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American Gods: anatomia di un capolavoro

American Gods: anatomia di un capolavoro

Only the Gods are real

In più di trent’anni di carriera il nome di Neil Gaiman è diventato sinonimo di successo e qualità. Già dalle prime pubblicazioni come sceneggiatore di fumetti è riuscito a imporre una cifra stilistica grazie alla sua capacità di trasporre su carta una vivida immaginazione. C’è chi ritiene la serie di Sandman come uno dei capolavori fumettistici del Novecento: così come nel fumetto, anche nella produzione romanzesca, Gaiman da solo raggiunge vette che pochi professionisti sono riusciti a sfiorare. 

È nel 2001, pubblicando il suo quarto libro, che l’autore di Coraline raggiunge il punto più alto della sua carriera da scrittore. Un fantasy metafisico in cui esprime tutto lo spirito di ricerca e curiosità verso i meccanismi che governano il mondo e l’umanità. Una storia stratificata in cui spicca la critica sociale e l’amore per la mitologia; in cui il Tutto si intreccia formando una trama fitta che, vista al microscopio, sembra solo un groviglio di fili di colori diversi, ma osservandola dalla giusta distanza si scopre come il meraviglioso arazzo che è in realtà: un’opera del più fine artigianato.

La trama: American Gods tra un road trip e un'epopea mitologica

La storia segue Shadow che, dopo essere uscito di prigione, fa la conoscenza di uno strano individuo dal grande carisma. L’uomo si fa chiamare Mr. Wednesday e gli propone di lavorare per lui a un progetto misterioso, promettendo a Shadow un lauto compenso. Rimasto senza famiglia e lavoro, Shadow decide di accettare l’offerta di Wednesday ma, una volta iniziato il loro viaggio da uno stato all’altro, tutte le stranezze a cui assisterà Shadow avranno risposta nella scoperta della vera identità di Mr. Wednesday: egli non è altri che Odino, il dio Padre Universale della mitologia Norrena. Shadow ha dato la sua parola, dovrà lavorare per lui e aiutarlo nella sua missione: unire tutte le divinità del mondo per ingaggiare una guerra contro le nuove divinità (quelle della tecnologia e della globalizzazione), al fine ultimo di riconquistare l’umanità.

La storia di American Gods ha una delle premesse narrative più innovative degli ultimi anni: “cosa succederebbe se tutti gli dèi dell’umanità si fossero stabiliti in America e volessero riacquisire il potere perduto?”. È un romanzo complesso in cui Gaiman esprime i suoi pensieri su un Paese potente, oggi innalzato a metro di paragone per chi abita il resto del mondo. L’autore si chiede cosa sia davvero questo grande Paese, che è diventato un po’ un mondo a sé pur essendo parte di qualcosa di più grande, e si chiede anche quali siano gli dèi che l’umanità di oggi venera con più ardore. Domande, domande, domande… e il risultato non è un vuoto elogio al Nuovo Mondo ma una critica feroce e puntuale su ciò che esso – nel bene e nel male – rappresenta.

Genesi dell'opera: capire l'America

Dalla prefazione dell’edizione dei 10 anni del romanzo apprendiamo che American Gods nasce dal desiderio dell’autore di descrivere al meglio l’America:

this strange, huge place where I now found myself living that I knew I didn’t understand”

L’autore britannico si trasferì negli Stati Uniti nel 1992 e da lì iniziò il suo viaggio (fisico e metaforico) alla ricerca dell’anima di questo paese, avvertendola, tra le altre cose, nel grande mix di culture che negli anni lo hanno abitato e lo vivono tutt’ora

Quando pensiamo all’America non possiamo fare a meno di pensare all’immigrazione. Probabilmente la prima immagine che ci viene in mente è quella delle enormi navi cariche di persone che, in tempi non troppo lontani, attraversavano l’oceano per andare a cercare lavoro e fortuna oltre l’orizzonte. Prima ancora delle migrazioni volontarie ci fu la mostruosa tratta degli schiavi da cui si originò tutta la popolazione afrodiscendente; e ancora prima della “scoperta” di Colombo furono i popoli precolombiani a toccare il suolo del continente portando con sé le loro conoscenze e credenze. Ancora oggi gli storici non sono totalmente sicuri di quali altre popolazioni abbiano toccato il suolo americano in tempi ancora più remoti. Neil Gaiman fa degli immigrati il mezzo tramite cui gli dèi del “vecchio mondo” si sono insediati nel nuovo. Viaggiando da un continente all’altro e stabilendosi in America, gli immigrati di tutte le etnie e nazionalità hanno portato con sé storie e tradizioni, tutto quel bagaglio culturale costituente le proprie radici è stato trapiantato in quella terra feconda che promette così tante opportunità. Fu così che gli dèi di diverse culture si stabilirono in una terra straniera e, come gli immigrati, provarono a tirare avanti.

«Questo è l’unico paese al mondo che si domanda chi è»

Dopo la pubblicazione, la critica letteraria si chiese se Gaiman fosse effettivamente riuscito a capire e raccontare l’America, se ne avesse avvertito lo spirito autentico oppure se – in quanto europeo e in particolare britannico – si fosse lasciato condizionare dagli stereotipi. Non c’è una risposta univoca alla questione ma sicuramente l’analisi di Gaiman non è realizzata basandosi su vuote congetture. Si potrebbe dire che l’autore non ha colto per intero lo “spirito americano”, ma di sicuro è riuscito a raccontare una parte dell’insieme di caratteristiche antropologiche e sociologiche del popolo degli Stati Uniti partendo da una delle sue frange più importanti e, al contempo, discriminate: gli Immigrati, le persone che non l’hanno solo abitato sin dall’inizio dei tempi ma l’hanno, di fatto, costruito e contribuiscono a renderlo ogni giorno più grande. Dal romanzo emerge un’America immensa e contraddittoria, un luogo in cui la diversità è sia una virtù sia una terribile onta.

American Gods e la feroce critica al "sogno americano"

Pur non esprimendo mai giudizi manifesti e lasciando a chi legge libertà completa di elaborare le proprie idee, è su un elemento in particolare che l’autore rende evidente la sua critica: Gaiman mette in discussione il “Sogno Americano” mostrando senza filtri la fatica che devono fare le persone immigrate per vivere in un luogo che promette meraviglie ma in cui è concretamente arduo realizzarsi. Non è mai facile per chi emigra ricostruire la propria casa in un luogo diverso da quello da cui si proviene. Bisogna scendere a compromessi, accettare umiliazioni e difficoltà che una persona “nativa” non avrà, eppure l’America anche in questo è contraddittoria in quanto la sua grandezza come Nazione è stata raggiunta dopo il mostruoso genocidio e l’oppressione delle popolazioni native. Oggi essere americano non ha più a che fare col “sangue” ma più con l’insieme di valori che nei secoli sono diventati caratteristici per definire il popolo degli USA. Il risultato è un popolo multiculturale ma talmente diversificato da non essere incasellabile.

Quindi chi è veramente americano? Come dice Wednesday: Nessuno lo è. L’America è una terra che affronta da sempre una grande crisi d’identità, non c’è una definizione univoca di quello che significa essere americani perché l’America è un Paese di moltitudini. Sembra che viva nella costante ricerca di sé stessa in ciò che i suoi abitanti le hanno offerto. Tutto ciò che oggi consideriamo “americano” ha le sue radici nella moltitudine di culture che abita il Paese, e in questa moltitudine si trova insieme la forza e la debolezza di un popolo potente ma che non riesce a essere coeso.

Divinità antiche VS Idoli moderni

«Penso» annunciò con voce
tetra «che a quelli come noi piace fumare perché ci ricorda le
offerte che una volta bruciavano in nostro onore, il fumo che saliva
quando venivano a chiedere la nostra approvazione o il nostro
favore.»

 

In precedenza creature potenti, venerate e temute, gli dèi antichi, dopo aver seguito i loro fedeli nel nuovo continente, sono rimasti intrappolati in uno stato di torpore in cui la fede di cui nutrirsi è sempre più scarsa e la “concorrenza” sempre maggiore. In American Gods Gaiman non si limita a portare in scena divinità mainstream – come quelle della mitologia greca, i cui retelling oggi spopolano – è evidente quanto abbia studiato le mitologie del mondo al fine di presentare una rosa di dèi e creature mitologiche provenienti da pantheon diversi e questo è un ulteriore fattore che ci permette di stabilire fino a che punto l’autore sia attento al multiculturalismo della Nazione in cui ha vissuto. Così abbiamo divinità più o meno conosciute e insieme alla mitologia norrena coesistono quella slava, africana, mediorientale e hindu, senza dimenticare il grande valore che l’autore riserva al pantheon egizio e tutti gli altri accenni alle decine di altre mitologie del mondo. 

Neil Gaiman non si limita a fare una lista asettica di divinità ma adotta, ancora una volta, una prospettiva nuova mostrandoci questi esseri superiori nella loro forma peggiore: stanchi, deboli, quasi dimenticati, che conservano quel poco di energia divina che li rende eterni solo grazie a mezzucci da imbroglioni. Sembrano arrivati al capolinea perché nessuno crede più in loro e ai valori di cui sono manifestazione. Gli dèi antichi assumono forme umane molto specifiche ma molto diverse l’una dall’altra, fisicità di tutti i tipi e di tutte le età. La maggior parte degli dèi di American Gods si manifestano come persone di mezz’età o più anziane, con caratteristiche fisiche precise che marcano i segni dell’età. Tutto ciò sta a indicare in primo luogo una certa saggezza ed esperienza e in secondo luogo il lungo tempo passato sul suolo americano che li ha sicuramente consumati. Tutte le divinità che incontriamo sembrano usurate dal tempo e vivono nel ricordo costante della loro glorioso passato. La corrosione fisica ha indubbiamente a che fare col fatto che in secoli di storia l’Umanità è cambiata, ha creato nuovi idoli a cui sacrificare la propria vita, a cui destinare preghiere e speranze.

Il progresso tecnologico ha assorbito la nostra attenzione, il profitto economico è diventato l’unico obbiettivo da perseguire, il consumismo è oramai una religione. Gli dèi sono sempre esistiti in quanto manifestazioni di concetti astratti che abbiamo innalzato a valori da adorare, così come in un tempo lontano si venerava Odino in quanto dio Padre che era pronto a morire pur di possedere la Conoscenza, oggi si crede nel Progresso in tutte le sue manifestazioni. L’opposizione degli Antichi verso i Nuovi ha la massima espressione nel personaggio di Wednesday: egli appare con caratteristiche riconducibili allo stereotipo del “capofamiglia”, un uomo anziano ma che esprime ancora vigore e autorità; nei suoi ragionamenti non manca mai un grande paternalismo, un atteggiamento che si può facilmente riscontrare in quelle persone che non vedono di buon occhio il cambiamento e il rovesciamento dello status quo. 

Un atteggiamento del genere non è sostenibile a lungo perché l’umanità non è statica ma in continua evoluzione. Gli unici dèi antichi che non sembrano accusare più di tanto la crisi di fede di cui sono vittime sono, non a caso, divinità legate a un concetto che non smette mai di interessare l’umanità: la morte. Essa è inevitabile, sempre presente nella mente degli esseri umani, così gli déi che ne sono ministri in American Gods riescono ad affrontare la dura vita in America con una dignità che in altre figure mitologiche invece non vediamo.

«Di’ a Wednesday questo, amico. Digli che è un dinosauro. Vecchio. Superato. Dimenticato. Digli che il futuro siamo noi e che non ce ne frega niente né di lui né dei suoi simili. È stato consegnato alla discarica della storia mentre quelli come me viaggiano a bordo di limousine lungo le superautostrade del futuro.»

I nuovi dèi dell’umanità sono le novità tecnologiche che promettono meraviglie, non più la personificazione di valori precostituiti ma l’incarnazione di ciò che la modernità si prefissa di ottenere grazie alla scienza. Nel 2001, quando il libro venne pubblicato per la prima volta, il mondo stava attraversando un momento di innovazione tecnologica mai vista prima. Il nuovo millennio era appena iniziato e, per l’America stessa, il 2001 fu un anno spartiacque nella sua storia recente: per la prima volta questa grande Nazione non era più intoccabile. Non poteva esserci momento più adatto per pubblicare un romanzo su nuovi dèi trattati in maniera critica. 

I personaggi delle nuove divinità sono presentati con un look tutt’altro che consunto: sono piacenti, giovani, così perfetti da sembrare finti, hanno poteri legati alle apparecchiature elettroniche e, come gli dèi antichi, hanno doti da mutaforma. I nuovi dèi non possiedono quell’esperienza e saggezza che caratterizzano le vecchie divinità ma ostentano una grande sicurezza facendosi forti della fede che l’umanità ripone in loro. I Nuovi sembrano muoversi con il loro infinito potere senza sapere bene come usarlo, vantandosi di essere novità in mezzo a idoli superati, ma facendo di fatto gli stessi errori che i loro antenati hanno già compiuto nel vecchio mondo. Possiamo paragonare l’azione dei nuovi dèi alla più recente espressione del Progresso: l’Intelligenza Artificiale. L’IA promette di darci quello che vogliamo ma tutto ciò che dà (almeno per il momento) non ha alcuna sostanza concreta e soprattutto non deriva dall’IA stessa ma si tratta di una rielaborazione – e in alcuni casi di una vera copia – di quello che noi esseri umani abbiamo precedentemente creato e abbiamo deciso, più o meno consapevolmente, di inserire nel grande database che è la Rete. Niente di quello che la IA genera è totalmente nuovo e mai visto, si tratta sempre di una copia di qualcosa che già esiste.

«[…] Nessuna guerra degna di questo nome è mai stata combattuta da qualcuno che non si credesse dalla parte giusta. La gente davvero pericolosa crede di fare quello che fa, qualsiasi cosa sia, solo ed esclusivamente perché al di là di ogni dubbio è la cosa giusta da fare. È questo che li rende davvero pericolosi.»

Dall’analisi delle loro differenze, le due fazioni sembrano totalmente opposte e in un primo momento potremmo pensare che il romanzo ci spinga a prendere le difese degli dèi antichi, tuttavia queste fazioni sono in realtà complementari, l’una non può esistere senza l’altra e non possono distruggersi. Da che esiste l’umanità gli dèi l’hanno governata con la noncuranza che meritava, l’obbiettivo non è mai stato quello di proteggerla ma di dominarla nutrendosi della sua fede, impedire che gli esseri umani, con tutte le loro debolezze, provocassero disordine nell’ordine cosmico delle cose. Nessuna delle due fazioni combatte per un bene superiore ma entrambe seguono solo e soltanto il proprio tornaconto personale. In questa guerra non ci sono buoni o cattivi: gli antichi vedono il loro potere soppiantato dai nuovi e vogliono spodestarli, così i nuovi non vogliono rischiare di perdere il potere guadagnato e sono disposti a eliminare gli antichi, che non considerano altro che programmi obsoleti. Saranno anche diversi nelle apparenze, ma tutti hanno in comune una cosa, una paura primordiale che non possono ignorare: il terrore di essere dimenticati.

«Gli dèi muoiono. E quando muoiono davvero nessuno li piange o li ricorda. È più difficile uccidere le idee, ma prima o poi si uccidono anche quelle»

Shadow: l'ombra dell'Io e la manifestazione dell'umanità

«Allora» riprese Wednesday, «perché ti hanno chiamato Shadow?» Shadow scrollò le spalle. «È un nome come un altro.»

L’analisi di American Gods non sarebbe completa senza parlare del protagonista. Shadow Moon si presenta da subito come un rompicapo da risolvere: all’inizio del romanzo sappiamo che ha passato tre anni in carcere per una rapina andata male ma si presenta subito come un uomo pacifico che tende a evitare le liti e i conflitti, una persona dal carattere mite tanto da sembrare sottomesso, eppure tutto ciò fa contrasto con la sua apparenza imponente e all’occasione minacciosa. In Shadow chi legge può ritrovare sé stesso, il protagonista infatti sembra sempre alla ricerca di risposte a tutte le stranezze che lo circondano e procede di pari passo con chi legge nella risoluzione di tutti i misteri, venendone a capo solo nell’atto finale. Shadow è un uomo silenzioso, riflessivo, a una prima lettura può dare l’impressione di essere addirittura un personaggio privo di spessore e particolarità, ma man mano che la storia ci si spiega davanti come un grande ventaglio riusciamo ad osservare come questo personaggio indefinito abbia così tante sfumature da avere bisogno di più attenzione di quanta non sembri.

«Sembri sconnesso, signor Shadow. Ma sembri anche uno che ce la mette tutta.» «Dev’essere la condizione umana» disse lui.

La figura di Shadow è un’evidente allegoria dell’umanità. Quest’uomo così confuso che sembra quasi travolto dagli eventi cos’altro può simboleggiare se non l’Umanità intera che continua a muoversi nella storia mossa da forze che nessuno riesce concretamente a definire, né tantomeno a comprendere? Attraverso i sogni Shadow entra in contatto con la dimensione metafisica e onirica di cui fanno parte gli dèi e ogni suo sogno contribuirà a renderci più vicini alla soluzione del grande mistero del libro. Shadow stesso maturerà e cambierà durante questo viaggio fisico e metafisico e il tutto avrà il suo culmine con la scoperta del suo vero io, rivelazione che renderà ancora più consapevole il lettore della natura dualistica di questo personaggio, una natura spezzata e indefinita che Gaiman, a ben vedere, non ha mai nascosto, ma verso la quale ha sempre cercato di indirizzare la nostra attenzione. Sin dall’episodio della House on the Rock veniamo in contatto con questo dualismo in quanto a Shadow viene associata una chimera, l’animale indefinito per eccellenza, un ibrido senza identità.

A cosa devo credere? pensò Shadow, e la voce gli rispose da un punto profondo nelle viscere della terra, con un rombo sordo. Credi a tutto.

Shadow sembra intrappolato in un sogno da cui fatica a destarsi. Solo nell’ultimo atto, a seguito di un’esperienza onirica descritta in tutta la sua magnificenza, prenderà piena consapevolezza di sé e sarà, finalmente, agente di cambiamento in una storia in cui è stato molto spesso solo un burattino. La rivelazione finale di American Gods chiarisce tutti i dubbi, collega tutti gli elementi e contribuisce ancora una volta a definire la natura di Shadow come complessa e dualistica. Si tratta dell’unico personaggio che non viene mosso da motivazioni egoistiche, ogni azione che compie è volta al bene e non ha mai intenzione di ferire nessuno, neanche nei momenti più difficili. Shadow rappresenta i valori etici in cui l’umanità ha fede e che rendono le persone diverse dalle bestie. Ideali come l’altruismo e la comprensione, il perdono e il rispetto per il prossimo, sono incarnati tutti in questo personaggio di grande spessore e da cui si nota, ancora una volta, la grande attenzione che Gaiman riserva alle “persone normali”, le protagoniste indiscusse delle sue storie fantastiche.

Ciò che rimane: American Gods è un tipo di narrativa da studio universitario

«Gli dèi sono grandi» disse Atsula con lentezza, come se stesse comunicando un segreto terribile. «Però il nostro cuore è più grande ancora. Poiché è dai nostri cuori che essi nascono, e ai nostri cuori faranno ritorno…»

American Gods non è un libro che celebra i vecchi valori perduti della mitologia, ma uno di quei rari romanzi in cui l’autore prende una cosa a lui molto cara e cerca di indagarne tutti gli aspetti possibili, soprattutto quelli critici, proprio in virtù del suo incondizionato amore. La conclusione che ne deriva è amara ma inevitabile: una terra così complessa non può essere dominata dagli dèi, creature monolitiche incapaci di controllare la natura umana in continuo mutamento. Forse il vero senso di questo grande romanzo è che non possiamo lasciarci dominare dai dogmi senza metterli mai in discussione ma, allo stesso tempo, vivere senza valori morali ci allontana dalla nostra umanità che, per definizione, ci permette di pensare e agire mossi non dal bieco istinto ma dal perseguimento di ciò che crediamo moralmente giusto per il bene dei nostri simili.

«Il senso è questo. Sta’ a sentire, gli dèi muoiono quando vengono dimenticati. Anche la gente. Però la terra rimane: i posti buoni e quelli cattivi. La terra non va da nessuna parte. Neanch’io.»

Il romanzo non si avvale mai di spiegoni ma si limita a mostrare i fatti per come sono senza ostentarne i significati, lasciando che sia chi legge a farsene un’idea propria che possa diversificare e arricchire la discussione. Grazie alla potenza immaginifica di un grande autore, American Gods riesce a veicolare messaggi profondi tramite una cura maniacale dei dettagli: anche l’elemento più piccolo e all’apparenza insignificante in realtà nasconde un significato e potrebbe essere importante per la comprensione di un insieme così articolato. Il romanzo non perde mai occasione di dire qualcosa e riesce a mantenere un ritmo sostenuto dall’inizio alla fine alternando in modo magistrale i momenti più riflessivi a quelli più dinamici. Gaiman, da bravo sceneggiatore, padroneggia l’arte dello show don’t tell e fa continui forshadowing all’interno del romanzo per cui un dettaglio minimo, all’apparenza insignificante, potrebbe rivelarsi importante nelle battute finali della storia.

Ciò che rimane, in ultima analisi, è un romanzo incredibile che dovrebbe essere studiato nelle università, un fantasy eccezionale che non basterebbero 10 articoli per analizzare a dovere ma che consiglio dal profondo del cuore. Per quello che ha significato e significa tutt’ora, quest’opera così gigantesca da essere ancora – dopo 22 anni – profondamente attuale, merita di diritto tutto il prestigio di cui si fregia.

Ringraziamenti

Questa analisi non sarebbe esistita senza il meraviglioso gruppo di lettori e lettrici che mi ha accompagnata nella lettura di American Gods. Un grazie particolare va a Luisa Canzoneri (una delle streghe di questa Redazione) per essere la persona che mi ha aiutata da subito a gestire il gruppo di lettura dedicato al romanzo e la mia confidente durante una lettura così totalizzante. Ringrazio anche Mick Paolino per aver dato il suo contributo nella live finale a conclusione del gruppo di lettura (la potete trovare sul mio profilo Instagram). Infine ringrazio Strega in Biblioteca, nella persona di Martina Borgioni, per avermi fornito lo spazio in cui manifestare le mie impressioni sull’opera straordinaria di Neil Gaiman.

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