
La dissonanza: magia, memoria e perdita
Shaun Hamill, già autore di A Cosmology of Monsters, arriva in Italia grazie a Ne/on, con un romanzo intenso e malinconico, dove l’amicizia diventa una forma di resistenza e il dolore un linguaggio segreto. La dissonanza è una storia che toglie la tenerezza al “coming of age” e la veste del fascino ombroso di una quasi-dark-academia ma con un twist fantasy.
Vivere ai margini
Il romanzo ruota attorno a quattro protagonisti — Hal, Athena, Erin e Peter — legati da un passato comune e da un segreto che li ha segnati nel profondo. Vent’anni prima erano inseparabili, parte di un gruppo ristretto e prescelto una volta scopertisi dissonanti. Poi, come spesso accade, la vita si è messa di mezzo con tradimenti, paure, scelte sbagliate e perdite. Quando però sono richiamati nella città natale di Clegg, il tempo si piega, e le ferite che avevano provato a ignorare tornano a sanguinare. L’orrore che affrontano è reale, ma prima ancora interiore: è il peso di ciò che non hanno mai perdonato, né dimenticato.
In questo senso, Hamill costruisce La Dissonanza come una variazione contemporanea sul mito dei “perdenti” di Stephen King. Hal, Athena, Peter e Erin richiamano inevitabilmente il gruppo di ragazzi di It, entità ai margini, imperfette, segnate dalla loro alterità ma tenute insieme da un legame profondo, quello che nasce solo tra chi ha condiviso la paura e la perdita e ne è uscito cambiato. La forza del romanzo sta nel suo doppio filo temporale, che alterna passato e presente, adolescenza e maturità.
Nel passato, Hamill cattura con precisione l’incanto fragile della giovinezza fatto di pomeriggi d’estate che sembrano infiniti, prime amicizie, primi amori e primi fraintendimenti, ma soprattutto la sensazione che il tempo possa essere fermato e che ogni secondo sia colmo di potenzialità.
Nel presente, invece, li ritroviamo adulti, distanti, quasi spettrali nelle loro vite tristi, spezzate. Ognuno ha scelto una strada diversa per dimenticare, ma il passato ritorna come un’eco. Qui Hamill mostra il suo tocco più doloroso e fa del tempo non una linea retta, ma un cerchio che si richiude. Le esperienze dell’infanzia non scompaiono; restano, sedimentano, si trasformano in silenzi, in rimpianti, in gesti trattenuti. C’è un gusto quasi musicale nel modo in cui le scene si susseguono: ogni capitolo è una variazione sul tema della perdita, ogni dialogo un frammento di sinfonia incompleta.
La dissonanza del titolo diventa così anche un principio narrativo: la scrittura procede tra armonia e frattura, come se la lingua stessa faticasse a contenere le emozioni. Se in It i “Perdenti” tornano a Derry per sconfiggere il mostro e salvare la città, in La Dissonanza i protagonisti tornano a Clegg per affrontare qualcosa di più sottile e spaventoso: se stessi.
Quando la magia diventa maledizione
“La teoria della dissonanza è basata sull’ipotesi che ci sia un difetto originale nelle fondamenta della creazione, uno scarto tra le cose come dovrebbero essere e come invece sono, una disarmonia. Gran parte delle persone percepisce questa disarmonia, e questo è il motivo per cui siamo infelici, è per cui ci affanniamo tanto con i se e i ma, è il motivo per cui tante religioni parlano di una ‘cacciata dal paradiso’ o di un peccato originale, vogliono dare un senso a questa incompletezza. Ciò che queste religioni non sanno però, o non vogliono ammettere, è che questa crepa nelle fondamenta produce un attrito, quello che i praticanti chiamano dissonanza.”
La dissonanza, Shaun Hamill
La Dissonanza è dunque una forza reale, un’energia che scorre attraverso la crepa primordiale del mondo. Solo pochi individui riescono a percepirla e incanalarla per usarla, studiarla. La loro magia nasce dal contatto diretto con quella disarmonia creando paradossalmente una sintonia profonda con l’errore stesso della creazione. In fondo, essere dissonanti significa vivere in bilico: troppo consapevoli per adattarsi, troppo legati al mondo per distaccarsene del tutto. È qui che la magia di Hamill si intreccia con la sua riflessione più umana sulla solitudine, sull’identità e sulla difficoltà di appartenere a qualcosa.
Uno dei motivi più forti del romanzo è l’idea di non appartenenza. I personaggi di Hamill vivono in una costante tensione tra dentro e fuori. Vogliono far parte del mondo, ma non riescono mai a sentirsi davvero integrati. Da qui nasce anche la dimensione della found family. Hal, Athena, Erin e Peter si riconoscono non perché si somigliano, ma perché condividono le stesse crepe. È un concetto profondamente umano e universale — l’idea che ci si possa salvare solo insieme, ma senza smettere di restare imperfetti. Difatti, tutto il romanzo è attraversato da una malinconia costante, quella che accompagna chi guarda indietro e non trova più la persona che era. Hamill non indulge nel dramma, ma costruisce una tensione emotiva fatta di piccoli gesti, sguardi, silenzi.
È il rimorso il sentimento dominante. Il peso delle parole non dette, delle scelte mancate, dei rapporti lasciati svanire. Ogni personaggio convive con un fantasma personale, e il ritorno a Clegg diventa occasione per guardarlo in faccia. La storia è una continua lotta col lutto, che nel romanzo di Hamill non è solo morte fisica, ma perdita di sé. È la fine della giovinezza, l’abbandono dell’innocenza, la frattura tra ciò che si era e ciò che si è diventati.
Ma, sorprendentemente, è anche possibilità di rinascita, accettazione e consapevolezza che dal dolore può nascere una forma nuova di legame, più fragile ma più sincera.
La giusta armonia imperfetta
La Dissonanza è un libro che parla di amicizia, ma anche di colpa; di perdita, ma anche di riconciliazione, con se stessi e con il mondo. Come i Losers di It, i protagonisti di Hamill non vincono davvero. Ma imparano a restare, a guardarsi negli occhi, a trasformare il dolore in memoria.
E forse è proprio questo il senso ultimo del romanzo: che la vita, come una melodia imperfetta, non ha bisogno di armonia per essere vera.