficili da sradicare e da spiegare.
I racconti trascinano il lettore in un tempo lontano, dimenticato. Tra sentieri battuti da pellegrini e campi coltivati da mezzadri, boschi in cui si aggirano cacciatori e banditi, si seguono le vicende dei singoli protagonisti in quello che in realtà è un quadro molto più ampio.
Pastorale mediterranea è un libro corale, il cui cuore è narrare la vita com’era. Forse con qualche miracolo in più, ma non siamo fiscali adesso, suvvia. Rispetto alle due opere precedenti, è assente il pervasivo senso di disperazione e maledizione, lasciando spazio a un’ambientazione più veritiera, dove le cattiverie e brutture sono tutte umane, è presente qualche sventura che non poteva essere evitata neanche con più accortezza. Nessun giudizio divino è palesemente in attesa di compiersi, pronto a colpire interi villaggi. Sul solco dei precedenti libri, è ancora più approfondito l’aspetto dell’alimurgia, la ricerca delle erbe e altri prodotti commestibili nella natura, e vi è una rinnovata attenzione per la cucina popolare, non più misera e marcescente, ma ancorata ai frutti del lavoro contadino e al baratto. Una raccolta che fa anche da erbario e libro sulle tradizioni perdute.
Riscoprire e riscrivere in una lingua perduta: l'esperimento di Spirito
Questa lettura nasconde in sé una sfida, che è anche il suo elemento arricchente e distintivo: l’utilizzo del vernacolo. In un’opera di archeologia linguistica, i personaggi si esprimono in antico campano, aulico e oscuro, enfatizzando i momenti di condivisione della saggezza, delle storie, dei saperi erbari. Ora, è la lettura adatta per il fine giornata, una palpebra già calante, una mente distratta? Non sempre, vista la necessità di interpretazione che ogni tanto le storie richiedono.
Ma nel suo esperimento linguistico, l’autore coinvolge attivamente chi legge, non fornendo traduzioni, obbligando alla traduzione estemporanea che porta a un’esperienza di lettura ancora più immersiva. E i racconti si ammantano di quel calore familiare che è la condivisione orale delle storie, una tradizione che teneva le famiglie unite intorno ai focolari nei mesi invernali, a oggi perduta. Pagina dopo pagina, ci si cala sempre di più nell’ambientazione, nelle usanze, nel dialetto, trascinati in quello che è un Discorso dalla montagna pagano. Nessun Cristo a pronunciarlo, ma un’alternanza di gente del volgo che narra.