
Half Man: la nuova brutale serie tv di Richard Gadd
Accanto a serie tv LGBTQIA+ belle e luminose come Heartstopper (Netflix, 2022-2024) e Heated Rivalry (Crave, 2025-), Half Man è un buco nero che quella luce la risucchia in un gorgo di mortificazione e odio di sé. Dopo la semi-autobiografica Baby Rendeer (Netflix, 2024), Richard Gadd torna con una nuova serie tv − da lui scritta, prodotta e interpretata per HBO e BBC – che, questa volta, affonda i denti nella carne coriacea della mascolinità tossica per tastare la nervatura al di sotto: l’incapacità di amarsi.
Gioie violente, violenta fine
Fuori, una festa di matrimonio. Gli invitati danzano sotto un cielo ricamato di nuvole a ritmo di un Scottish jig. Dentro, in un granaio, una resa dei conti. Due uomini si fronteggiano. Uno è a petto nudo, le mani fasciate da bende, imprevedibile come solo i predatori messi all’angolo sanno essere, l’altro tutto in ghingheri (il matrimonio è il suo), gli occhi da cerbiatto spalancati dal terrore. Sono amanti? No, peggio: fratelli. Anzi, fratellastri; e quando parte il primo cazzotto, la forza del rinculo ci sbalza indietro nel tempo, al 1987.
Li ritroviamo adolescenti forzati a condividere la stesso casa, la stessa stanza, quello spazio intimo di sperimentazione del sé che prima apparteneva solo a Niall Kennedy (Mitchell Robertson, poi Jamie Bell) e che ora è anche di Ruben Pallister (Stuart Campbell, poi Gadd).
(Forse è per questo motivo che le loro vite finiscono per diventare due eliche di un unico DNA. Dovevano rimanere separati ma hanno finito per contaminarsi a vicenda.)
Ha la forza scioccante di una violazione, l’arrivo di Ruben; un’intrusione, una specie di occupazione dittatoriale a cui, però, Niall non sa e, alla fine, non vuole resistere.
Non potrebbero essere più diversi: Ruben è attraente, fumantino, rissoso, sicuro e pieno di sé; Niall è anonimo, taciturno, tutto gambe, braccia e timidezza. E allora lo capiamo, glielo leggiamo nei pozzi scuri sotto le ciglia delicate: ciò che lo tiene al fianco di Ruben è parte istinto di sopravvivenza, parte invidia e gelosia, parte qualcosa che non deve prendere forma, che non può nemmeno essere pensato, ma che sta sempre lì in agguato ad alimentare l’ambiguità. È così quando hanno 17 anni e sono un ammasso di ormoni impazziti, pronti a conquistare insieme il loro piccolo mondo; è così quando ne hanno 40 e, ormai diventati la piaga l’uno dell’altro, si ritrovano faccia a faccia in un granaio fatiscente. Fuori, una festa di matrimonio. Dentro, una resa dei conti.
“I fucking love you, brother!”: la violenza come forma d’espressione in Half Man
Nel corso dei sei episodi di cui si compone Half Man, assistiamo al districarsi nell’arco di trent’anni del rapporto fra Niall e Ruben, dagli anni Ottanta fino ai giorni nostri. Ma è un andare a scatti, avanti e indietro, un continuo protendersi e ritirarsi, attaccare e difendersi, come in un incontro di boxe.
Non c’è niente che sia pacifico o pacato in Half Man, Ruben ne è solo l’esempio più evidente. Richard Gadd non aveva pensato di interpretarlo − Niall, sì, invece, lo aveva scritto per Jamie Bell. La sua trasformazione fisica è impressionante: quella che prima era solo altezza si è fatta imponenza, minaccia; la voce si è arrochita, più simile al ruggito gutturale di un orso che al suo timbro naturale. È una performance (nel senso di interpretazione attoriale) nella performance (nel senso di performatività di genere). È essa stessa una forma di coercizione (di Gadd sul suo corpo).
La violenza è la cifra distintiva di Ruben, l’unica lingua che conosce. Qualsiasi cosa senta, che sia la tristezza, l’amore, la gelosia o quell’infestante senso di inadeguatezza, viene automaticamente tradotto in esplosività, codificata come aggressività. Ma a Niall la violenza non è poi così estranea. La subisce, giovanissimo, e la pratica. Quando non è diretta a se stesso, è più sottile e subdola. La sua versione adulta è lontana dall’innocenza giovanile. È disillusa, avvelenata, triste e ha imparato a manipolare per ferire, a sfruttare le vulnerabilità altrui per cadere sempre in piedi, sempre un po’ più in là del luogo del disastro.
E così quelle di Gadd e Bell diventano esibizioni corpo a corpo in ogni senso, come quella che prende l’ultima parte del quarto episodio, uno dei più belli mai scritti e meglio interpretati della serialità contemporanea. È un botta e risposta serrato − è il caso di dire botte e risposta? − in cui i ruoli di vessatore e vessato rimpallano dall’uno all’altro con un giro di frase; in cui lə spettatorə non può che rimanere in silenzio, ritrarsi dallo schermo nel tentativo di non venire colpitə di traverso.
Mascolinità tossica e omonegatività interiorizzata
Half Man è la personalissima indagine di Gadd su un maschile fragile e sofferente, che è a tanto così dal punto di rottura ma continua a ignorare le crepe, ad andare avanti come se nulla fosse. Riconoscere la propria vulnerabilità ne causerebbe l’implosione, e allora meglio battere il pugno e predicare che il valore di un uomo è dato da quanto in alto riesce ad arrivare (rispetto agli altri uomini), dalla misura del suo successo (sempre rispetto agli altri uomini), dalla capacità in cui provvede per la sua donna e i figli che da lei ha avuto e dal numero di rapporti sessuali (rigorosamente etero) che intrattiene nel corso del tempo.
Per Ruben e Niall la mascolinità diventa prigione fisica e mentale. Li vediamo disposti a tutto per far fronte a quelle “mancanze” che li renderebbero mezzi uomini e che vedono riflesse nell’altro. L’essere meno è un pensiero parassitario che attecchisce nelle loro vite e le dirotta ciclicamente verso la collisione. E quando si pianta in Niall, si lega a doppio filo con la sua (omo)sessualità.
In Vertigine. ChemSex e mascolinità tossica: la generazione invisibile, Simone Alliva descrive l’omonegatività come “la più subdola delle forme di violenza” proprio perché proviene dal di dentro.
Non c’è bisogno che qualcuno ti sputi addosso per strada: basta che tu faccia tuo il loro disgusto, che ti guardi allo specchio e veda solo il riflesso deformato di quello che la società ti dice di essere.
Vertigine, Simone Alliva
Ogni volta che vediamo Niall è sempre qualcuno di diverso: il ragazzino bullizzato, lo studente brillante ma non dichiarato, l’universitario fallito che fa sesso non protetto nel bagno della biblioteca, lo scrittore bestseller che partecipa ai chemsex party uscendone distrutto. La costante è sempre quella: il disgusto che prova verso se stesso, il timore di essere scoperto: da chi, poi?, quand’è chiaro che a nessunə frega niente di come vive la sua vita? “Il più grande omofobo sei tu”, gli dirà Ruben. Per tutta la vita Niall ha cercato di seguire un modello che non ha mai sentito suo. Eppure ha insistito e insistito e insistito, cercando di seguire le istruzioni, di far tutto giusto, di incastrarsi nella forma che immaginava gli si richiedesse.
Non sorprende: essere un uomo gay significa spesso crescere dentro un modello virile che ti respinge a ogni passo. Ogni gesto, ogni desiderio, ogni voce fuori registro è un tradimento del copione della mascolinità. Il risultato è un’armatura che pesa ma che ti tiene in piedi. Ma l’armatura non è amore. L’armatura è solo sopravvivenza.
Vertigine, Simone Alliva
E allora, come ha dichiarato Gadd a Vanity Fair, Half Man sarà anche una serie tv sulla mascolinità tossica, ma è innanzitutto una serie tv sulla fatica che gli uomini hanno a esprimersi, a essere vulnerabili, ad amare se stessi e amarsi l’un l’altro. Perché, non prendiamoci in giro, quello tra Niall e Ruben è un amore travolgente, che consuma il tempo e la ragione. Un amore che, ancora una volta, non si permettono di sentire e apprezzare perché altrimenti sarebbero meno, sarebbero uomini a metà. Qualora ve lo steste chiedendo: il sottotesto sessuale è presente, è voluto, Gadd lo ha scritto.
Half Man è da approcciare con cautela
Half Man non offre nessuna parola di conforto, nessuna risoluzione positiva. È una serie cupa, fatta per mettere a disagio. Vuole che tu, spettatorə, rimanga tesə per tutto il tempo della visione, che ti sistemi sul posto di fronte all’imprevedibilità delle loro azioni. Richard Gadd ha raccontato a BBC che con Half Man voleva mostrare perché i legami fra due uomini possono essere la cosa migliore e peggiore di sempre allo stesso tempo e come. Non ci sono dubbi: ci è riuscito.