
Mrs. Playmen: la serie di cui nessuno sta parlando. Perché?
Uscita in streaming lo scorso novembre, Mrs. Playmen è una serie TV italiana prodotta da Netflix di cui, sorprendentemente, si parla pochissimo.
La serie racconta la storia di Adelina Tattilo, imprenditrice ed editrice che tra gli anni Sessanta e Settanta fondò Playmen, diventando la prima donna al mondo a dirigere una rivista erotica. Un racconto profondamente italiano che ha avuto un impatto decisivo sull’editoria di genere a livello internazionale. Adelina Tattilo è stata persino inserita dall’ONU tra le donne più influenti del pianeta. Eppure, nonostante la forza della sua storia e il valore culturale del progetto, in Italia Mrs. Playmen sembra passata quasi inosservata. Come mai?
La trama di Mrs. Playmen (senza spoiler!)
Roma, 1967. Adelina Tattilo (Carolina Crescentini), abbandonata dal marito Saro Balsamo, codirettore editoriale, si ritrova sola e sommersa dai debiti alla guida di Playmen, la prima rivista erotica italiana, in un Paese ancora profondamente conservatore e moralista. Determinata a non arrendersi, Adelina decide di reinventare la rivista, trasformandola in qualcosa di radicalmente nuovo: una visione della nudità non più fine a se stessa, ma inserita in un progetto editoriale capace di affrontare temi allora scandalosi come la libertà sessuale, il desiderio femminile e i tabù della società dell’epoca.
La serie è liberamente tratta dal libro di Dario Biagi del 2018, intitolato Adelina Tattilo. Una favola sexy.
Debolezze della serie; cos’è il male gaze?
La serie è prodotta da Aurora TV e diretta da Riccardo Donna, regista noto al pubblico italiano per numerose fiction Rai di successo, tra cui Un medico in famiglia (1998–2000), Un passo dal cielo (2011–2012), Fuoriclasse (2011) e Cuori (2021–in corso). Donna sceglie di concentrarsi sugli anni più complessi della vita di Adelina Tattilo: il periodo della ricerca di un equilibrio tra affermazione professionale e vita privata, in cui progressivamente emerge dall’ombra del marito e imprime una svolta decisiva sia a Playmen sia a se stessa. È forse proprio questo focus narrativo, però, a rappresentare uno dei primi limiti della serie. Il racconto risulta spesso bidimensionale e approssimativo, mentre lo sguardo registico tradisce un punto di vista marcatamente maschile, affidandosi a un taglio di costume fin troppo lineare e poco incisivo. Manca una reale immersione nella soggettività di Tattilo: per quanto tecnicamente solida, la regia non riesce a sospendere il proprio privilegio di sguardo, mantenendo una distanza retorica che finisce per semplificare — e in parte superficializzare — la complessità della sua storia.
Nel mondo del cinema, la prima a parlare di male gaze fu Laura Mulvey nel 1975 nel suo saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema. Tale concetto è oggi molto in voga, ma spesso mal utilizzato e erroneamente interpretato. Mulvey intende con male gaze non la sessualizzazione della donna da parte del regista, come spesso si sente dire, bensì qualcosa di più complesso.
Secondo l’autrice, infatti, l’intrattenimento cinematografico è un insieme di piaceri visivi, in cui lo sguardo si realizza secondo diverse modalità, tra cui la più centrale è la scopofilia, ossia il piacere che si prova nell’osservare altre persone come oggetti; se portata all’estremo, diventa voyeurismo. Lo sguardo del proiettore è maschile e attivo (che proietta sia fisicamente che narrativamente), quello delle protagoniste è femminile e passivo (proiettato). È in queste circostanze che viene ufficializzato il termine male gaze, già precedentemente utilizzato da John Berger in Questione di sguardi (1972), dove viene definito come la costruzione dell’immagine femminile per il piacere di uno sguardo ideale (che si suppone essere maschio). Il cinema, guidato da registi e spettatori per lo più uomini, mascolinizza lo sguardo, che ha il potere attivo sia di guardare la donna, sia di mandare avanti la narrazione. Per L. Mulvey il male gaze identifica la costruzione delle donne cinematografiche per piacere a uno spettatore ideale che si suppone sia maschio. Nella regia di Mrs. Playmen, si realizza questo processo.
Perché nessuno parla di questa serie?
In un’epoca in cui la pornografia è onnipresente e la sessualità viene costantemente esposta, consumata e performata nello spazio pubblico, parlare di piacere femminile e di sessualità in una prospettiva realmente femminista resta ancora sorprendentemente difficile. La storia di Adelina Tattilo rappresenta un esempio concreto di emancipazione femminile all’interno di un settore storicamente e profondamente maschilista, ed è forse proprio questo il nodo che, ancora nel 2026, frena una comunicazione mediatica efficace e diffusa.
È infatti molto più semplice — e mediaticamente più spendibile — raccontare la sessualità attraverso codici di promiscuità ammiccante, adolescenziale, o filtrata dai registri del gossip e del crime, piuttosto che affrontare la vicenda di una donna adulta, appartenente a un’altra generazione e con un ruolo dirigenziale, che ha parlato di sesso e pornografia in termini economici, culturali e politici, rivendicandone una lettura femminista nel contesto italiano.
Playmen dovrebbe essere ancora oggi un caso di studio esemplare di imprenditoria editoriale: una rivista capace non solo di inaugurare un intero settore in Italia e all’estero, ma anche di scardinare abitudini bigotte e retrograde, avviando un discorso di normalizzazione del piacere femminile allora impensabile.
Eppure, di questa storia si fatica ancora a parlare davvero. L’idea che sia stata una donna a risollevare le sorti di un’intera economia editoriale — e, soprattutto, a reinventarla — continua a non essere considerata una narrazione “vendibile”, nemmeno nel 2026, secondo il sentire dell’opinione pubblica. Così Adelina Tattilo viene ancora raccontata attraverso formule riduttive come “una donna forte” o, peggio, “la moglie di Saro Balsamo”, etichette che finiscono per delegittimare il suo percorso e oscurarne le competenze, negandole pienamente lo statuto di protagonista autonoma della propria storia. Per questi motivi — e per molti altri — nonostante le sue evidenti lacune, Mrs. Playmen è una serie che merita attenzione e visibilità critica. Ma, soprattutto, merita di essere conosciuta la storia di Adelina Tattilo: una vicenda che continua a interrogare il presente e a rivelare quanto il racconto dell’emancipazione femminile, in Italia, sia ancora un terreno irrisolto.