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Una dote di sangue, un retelling unconventional

Una dote di sangue, un retelling unconventional

Nel novembre del 2022 Oscar Vault ha pubblicato per i lettori e le lettrici italiane un romanzo che ha letteralmente fatto impazzire tutti gli appassionati di letteratura gotica e di storie di vampiri. Una dote di sangue è, infatti, l’ennesimo retelling di questa stagione editoriale che pare premere sempre di più sulla riscrittura di personaggi già esistenti, cambiandone la voce e le narrazioni. Dopo il filone di retelling legati alla mitologia greca, Una dote di sangue di S. T. Gibson si classifica come una riscrittura anticonvenzionale della centenaria storia delle mogli di Dracula, il vampiro più famigerato di sempre. L’autrice sarà riuscita a creare un romanzo nuovo e con qualcosa da dire? Oppure si tratta dell’ennesimo esperimento di marketing buono solo a vendere copie? 

Una dote di sangue e i suoi vampiri goticissimi

“Non mi hai permesso di mantenere il mio nome, quindi ti spoglierò del tuo. In questo mondo sei quello che dico di essere, e dico che sei un fantasma, un sogno febbrile di una lunga notte da cui mi sono finalmente svegliata.”

Constanta è un’abitante di un villaggio sperduto nella Transilvania medievale che subisce l’attacco di un nemico sanguinario. La sua casa, le case dei suoi concittadini, la sua chiesa vengono rase al suolo all’incendio. La sua famiglia muore e pare che anche lei sia destinata a spirare sotto le macerie di una navata, almeno finché un misterioso cavaliere nero non si china su di lei per offrirle una via di fuga. Questo è l’incipit della vita centenaria di Constanta, prima moglie di un mostro dai denti aguzzi, voce narrante di questo romanzo che si presenta come il diario personale della sua esistenza. Quella che dovrebbe somigliare ad una storia d’amore, è in realtà la storia di una famiglia disfunzionale, capeggiata da un vampiro senza nome che, oltre a succhiare il sangue delle sue vittime, lentamente succhia via la vita dalle pochissime persone che lo circondano. Sofferenza, amore e rabbia sono le parole chiave di questo romanzo gotico, che ha modo di farci entrare nella quotidianità di una vampira strappata alle regole del tempo. 

Illustrazione di Lilithsaur ispirata ai personaggi di Una dote di sangue

Un romanzo come macchina del tempo

S. T Gibson in meno di 350 pagine ci dà l’idea dell’eternità di una vita, facendo muovere i suoi personaggi in più di cinquecento anni di Storia. Uno degli aspetti più affascinanti di Una dote di sangue è proprio questo: saltare da una dimensione all’altra, la quale ci viene solo accennata, dandoci l’illusione di camminare sulla Terra proprio come i nostri protagonisti vampiri; come, cioè, ombre non viste. I confini dei Paesi che visitiamo e la loro contestualizzazione storica sono sempre dati appena accennati, che intuiamo da brevissime introduzioni, dalla moda che i protagonisti adottano e dalle personalità che vengono citate. Ma oltre a questo non abbiamo mai una reale immersione in quei contesti, proprio come non la hanno Constanta e la sua famiglia. I vampiri, per quanto potenti e bellissimi, sono relegati ai margini della società e, come spettri, assistono allo scorrere del tempo e della vita mortale. L’impressione che avverte il lettore è la stessa: lo scorrere continuato di epoche storiche che appaiono più come l’elenco privo di peso dei giorni di una settimana. 

Il tema della famiglia disfunzionale in Una dote di sangue

Quello che dovrebbe inizialmente apparirci come un romanzo che parla d’amore, si rivela dopo pochi capitoli come un romanzo che parla di amore tossico. Una dote di sangue ha come protagonista indiscussa Constanta, una personaggia disperata che si lascia travolgere dalla forza di un uomo crudele. Il loro amore li lega e li tortura, finché non veniamo a sapere che le cicatrici sono interamente portate dal corpo di Constanta. S. T. Gibson fa una scelta molto interessante per quanto riguarda il protagonista della sua storia: gli leva il diritto di possedere un nome. Noi tutti, se abbiamo un minimo di cultura generale sui vampiri, sappiamo che si tratta di Dracula, ma la nostra ipotesi non verrà mai confermata del tutto (tranne che per un piccolo indizio alla fine del romanzo dedicato agli appassionati di Bram Stoker). La mossa di Gibson è molto intelligente, perché fa sì che Una dote di sangue si trasformi da un retelling sulle mogli di Dracula ad un romanzo che parla di amore tossico e famiglia disfunzionale. 

Pensiamoci bene: quando di mezzo ci sono grandi nomi del mito e della letteratura leggendaria è difficile associare le loro problematiche, che sono invece molto presenti, alla nostra quotidianità. Quando ascoltiamo qualsiasi mito legato all’antica Grecia non ci soffermiamo troppo sugli amori illeciti di Zeus e sul fatto che fosse uno stupratore seriale, ma più che altro riflettiamo sulla magia dei gesti, sulle trasformazioni fantastiche, sugli intrepidi eroi. I grandi nomi leggendari riescono ad offuscare il nostro giudizio morale e a porci in una dimensione di distanza dal personaggio. Ovvio che le mogli di Dracula siano delle vampire recluse e malvage: si sono sposate con il mostro più famoso della storia! E immediatamente la nostra attenzione sui loro comportamenti cala. Invece in Una dote di sangue la figura di Dracula salta in secondo piano ed emerge quella dell’uomo, dell’aguzzino, del marito crudele e dell’amante problematico. S. T Gibson riesce a trasformare una delle storie più famose di sempre (e più lontane dalla nostra quotidianità) in un fatto di cronaca nera che potremmo incontrare facilmente nella nostra comune vita. Un marito violento e ricattatore, una sposa devota e accecata da un amore tossico e divoratore. 

Uno stile di scrittura che vuole essere qualcosa che non è

Veniamo ora a qualche tasto dolente. S. T Gibson confeziona una romanzo tutto infiocchettato, pieno di ghirigori e merletti ricamati, ma che a lungo andare fa solo venir voglia di indossare un paio di comodi pantaloni della tuta. L’autrice ci inonda con una scrittura estremamente manierista, intrisa di nostalgie ottocentesche e barocche movenze di penna. Lungi da me disprezzare lo stile di scrittura barocco e ottocentesco! Se uno dei miei autori preferiti è Oscar Wilde mi sarebbe impossibile farlo. Però c’è una differenza sostanziale tra Gibson e Wilde: mentre il secondo usa una scrittura propria del suo tempo e la arricchisce per conferire alle sue opere un profondo significato poetico, la prima forse eccede nell’estetica e lascia un po’ a desiderare nella sostanza. Molti passaggi li ho trovati perfettamente fini a se stessi e inutilmente dislocati rispetto alla sensibilità dei lettori. Cioè, con un linguaggio troppo elaborato in momenti in cui non è necessario, l’autrice tende ad allontanare il lettore della partecipazione emotiva del personaggio. Banalmente parlando, scene che avrebbero dovuto farmi piangere (e io ho la lacrima facile quando si parla di libri!) mi hanno solo fatto provare una sensazione di distanza, probabilmente proprio a causa di uno stile di scrittura che riesce a tentoni ad arrivare al punto, a generare un momento di impatto realmente toccante. 

Il vampiro chiama spicy!

Se nelle vostre corde non rientrano i libri troppo spicy, forse Una dote di sangue non fa al caso vostro. Se invece adorate fremere durante la lettura di coinvolgenti scene di passione, correte in libreria, perché Una dote di sangue è il libro che stavate aspettando. S. T. Gibson utilizza la sua maestria estetica per narrarci di atti sessuali a dir poco coinvolgenti, i quali nascondono sempre un sottile velo psicologico, un’azione simbolica che ci racconta qualcosa dei personaggi coinvolti. Immersive e MOLTO ESPLICITE, le passioni carnali di Una dote di sangue incarnano (perdonate il gioco di parole) perfettamente l’allure erotica e seducente dei vampiri a cui la letteratura dell’ultimo secolo ci ha abituati. Per molti versi questa caratterizzazione mi ha ricordato lo stile di scrittura di Anne Rice, autrice dello strafamoso Intervista col vampiro, dove forse c’è una maggiore raffinatezza nei contenuti, ma che certamente esprime a meraviglia il concetto di vampiro bello e dannato. 

Cosa aspettarsi da Una dote di sangue?

Se è vero che l’arte visiva ha il potere comunicativo più impattante del mondo (e io lo credo fermamente), allora possiamo dire che da Una dote di sangue ci si può aspettare tutto quello che ci mostra la sua copertina: dame pallide e solitarie, danze di morte e passione, colori cupi e una deliziosa estetica di fondo. Un romanzo sui vampiri con i fiocchi che io mi sento di consigliare a chi è alla ricerca di una storia languida, sensuale e sanguinolenta. Non consiglio Una note di sangue a chi prova insofferenza nei confronti degli stili di scrittura troppo manieristi e a chi cerca un romanzo assolutamente catturante. Io stessa, che alla scrittura gotica posso dirmi abituata, ho fatto un po’ di fatica a leggere Una dote di sangue con continuativa motivazione, però con un piccolo sforzo riuscirete a godere di un’opera sicuramente originale e distante dal solito retelling mitologico (di cui ci siamo anche un po’ stufate). 

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