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La voce di Hind Rajab: raccontare e rendere comprensibile la realtà

La voce di Hind Rajab: raccontare e rendere comprensibile la realtà

Premessa

Il conflitto israelo-palestinese è una complessa disputa politica, militare e sociale tra lo Stato di Israele e il popolo palestinese, le cui radici risalgono all’inizio del XX secolo. Secondo recenti studi condotti dall’Istituto israeliano per la democrazia e dal Centro palestinese per la ricerca e le indagini politiche, la maggioranza delle popolazioni coinvolte sarebbe favorevole a una soluzione basata sulla creazione di due Stati indipendenti. Nonostante ciò, la realtà attuale è segnata da un’escalation di violenze e da operazioni militari israeliane che colpiscono duramente la popolazione palestinese, spesso con il sostegno, diretto o indiretto, di parte dell’ONU, dell’Occidente politicamente inteso e anche dell’Italia. In un simile contesto, è essenziale informarsi in modo critico su quanto sta accadendo e, quando possibile, partecipare attivamente alle numerose iniziative di solidarietà che si stanno moltiplicando: scioperi, raccolte fondi, manifestazioni artistiche, boicottaggi economici e politici.

La redazione di Strega in Biblioteca sostiene con forza la pace e il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli, incluso quello palestinese. 

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La trama in breve

L’arte è da sempre un potente strumento di espressione e di denuncia politica, e tra le sue forme, il cinema documentario ha la capacità unica di raccontare e rendere comprensibili realtà complesse come quella attuale. È proprio in questa direzione che si colloca La voce di Hind Rajab, il nuovo film della regista Kawthar ibn Haniyya: un’opera toccante e da non perdere, vincitrice del Leone d’argento alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film è stato distribuito in Italia da I Wonder Pictures.

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Dopo essersi messa in contatto telefonico con i soccorritori palestinesi, che chiesero immediatamente all’esercito israeliano l’autorizzazione per intervenire e salvarla, Hind fu costretta ad attendere per ore in una zona sotto assedio. L’autorizzazione non arrivò mai. Abbandonata in attesa di un soccorso mai permesso, perse la vita, lasciata sola in mezzo alla violenza. Tutto il film (89 min) è interamente girato negli uffici della Mezzaluna Rossa e ha come protagonisti gli operatori in contatto con la bambina. Una chiamata lunga una vita (letteralmente) durante la quale il pubblico diventa parte attiva del salvataggio e del suo fallimento, vivendo intensamente l’intero flusso emotivo dell’evento insieme al cast.

I diversi livelli di rappresentazione e di privilegio

Se ci si ferma ad analizzare il film, emergono molteplici livelli di rappresentazione, ciascuno con il proprio equilibrio tra razionalità e carica emotiva:

  • la vicenda di cronaca reale, da cui tutto ha origine;
  • le registrazioni originali della telefonata, utilizzate per l’intera durata del film;
  • l’immedesimazione del cast, che interpreta un evento realmente accaduto;
  • il montaggio e lo stile registico, che imprimono una specifica visione della storia;
  • i social media, parte integrante della narrazione filmica contemporanea;
  • il pubblico, che osserva tutto dall’esterno, rielabora ciò che vede e lo restituisce al mondo attraverso le proprie emozioni, riflessioni e reazioni.

Questo complesso mosaico di prospettive genera un processo di metarappresentazione particolarmente interessante, in cui si moltiplicano le possibilità interpretative. Una delle sfide principali del cinema documentario sta proprio in questo: nel trovare un equilibrio tra realtà e messa in scena, tra testimonianza e costruzione narrativa.

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Kawthar ibn Haniyya, regista e sceneggiatrice tunisina classe 1977, autrice del film, ha dichiarato:

«Ho sentito che il mio ruolo, in quanto regista, fosse semplicemente di trovare il modo migliore e più cinematografico per trasmettere ciò che avevo ricevuto: la registrazione, la sua voce. Era già tutto lì. Dovevo capire e scoprire da quale prospettiva raccontarlo.»

Ed è proprio la prospettiva adottata dal film la sua forza più profonda. Non c’è una rappresentazione diretta della violenza, né una retorica emotiva forzata o compiaciuta. Al contrario, emerge il quotidiano degli operatori della Mezzaluna Rossa: persone sospese tra il dovere di salvare vite e la consapevolezza di godere, rispetto ai civili, di un certo grado di protezione. Vivono un conflitto interiore che si riflette nello sguardo della macchina da presa — e nel nostro.

Anche noi spettatori soffriamo, ci commuoviamo, empatizziamo… ma lo facciamo al sicuro nel calore della sala cinematografica. L’occhio della macchina da presa — il cine-occhio, per dirla citando Dziga Vertov — raggiunge qui il culmine della sua ambiguità: è al tempo stesso testimone, giudice, specchio. Noi siamo la macchina da presa, ma anche gli occhi e le orecchie degli operatori, costretti ad assistere impotenti al fallimento dei loro tentativi di aiuto. E, con loro, vediamo la morte ripetersi, silenziosa, inesorabile.

Che tipo di persone vogliamo essere?

Alla fine della visione, si rimane in silenzio. E una domanda, più urgente di tutte, dovrebbe sorgere spontanea: che tipo di persone siamo, e vogliamo essere?

In un conflitto dove soccorritori disarmati, come gli operatori della Mezzaluna Rossa, devono per legge chiedere il permesso agli oppressori per ottenere poche ore di tregua e provare a salvare una bambina, come possiamo, dai nostri privilegi, non rimanere a guardare e ascoltare in silenzio? Non è retorica: è una realtà documentata. Soprattutto quando il nostro stesso Paese — come l’Italia — finanzia direttamente o indirettamente gli armamenti utilizzati da quell’esercito. Come smettere di essere spettatori passivi e diventare parte attiva del cambiamento?

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Un primo passo è sostenere questo film. Un’opera d’arte indipendente, realizzata da una regista araba, donna, parte della comunità colpita dal conflitto, la cui prospettiva è fondamentale e troppo spesso marginalizzata. La sua autenticità è testimoniata anche dal metodo con cui è stata realizzata: prima di essere reso pubblico, il film è stato mostrato in anteprima agli operatori della Mezzaluna Rossa, per riceverne un parere, e successivamente ai parenti di Hind sopravvissuti, rifugiatisi fuori dalla Striscia di Gaza. Entrambi ne hanno riconosciuto e apprezzato la sensibilità e la verità emotiva.

Modi utili in cui possiamo aiutare

La voce di Hind Rajab ha attualmente incassato 959.928 € in Italia e rimane in programmazione in diverse sale cinematografiche. Vedere il film al cinema è oggi più che mai un gesto significativo: non solo per vivere un’intensa esperienza collettiva, ma anche per sostenere concretamente un’opera indipendente che merita visibilità.

Diffondere questo documentario è un atto di consapevolezza e di responsabilità. Per farlo, ogni canale è utile. Vi incoraggiamo a consigliarlo, a discuterne, a proporlo per rassegne, cineforum, scuole, centri culturali o spazi sociali.
Ogni forma di condivisione è preziosa per dare voce a Hind, alla sua storia, e a tutte le storie che, come la sua, rischiano di essere dimenticate.

Per approfondire e informarsi sul conflitto in corso, consigliamo alcuni canali attivi in Italia:

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