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Gli spiriti dell’isola: il gotico dove meno te l’aspetti

Gli spiriti dell’isola: il gotico dove meno te l’aspetti

Comune è il pensiero che un certo genere, un certo filone o una certa inclinazione artistica si fossilizzino su un determinato periodo storico e su una selezione limitata di titoli, spesso presenti nei manuali universitari e cristallizzati un passato “senza possibilità di ritorno”. Ebbene, guardandoci intorno con più attenzione, ci renderemo conto che elementi di culture come quella romantica, stilnovista, barocca o decadentista sono ovunque intorno a noi, anche nei prodotti letterari e cinematografici più pop che vi possano venire in mente. Il genere gotico appartiene senza alcun dubbio a questa categoria di filoni, che non sono mai morti e mai moriranno. Anzi, il gotico è forse uno di quei sottogruppi artistici che con più prepotenza si reimpone nella nostra società, emergendo in titoli super pop come What we do in the shadow o in pellicole candidate agli Oscar come Gli spiriti dell’isola

Gli spiriti dell'isola: panoramica sul film

Nell’ottobre del 2022 negli Stati Uniti è stato trasmesso in sala Gli spiriti dell’isola, pellicola diretta da Martin McDonagh che si è aggiudicata 9 candidature ai premi Oscar, 8 ai Golden Globe, vincendone 3. Il clamore scatenato da questo film squisitamente autoriale è, a mio giudizio, assolutamente meritato. Gli spiriti dell’isola, che oggi potete recuperare su Disney +, è un gioiello del cinema contemporaneo che raschia il fondo di un barile che mai smetterà di produrre ispirazione e suggestioni: quello del genere gotico.

Gli spiriti dell’isola è una commedia grottesca che si trasforma in una sorta di thriller psicologico in cui ogni inquadratura preannuncia un colpo di scena che né gli spettatori in sala né i personaggi dello stesso film potrebbero mai riuscire ad immaginarsi. Ci troviamo su un’isola irlandese, Inisherin, negli anni ’20: oltre il mare che separa Inisherin dalla terra ferma, gli isolani odono gli schiamazzi della guerra civile. Su questo pezzo di terra, dominato dalle scogliere, dagli animali da pascolo e dalla musica folk, vivono pochi personaggi dalla caratterizzazione imponente, che si destreggiano tra il lavoro rurale e le bevute al pub. 

Tra di loro c’è il gentile e sempliciotto Pádraic Súilleabháin (Colin Farrell) e il brontolone Colm Doherty (Brendan Gleeson). Di loro non sappiamo molto, eccetto che Pádraic è sempre stato il migliore amico di Colm e che Colm è sempre stato il migliore amico di Pádraic. Finché un giorno Colm si rifiuta di andare a bere una birra al pub insieme a Pádraic, dichiarando conclusa la loro amicizia. Perché questo improvviso cambiamento? E cos’è disposto a fare Pádraic per riconquistare l’affetto del suo migliore amico?

Personaggi alla Shirley Jackson tra i verdi pascoli irlandesi

Gli spiriti dell’isola, in un primo momento, appare in tutto e per tutto come una commedia dell’assurdo, in cui il povero Pádraic, abbandonato da un amico che, per quanto ne sappiamo, possiede da sempre, si ritroverà solo e deciso a riconquistare l’affetto perso. Come tutti i libri e, successivamente, le trasposizioni più classiche del genere gotico, Gli spiriti dell’isola è un racconto che nasce da una situazione di assoluta quotidianità. Perdere un amico, traslocare in una nuova dimora, mettersi in casa un ospite, partecipare ad una ricerca: attività che mai desterebbero alcun sospetto, che ci rassicurano nella loro ordinarietà, ma che potrebbero, lentamente, prendere una piega inaspettata. Un elemento fondamentale del genere gotico è proprio questo: l’inquietudine là dove è maggiormente inattesa. Fateci caso: aprendo un libro che si annuncia come un pilastro della letteratura gotica, leggendo i primi capitoli, a nessuno di voi parrebbe che da un momento all’altro la follia pervaderà la mente di un personaggio o un fantasma attraverserà il soffitto. Eppure, ad un certo punto, senza neanche farcene rendere conto, l’inquietudine striscia dentro di noi e in men che non si dica il più piccolo spiffero della stanza ci sembra il fiato gelido di un’anima in pena. 

La stessa ambientazione di Gli spiriti dell’isola urla “gotico” in ogni dove. Proprio come Heathcliff e Catherine di Cime Tempestose sono padroni indiscussi della brughiera inglese, così Pádraic e Colm sono re di un’isola irlandese che è tutta scogliere a picco sul mare agitato e pascoli verdeggianti. A spezzare l’immensità di questa natura indomita ci sono, ogni tanto, delle casupole squisitamente rurali, come se l’uomo fosse solo un ospite dell’aspro paesaggio. L’Irlanda di McDonagh è resa tramite una fotografia spietata e documentaristica, dalle tonalità fredde e la saturazione accesa, tanto brillante nella sua apparenza quanto desolata e tetra nella sua essenza

Esattamente come nel genere gotico, il paesaggio non è mai uno sfondo anonimo, ma un attento spettatore delle vicende umane. Ne ingloba i tumulti e ne ridimensiona le voci. Le angosce dei personaggi ci sembrano improvvisamente quisquiglie se paragonate all’immobilità delle scogliere o all’agitazione perpetua del mare. Così come in Dracula ci sembrano insignificanti gli sforzi di Van Helsing nel cimitero, durante il confronto con la terribile Lucy, osservato da decine di tombe che restano indifferenti di fronte a qualsiasi calamità

Gli spiriti dell'isola che infestano chi la abita

I personaggi di Gli spiriti dell’isola sono una prova provata che il genere gotico ormai si è fatto ampiamente strada all’interno della nostra società, generando un gusto incredibile per i turbamenti della psiche umana e per l’ineffabile distruzione che la quiete più subdola può generare. Quieta è la caratteristica primaria con cui descriveremmo la vita di Pádraic, un semplice lattaio, che porta al pascolo le mucche, passa le sue sere al pub e convive con l’amata sorella. Pádraic è un uomo placido, affatto incline alla violenza, fiero di essere gentile e accomodante con la sua comunità. Colm, dal canto suo, è un lago piatto e disteso, interessato solo alla sua pace interiore, volenteroso di scrivere una ballata al violino che lo renda immortale, proprio come i suoi componimenti hanno fatto con Mozart. Allora com’è possibile che questi due personaggi, immagini fatte e finite della tranquillità, entrino in una spirale che li condurrà verso la definizione più pura di “follia”? 

Proseguendo con la visione del film, ci renderemo conto che se apparentemente Colm è diventato nemico di Pádraic, la realtà è che i due protagonisti si ritrovano a combattere contro due sfidanti ben peggiori. Entrambi fronteggiano lo stesso avversario, che prende per ognuno fattezze diverse, ma che, in ogni caso, è capace di condurre il migliore degli uomini verso la bocca dell’inferno: la paura. Colm è terrorizzato dall’idea di morire. Si guarda alle spalle e, in tarda età, riconosce l’inutilità della sua vita, trascorsa senza produrre nulla di realmente significativo. 

Da qui il suo desiderio di creare un’opera d’arte, unico elemento che all’interno della nostra società sembra resistere alla maledizione del Tempo. Eppure il suo obbiettivo di fare arte appare a noi spettatori grottesco e privo di importanza effettiva: un uomo anziano che strimpella note sul suo violino osservando il mare, esibendosi solo per i pochi ubriaconi che frequentano il pub, desolato nella sua casa spoglia. Mentre si impegna a scrivere note su uno spartito, quello che ci domandiamo è: chi mai le leggerà? La nostra perplessità non farà che acuirsi nel momento in cui, quando il film si instraderà sulla via più goticheggiante, Colm si macchierà di un gesto assurdo, una contraddizione e una personale negazione delle proprie aspirazioni. 

Pádraic, invece, ha un nemico ben più subdolo di Colm: la propria identità. Pádraic  è un personaggio meravigliosamente scritto, un guizzo di genio nelle mani di uno sceneggiatore, che assume a tratti delle sembianze pirallendiane. Nella sua casetta accogliente, l’uomo vive insieme alla sorella  Siobhán, tutti gli vogliono bene perché Pádraic è l’esempio più perfetto di quella che si definirebbe una “brava persona“. Ma oltre a questo, chi è? Privo di istruzione, di un intelletto che gli permetta qualsiasi tipo di emancipazione, della consapevolezza di essere un granello di polvere che mai lascerà traccia del suo passaggio sulla Terra, Pádraic vive la sua vita in una tranquillità ignara che improvvisamente viene rotta dalla rivelazione di essere una nullità. 

Colm è il detentore di questo messaggio rivelatore. Colm è colui che mostra a Pádraic un “altrove” intellettuale al quale egli non apparterrà mai. In questo sta la sua inadeguatezza. Pádraic  non ha paure (come potrebbe, non abituato com’è a pensare?) finché Colm non glie le porge su un piatto d’argento. Nel momento in cui Pádraic  scoprirà che la sua gentilezza non l’ha ripagato di niente, che la sua intera identità è costruita su qualcosa che non ha più valore, il mondo crolla, la mente vacilla e il migliore degli uomini si prepara a diventare il più bestiale dei folli. 

The Banshees of Inisherin: tra folklore e leggenda

Abbiamo parlato dei paesaggi immortali e caustici del panorama gotico; dei personaggi comuni che si trasformano nelle ombre dei propri mostri… non resta che analizzare l’ultimo elemento caratteristico della letteratura gotica che, prepotentemente, assale anche la pellicola di McDonagh: il sovrannaturale. Nel genere gotico l’elemento sovrannaturale è ben diverso da come ce lo presentano generi come il fantasy. Si tratta di una presenza sotterranea e imprevedibile, che si mescola perfettamente alla realtà che i personaggi creano nella loro mente, spesso distorta. I fantasmi di Shirley Jackson infestano veramente le case antiche oppure sono ombre che aleggiano solo nella mente dei suoi personaggi? Rebecca è davvero l’anima sofferente di una moglie che infesta una dimora elegante e vuota dei DeWinter, oppure è solo l’incubo della nuova signora DeWinter? 

Il titolo originale del film, The Banshees of Inisherin, immediatamente suggerisce allo spettatore la presenza di una componente inquietante, una distorsione della realtà comune che ci provoca un brivido lungo la schiena, più di quanto faccia la parola “spiriti”. Le Banshees, infatti, sono delle creature che popolano il folklore anglosassone: si tratta di donne capaci di annunciare una morte prima che avvenga. Se in una vallata si ode una Banshee gridare, qualcuno è prossimo alla fine. Ne Gli spiriti dell’isola incontriamo una vera e propria Banshee, che lì per lì ci appare (come ogni cosa, d’altronde) una semplice anziana signora, un po’ tetra e ricurva, ma innocua. 

La presenza di Sra. McCormick all’interno delle trame del film, tuttavia, inizia pian piano ad integrarsi a quelle scogliere desolate e ai pascoli verdi che sopra nominavamo. Capiamo, ad un certo punto, che l’anziana signora appartiene più al mondo degli spiriti, della Natura e dell’Invisibile, che a quello degli esseri umani. Anch’essa è una spettatrice che non fa del male, ma annuncia la venuta della follia, della degradazione morale e della morte. La Banshee di Gli spiriti dell’isola è proprio come la Casa di L’incubo di Hill House: una presenza inquietante che per tutta la durata della narrazione non fa che osservare, immobile, le menti dei protagonisti marcire. Il soprannaturale diventa l’ennesimo capro espiatorio delle storture della mente umana: avete mai pensato ad Hill House semplicemente come ad una casa? Avete mai guardato l’anziana signora vestita di nero semplicemente come una donna, piuttosto che come una strega?

Fan del gotico, accorrete numerosi: Gli spiriti dell'isola è il film che fa per voi!

Sono riuscita a convincervi che il genere gotico è possibile trovarlo anche al di fuori dei più classici stereotipi? Ebbene, se ci sono riuscita, l’ultimo appello che mi sento di farvi è: correte su Disney + a guardare Gli spiriti dell’isola! Non solo per la sua regia favolosa, per la fotografia immersiva, per le interpretazioni eccellenti, ma anche perché quello di McDonagh è un riuscitissimo esperimento che mescola la commedia dell’assurdo al gotico più classico in maniera eccellente. Spero che questa analisi vi abbia spronato a ragionare sul fatto che ogni genere, corrente o filone artistico possiede delle caratteristiche proprie, le quali possono essere facilmente trasferite in contesti diversi. Le contaminazioni sono la cosa più bella che possa accedere nel mondo dell’arte e, quando mi trovo di fronte una pellicola che unisce elementi diversi in un’unica, grande, meraviglia, non posso fare a meno di consigliarvela. 

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