
I 100 miglior film del 21° secolo secondo New York Times: parliamone!
Tra un ventilatore, un té freddo ghiacciato e un calore che ci porta a vedere una potenziale piscina anche dentro a un tombino, l’estate è stata resa ancora più spicy dalla classifica dei 100 Migliori Film del XXI Secolo secondo il New York Times, in collaborazione con The Upshot, il dipartimento del Times specializzato in analisi dei dati a scopi giornalistici. L’importante testata giornalistica ha infatti rilasciato qualche giorno fa una classifica dei cento film migliori di questo primo quarto di secolo, stilata grazie alle votazioni di più di 500 registə, interpreti e sceneggiatorə.
Dopo una selezione iniziale di titoli, gli elettori hanno dovuto scegliere quale tra due film estratti a sorte fosse il migliore. Conclusa questa fase, The Upshot ha combinato i dati con i conteggi dei voti per creare la lista dei 100 migliori film.
“Tra servizi di streaming e blockbuster di supereroi il modo in cui guardiamo e pensiamo ai film è cambiato radicalmente negli ultimi venticinque anni. Ma in questo periodo di sconvolgimenti, quali film hanno davvero resistito alla prova del tempo?”
The 100 best movies of 21th Century, The New York Times
I dati più importanti
A livello geografico è possibile notare come, a parte qualche eccezione, tra cui spicca Parasite del regista coreano Bong Joon Ho posto al primo posto della classifica, la maggior parte dei titoli risulta ancora di registi statunitensi. Il cinema memorabile, quello che passa alla storia, continua ad essere selezionato da occidentali, in un sistema in cui Hollywood e lo studio system fanno da padroni sia a livello di produzione, che di distribuzione, diffusione ed esposizione mediatica. Come diretta conseguenza di ciò, quasi la totalità dei registə sceltə dal New York Times è composta da persone bianche e da uomini. La presenza di registə nerə è infatti quasi nulla e le registe donne sono pochissime (e tutte bianche). Anche la percentuale di film diretti da persone dichiaratamente queer, risulta molto bassa.
Tuttavia, è da notare come le storie in questione, i film scelti e ciò che raccontano, presentano invece molte storie anti-americane, con al centro storie Lgbtq+, storie femminili, persone nere come protagoniste e scritture poco tradizionali. Già solo nella top 20 vediamo infatti titoli come: Parasite, Mulholland Drive, Moonlight, Scappa – Get Out, La città incantata, I segreti di Brokeback Mountain.
Perché queste classifiche non hanno senso?
Stilare una classifica, soprattutto se hai le possibilità editoriali del New York Times, può essere interessante; fare un bilancio cinematografico di questo primo quarto di secolo, partendo da chi col cinema ci lavora ogni giorno, per capirne gusti, tendenze e farne possibili proiezioni future. Ogni classifica, però, va ponderata e contestualizzata, capendone finalità, autori, metodi di realizzazione. Pubblicarla come fenomeno estivo, in un mondo sempre più nozionistico e costantemente in lotta tra faide più o meno reali, non fa che svilire il mondo del cinema, già troppo spesso reso un contesto di tifoserie e schieramenti fini a se stessi.
Ogni giorno escono nuove classifiche non abbastanza argomentate, che si prendono la responsabilità di stilare elenchi di elementi che, secondo qualche redazione o a causa di incroci di dati presunti non ben esplicitati, hanno l’onore ed onere di essere “i migliori di…” “…che hanno cambiato la storia” e finiscono nelle mani di un pubblico giustamente non educato a usufruirne al meglio, finendo per superficializzare ciò di cui parlano. Una classifica cinematografica dipende da molteplici fattori, tra cui il proprio vissuto, le proprie conoscenze, i propri gusti e parametri personali. Come dichiarato dallo stesso NYT nell’articolo di condivisione della classifica, con il boom e la normalizzazione dello streaming, degli smartphone e di una fruizione casalinga del cinema, la nostra concezione della settima arte è cambiata, portandoci di conseguenza a prediligere film diversi dal secolo scorso. A maggior ragione, dunque, le stesse classifiche diventano potenzialmente problematiche, impoverendo ulteriormente l’attenzione alle sfumature e ai dettagli delle forme d’arte.
Il ruolo del pubblico: queste classifiche come influenzano il nostro modo di fruire il cinema?
Sono sempre di più le persone che non vanno al cinema, ma aspettano che i film escano sulle piattaforme, scegliendo a priori di guardare o meno un film sulla base dei giudizi che esso ha ricevuto da influencers, creators o media. Un continuo opinionismo nozionistico sta portando a una sempre maggiore diffidenza nei confronti della sperimentazione e a crescenti pregiudizi basati sul sentito dire. L’ennesima classifica, pubblicata tra l’altro da un’importantissima testata giornalistica, può da un lato invogliare la visione dei titoli elencati, ma dall’altro lato potrebbe avere un effetto boomerang a discapito di tutta una serie di ottimi film che, a causa di una serie di co-fattori, non sono stati inclusi e che così andrebbero ulteriormente a perderci. Sarebbe più utile consigliare dei film dividendoli per genere o con un criterio che possa mettere in paragone pellicole simili, oppure dando una preliminare contestualizzazione. Per questo motivo, noi di Strega in Biblioteca abbiamo deciso di consigliarvi alcuni dei film presenti nella top 100 del New York Times che a noi sono piaciuti di più, ma come esempi di generi diversi e non come titoli in concorrenza tra di loro.
Parasite, Bong Joon Ho, 2019
Corea, due famiglie così simili nel loro essere opposti. L’astuzia, mista alla necessità di sopravvivenza e alla voglia di riscatto porteranno a una crescita esponenziale della storia, che con toni comici, drammatici e a tratti quasi horror ci porta a riflettere sulla lotta di classe, l’ipocrisia e quanto l’occasione possa rendere ladro l’essere umano. Perfetto per un cineforum estivo tra amici e per chi ha voglia di rimanere incollato allo schermo per capire fino all’ultimo cosa succederà.
Mulholland Drive, David Lynch, 2001
Se ciò che cercate è un thriller, dai toni onirici e sinistri, con protagoniste femminili con risvolti saffici, questo è il film che fa per voi. Una pellicola sensoriale in cui colori, suoni e sensazioni tattili creano un lungo viaggio introspettivo all’interno della psiche umana, attraverso donne tridimensionali, ambigue e sempre capaci di stupire il pubblico. Un capolavoro di cinema alternativo, capace di incantare anche i più tradizionalisti hollywoodiani.
Lost in translation, Sofia Coppola, 2003
Se state attraversando una crisi esistenziale, un passaggio di età per voi significativo o vi sentite emotivamente in standby, Sofia Coppola fa al caso vostro. In Lost in translation Scarlett Johansson e Bill Murray vagano attraverso una Tokyo-non luogo, ricca di sfarzo e attrazioni, ma povera ai loro occhi di calore ed interesse. I due protagonisti, guidati da un senso di alienazione ed inadeguatezza, si avvicineranno, scoprendo che non è la differenza di ceto, di età o di vissuto a renderci tanto distanti.
Volver, Pedro Almodóvar, 2006
Un film per chi desidera emozioni forti, passionali, dure e pure. Tre generazioni di donne a confronto, in una Spagna ricca di sentimenti e che non risparmia nessuno, in cui la terza protagonista della storia, al fianco delle muse almodovariane Penélope Cruz e Carmen Maura, è proprio La Mancha, regione di origine del regista, luogo fulcro per la tradizione iberica e del Don Quijote, il romanzo picaresco che insegna come nessuna battaglia, anche quelle appaerentemente impossibile, sia persa o inutile.