
Il tumulo – La recensione
Il tumulo arriva nelle librerie a fine gennaio, pubblicato da Acheron books, e promette sin dalle prime pagine una storia tutt’altro che semplice.
Giulia Reverberi costruisce un romanzo che si muove con grazia e inquietudine su più livelli, trasformando un archetipo dell’horror – la casa infestata – in un’esperienza fisica, mentale e relazionale.
Una triplice infestazione
Dorothy, nel Mago di Oz, usava le sue scarpette magiche per tornare in Kansas al suono di “There’s no place like home”. Odisseo passa un decennio in mare nel tentativo di tornare a casa. Marty McFly invece di godersi il viaggio nel tempo, fa di tutto per tornare esattamente dove era partito. Persino E.T. ha come unico desiderio tornare a casa.
Quel luogo che tutti consideriamo il baluardo della serenità e della felicità.
E di solito è così. Almeno che non siate Lisa e Alex, e vi sia capitata tra le mani una casa tanto perfetta quanto infestata, che sembra osservare tutto e cercare di allargare le crepe presenti nel vostro rapporto.
All’interno del libro, Giulia Reverberi mette in discussione ogni certezza e crea un sistema circolare di cannibalismo reciproco.
La casa non è soltanto infestata ma reagisce alle crepe della coppia. La coppia non si incrina solo per pressioni esterne ma si logora perché la realtà stessa perde coerenza. La mente di Lisa vacilla perché contaminata da ciò che accade tra le pareti e tra i corpi.
La casa emette una certa vibrazione dissonante che si riflette nei dialoghi e soprattutto nei silenzi che, lentamente, si insinuano nella relazione. Le pareti osservano, ma anche Lisa e Alex si scrutano con uno sguardo nuovo, meno fiducioso, più interrogativo.
E mentre il sogno della casa perfetta sfiorisce, la comunicazione si opacizza. Le parole non coincidono più con le intenzioni, le percezioni non combaciano. La domanda che serpeggia – sta succedendo davvero? – può riferirsi sia alla pazza idea che qualcosa si muova nella casa, sia all’amara consapevolezza che qualcosa si sia rotto nella relazione.
E quando la fiducia nell’altro vacilla, anche la fiducia nei propri sensi si incrina. In questo intreccio, la psiche diventa l’ultimo passo prima della sconfitta. Ogni dettaglio può essere indizio o allucinazione, ogni evento può essere letto come presenza concreta o proiezione interiore.
Found family: cercare riparo tra le macerie
In un mondo in cui la casa è instabile e la relazione vacilla, emerge con forza il tema della found family, quel legame costruito per necessità, affinità, sopravvivenza emotiva. È una famiglia fragile, imperfetta ma autentica, quella che si crea tra Lisa, Rita e Rosalba, un tentativo di creare riparo quando gli spazi tradizionali della sicurezza si rivelano inospitali. Questa condivisione diventa un argine contro la deriva, nonostante la sua precarietà e vulnerabilità. Eppure, proprio in questa precarietà si intravede una possibilità di salvezza. In questo senso, la found family funziona come contro-movimento rispetto all’infestazione. Se quest’ultima isola, frammenta e produce sospetto, il nuovo legame creato tenta di ricucire. Non elimina il sentimento di inquietudine e paura, ma offre un modo per attraversarlo senza esserne completamente divorati.
Abitare l'insicurezza
Il tumulo strizza l’occhio a libri come Casa di foglie o L’incubo di Hill House, che ci colpiscono nel luogo in cui ci sentiamo più intoccabili: tra le mura di casa.
Quello di Giulia Reverberi è un romanzo sull’abitare uno spazio, una relazione, una mente. E sulla scoperta che nessuno di questi luoghi è davvero neutro, stabile o perfetto.
E alla fine, chiudendo il libro, resta una sensazione sottile: che l’infestazione non riguardi solo i personaggi, ma il modo stesso in cui guardiamo le nostre case, le nostre relazioni, la nostra mente. Come se bastasse uno spostamento impercettibile, un oggetto fuori posto, una parola mancata, un pensiero che ritorna, per scoprire che la stabilità era soltanto una forma di illusione.