
Io sono qui di Angie Kim, la recensione
A fine marzo 2025, il giovanissimo marchio editoriale di Alice e Giada Cancellario (che abbiamo avuto il piacere di intervistare in un episodio del nostro podcast), Heloola Books, ha fatto il suo ingresso ufficiale nelle librerie fisiche e online con il suo primo libro, Io sono qui di Angie Kim. Dopo La verità di Miracle Creek, Kim ritorna con un mystery che sarebbe riduttivo definire solo come tale.
Io sono qui è il caso di una persona scomparsa sì, ma è anche la storia di una famiglia birazziale, quella dei Parkson, e dell’incomunicabilità che, a vari livelli, ne attanaglia i membri. Un’indagine su identità, comunicazione e linguaggio.
Problemi di percezione selettiva e pregiudizi di ancoraggio
Non chiamammo subito la polizia. Più tardi mi sarei incolpata, chiedendomi se le cose sarebbero potute andare diversamente se non avessi minimizzato, insistendo che Papà non era scomparso scomparso ma solo in ritardo, probabilmente a cercare Eugene, pensando che fosse scappato via da qualche parte.
Io sono qui, Angie Kim
2020, pieno Lockdown. Adam Parson, cinquant’anni, e Eugene, il figlio quasi quindicenne, escono di casa al mattino per raggiungere il parco di River Falls, non molto lontano. È una loro abitudine, come lo è la colazione con tutta la famiglia Parkson riunita o la gara cronometrata di spazzolatura denti. Perciò, quando Mia osserva Eugene correre — correre, lui che ha serie difficoltà motorie — e infilarsi tutto trafelato in casa, rimane incantata a osservarlo, sorvolando sull’assenza di suo padre. Quello che si dice è che papà non era con lui, è vero, ma sarebbe arrivato. E infatti eccolo ritornare a casa. Mia non lo vede (Eugene l’ha spinta a terra e non ha la forza di rialzarsi), ma ne sente i passi sul vialetto e poi verso la porta sul retro prima di addormentarsi sul prato. Come avrà cura di riferire, in quel momento Mia ha percepito quello che voleva percepire (percezione selettiva) e alimentato quella percezione con le informazioni che la confermavano (pregiudizio di ancoraggio), e durante la ricerca di suo padre scomparso non sarà l’ultima volta che farà questo errore.
Narrate dalla voce tagliente di Mia, le vicende al centro di Io sono qui sono ambientate nell’arco di pochi giorni, ma la preoccupazione, presto terrore, che sia accaduto qualcosa di terribile a Adam dilata le ore (e le pagine) in una melassa densa in cui galleggiano, rallentati, pensieri e movimenti. La polizia, nella persona della detective Janus, costringe Mia, suo fratello gemello John e la madre Hannah a vagliare ogni possibile prova, pista o ipotesi. Fuga con l’amante, esperimento contorto, suicidio, omicidio: cos’è accaduto davvero? Eugene potrebbe saperlo. Peccato che la combinazione di autismo e sindrome di Angelman gli renda impossibile comunicare alcunché ad alta voce, persino la propria innocenza.
Multietnismo e patologie multiple: la famiglia Parkson al microscopio
Pensai: se non trovano Papà, se non torna a casa, o forse pure se torna, ecco quello che ci succederà da ora in poi. Per il resto delle nostre vite, ogni volta che uno di noi andrà via e non tornerà in tempo, non farà sapere agli altri dov’è, ricorderemo questo momento, quello che potrebbe succedere. E cadremo a pezzi.
Io sono qui, Angie Kim
Come accennato poco sopra, Io sono qui non è il mystery o il thriller ad alto tasso adrenalinico che potreste avere in mente leggendo di un caso di scomparsa con un testimone chiave che non parla. È il resoconto, fittizio ma non per questo meno verosimile, di un momento fuori dall’ordinario per una famiglia che, già di suo, non ha mai conosciuto l’ordinarietà, sia per le sue origini miste sia per la condizione di Eugene. Dal verboso flusso di coscienza che è la narrazione di Mia, l’immagine dei Parkson — Parkson è l’unione dei cognomi di Adam e Hannah, Parson e Park, appunto — che emerge è quella di una famiglia che vive all’intersezione fra due culture, due lingue, due condizioni patologiche; una posizione spesso incomoda che solo chi la occupa può comprendere a fondo e mai del tutto, perché ogni situazione è a sé stante.
Angie Kim usa Mia come bisturi impietoso per dissezionare le dinamiche interne dei Parkson. Si incrina l’aurea di perfezione attorno alle figure genitoriali e saltano fuori disparità di ruolo, risentimenti, incomprensioni. Allo stesso modo, la cura di una persona con disabilità viene sottratta alla retorica eroica di cui spesso viene ammantata e colta nella sua reale imperfettibilità. Esemplificativo a questo proposito è che, mentre la detective Janus ritiene possibile che Eugene possa aggredire e fare del male a qualcuno volontariamente, Hannah o Mia o John non riescono nemmeno a considerarlo capace di intendere o volere qualcosa. Di conseguenza, è interessante vedere Eugene venire tanto infantilizzato — d’altronde, la sua famiglia ritiene la sua unica forma d’espressione le casuorisate, combinazioni di lamenti e stridii che poco hanno a che fare con il riso — quanto demonizzato — il perenne sorriso che porta a causa della sindrome di Angelman non sarebbe altro che una maschera che lo renderebbe imperscrutabile, dunque pericoloso.
(Dis)abilità linguistiche e incomunicabilità
Se c’è un macrotema attorno cui ruota Io sono qui, è il linguaggio, la capacità e la possibilità di comunicare. Hannah è una linguista, Mia ha una vera e propria fissazione per l’esattezza semantica e gli incidenti verbali, Eugene non sa parlare, dunque comunicare. Se non sa comunicare (oralmente), allora non è da considerarsi persona intelligente. E se la sua presunta incapacità di sottoporsi a giudizio si rivela un vantaggio dal punto di vista legale, cosa dice del sistema e del torto che questo ha commesso nei suoi confronti? Se esiste una presunzione di innocenza, perché non si può garantire una presunzione di intelligenza? Equipariamo l’intelligenza all’eloquio, e viceversa, ecco perché non accade.
«Trovo affascinante quanto sia radicato nella nostra società — non solo negli Stati Uniti, ma nella società umana in generale — il modo in cui associamo le capacità verbali, specialmente la fluidità orale, all’intelligenza. E quando le perdi, anche se è per una ragione ovvia come il provenire da un Paese straniero, ti cambia. Dato che anche io sono umana, ho lo stesso pregiudizio, quindi quando faticavo a esprimermi mi sentivo come una bah-bo. Ancora oggi sono una persona diversa se parlo in inglese, rispetto a quando parlo in coreano.»
Io sono qui, Angie Kim
La comunicabilità/incomunicabilità linguistica attraversa Io sono qui da parte a parte, ora intrecciandosi a riflessioni su identità e disabilità, ora avvitandosi sulla rappresentazione di quei detti e non detti che spesso spaccano una famiglia. La scomparsa di Adam è l’occasione per i Parkson di trovarsi faccia a faccia con le barriere che hanno innalzato tra le mura di casa e intorno a Eugene, per cui non sono solo una metafora bensì la realtà opprimente che lo intrappola.
Heloola Books è qui
Quando ho preso in mano Io sono qui, non avevo idea che in circa 500 pagine avrei trovato: un caso di scomparsa, un dramma familiare, una riflessione ragionata su lingua e linguaggio e, addirittura, una trattazione semi-filosofica del relativismo della felicità. Il tutto raccontato da una voce narrante saccente, spesso prevenuta e strenuamente logica come Mia. Mia usa le parole — tante, tantissime parole — per dare senso al mondo e alle terribili circostanze in cui si ritrova, e visto che la gabbia del testo non le basta, si prende anche le note a piè di pagina. C’è chi la troverà pedante e inutilmente prolissa; da parte mia, l’ho seguita con piacere. Ho trovato un’esperienza impareggiabile perdermi nei suoi flussi di pensieri, merito della bravura di Kim nel rendere in modo così realistico il lavorio mentale di una quasi ventenne confusa e spaventata.
Un’ultima cosa, qualora decideste di leggerlo: ricordatevi il titolo, tenetelo sempre presente. Aggiungo, però, che “Io sono qui” non è solo la traduzione creativa e altrettanto polisemica di Happiness Falls, almeno non per me. È la richiesta di riconoscimento che Heloola Books rivolge a voi lettorə e al mercato editoriale tutto, l’affermazione della sua esistenza pronunciata con voce sicura e vibrante di emozione. Alice e Giada Cancellario non potevano scegliere libro migliore per inaugurare il loro marchio. Io sono qui è perfetta espressione della linea editoriale che hanno scelto, una prosecuzione di quei libri di ogni genere capaci di intrattenere e di far riflettere che propongono dall’alba del loro bookclub. Con la seconda pubblicazione, Hazel ha detto no, che è da poco arrivata sugli scaffali fisici e virtuali, quel titolo risuona ancora più forte: Io sono qui, Heloola Books è qui. E non se ne andrà.
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