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Cloro: corpo, acqua e ossessione

Cloro: corpo, acqua e ossessione

Pubblicato a giugno da Mercurio Books, Cloro è un romanzo che scava nell’ossessione con precisione chirurgica, ma anche con un certo compiacimento. Jade Song racconta una protagonista che non vuole guarire, né essere capita: Ren Yu vuole solo trasformarsi. Il risultato è una storia inquieta e a tratti respingente, che rifiuta ogni consolazione e lascia il lettore in bilico tra fascinazione e disagio.

La forza dell'ossessione

Adam Sandler in Hustle diceva:

L’ossessione batte il talento, lo batterà sempre. Tu hai anche tutto il talento del mondo, ma hai anche l’ossessione? È l’unica cosa a cui pensi?

Hustle

Jade Song, con Cloro, risponde a questa domanda immergendoci in una storia satura di desiderio, fatica e annientamento. Il romanzo è una lunga apnea nella mente di Ren Yu, la protagonista, una ragazza che ha fatto del nuoto la sua religione, del corpo il suo altare, dell’ossessione la sua unica preghiera.
Ren è ambiziosa, forte, brava, talentuosa. Ma, più di tutto, è ossessionata. Non c’è un momento, un respiro, un gesto che non sia filtrato attraverso il cloro. L’acqua è il suo elemento e la sua prigione.

Jade Song scrive con il ritmo di una bracciata dopo l’altra: ripetitivo, quasi mantrico, ma con esplosioni di violenza, di intensità, di poesia corporea. Ren Yu va avanti, ma cosa la spinge? Il desiderio di diventare la migliore? Di vincere? Di essere vista? No. Ren vuole trasformarsi.

La sirena come corpo e destino

Ren Yu non vuole diventare la nuova Sarah Sjöström. Vuole diventare una sirena. Non una metafora. Non una figura mitologica da poster. Una vera creatura marina: squamosa, predatrice, libera. L’acqua, per lei, è il richiamo primordiale a una forma di esistenza più autentica, più feroce. Le sirene, in Cloro, sono l’alter ego della protagonista: non simboli romantici, ma esseri di desiderio puro, di istinto, di fame. La transizione da ragazza a sirena è un percorso fisico, mentale e allucinato. Come se Kafka avesse scritto La forma dell’acqua dopo una maratona in piscina.

L’ossessione di Ren per questa metamorfosi è totalizzante: nuota per smembrare il proprio corpo, per consumarlo, per lasciarsi dietro la pelle umana. Vuole sparire e rinascere in qualcosa che non deve più chiedere il permesso di esistere. La sirena non ha bisogno di medaglie. Ha solo bisogno di acqua e denti.

L’ossessione è contagiosa?

Nei romanzi in cui la protagonista scivola nella follia, spesso anche il lettore viene risucchiato in quel vortice, sentendo sulla pelle il disagio, la vertigine, la discesa. Cloro, invece, resta freddo. L’ossessione di Ren è onnipresente – in ogni parola, in ogni immagine disturbante, in ogni gesto ripetuto con precisione maniacale – ma non ci coinvolge mai davvero. Rimane sulla pagina come un esercizio di stile ben studiato, ma emotivamente distante.

Perché? Forse perché il mondo delle sirene è troppo scollegato dal nostro. Forse perché, come ripete ossessivamente Ren, “nessuno la capisce”. Ma più probabilmente perché Cloro non prova nemmeno a farsi comprendere. Non vuole farci entrare nella testa della protagonista, non cerca empatia, non costruisce un ponte con chi legge. Vuole solo mostrare. E lo fa con un’estetica volutamente disturbante che, a lungo andare, finisce per essere più ripetitiva che incisiva.

Quella che potrebbe essere una trasformazione, una rinascita o una rivendicazione identitaria, si trasforma in una spirale di immagini cupe e ossessive che, però, non portano da nessuna parte. Cloro è un libro sul nuoto ancor prima di essere la storia di una metamorfosi, ma il nuoto qui non è passione, è condanna. Sia per Ren che per chi legge

Un romanzo non da podio

In definitiva, Cloro è un romanzo che osa, ma non sempre convince. Ha l’ambizione di esplorare l’ossessione, la trasformazione, l’alienazione, ma lo fa con uno stile che privilegia l’impatto visivo e simbolico a discapito del coinvolgimento emotivo. La voce della protagonista è disturbante, sì, ma raramente penetrante. Il risultato è un racconto che affascina a tratti, ma spesso resta impenetrabile, come osservare qualcuno trattenere il fiato sott’acqua troppo a lungo: alla fine, ci si allontana più stanchi che turbati.

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