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L’Immortale di Catherynne Valente

L’Immortale di Catherynne Valente

Il 27 giugno, per Fazi Editore, è stato pubblicato in Italia il romanzo L’Immortale di Catherynne M. Valente, autrice, poetessa e critica letteraria statunitense. L’Immortale è il suo sesto romanzo, scritto nel 2011, arrivato a noi in lingua italiana grazie alla traduzione di Tiffany Vecchietti. Il lavoro di traduzione di questo libro, nonostante io non sia un’esperta, non dev’essere stato semplice, poiché esso appartiene ad un filone narrativo che è stato chiamato “mitopunk“, il quale unisce aspetti del mito e del folklore popolare ad elementi di scrittura postmoderna. In particolare L’Immortale fa capo al folklore e alle leggende russe, trasferendole in un’ambientazione che è quella nera e freddissima della Rivoluzione russa del 1917, trascinandola fino alla seconda guerra mondiale. Un romanzo pretenzioso, ricco di trama e di pensiero; un libro complicato e ingarbugliato come un gomitolo di lana… Quanto del suo contenuto è abbaglio e quanto potrebbe essere definito frutto di un vero e proprio capolavoro? 

L'Immortale e la sua trama lunga e stretta

“In una città sul mare che un tempo era chiamata San Pietroburgo, poi Pietroburgo, poi Leningrado, poi, molto più tardi, di nuovo San Pietroburgo, c’era una casa lunga e stretta in una strada lunga e stretta. Da una finestra lunga e stretta, una bambina con un vestito azzurro chiaro e pantofole verde chiaro aspettava che un uccellino la sposasse.”

Così si apre L’Immortale, che, con una prosa immediatamente riconoscibile per la sua elegante immediatezza, ci presenta la casa dove vive Marja Morevna. Questo il nome della protagonista della nostra storia, una bambina sorella di altre tre bambine che non vede l’ora di prendere marito. Ma Marja non vuole un marito qualunque: si siede ogni giorno alla finestra e attende che uno degli uccelli che si posano sul ramo del ciliegio di fronte casa sua cada giù e –puff!– si trasformi in un bel ragazzo pronto a sposarla. I mariti cadono dall’albero, ma non sembrano destinati a lei. Il suo destino, forse, è solo vederli cadere; è solo sapere che un uccello può trasformarsi in un marito, come per magia. 

Seduta alla finestra, in attesa, la vita di Marja scorre consapevole che c’è qualcosa di diverso in lei. Ogni tassello sembra mettersi in ordine nel momento in cui un uomo, caduto dall’albero prima che lei potesse vedere quale uccello era prima di diventare un marito, bussa alla sua porta chiedendola in sposa.  È Koščej l’Immortale, zar della Vita. Da questo momento in poi, il romanzo ci trascinerà con Marja tra i sentieri boscosi della steppa russa, ingozzandoci con caviale, annaffiandoci di vodka e stordendoci con la più antica arte dell’affabulazione: la fiaba. 

Ma non tutto è oro quel che ha il sapore di uova di storione e non tutta la magia può essere riassunta in “e vissero per sempre felici e contenti”. Perché fuori (dentro) alla fiaba un cancro cresce e si fa nero più dei lunghi capelli di Marja. Si chiama Guerra, si chiama Morte. Stretta tra la devastazione lenta e inesorabile della sua città natale e tra mondi fatati pieni di pericoli, Marja vivrà l’avventura di una vita, costellata d’amore pulsante e ferite da battaglia, dalla quale l’unica via d’uscita è il cambiamento. Ma come può la moglie de l’Immortale accettare che tutto muta, che tutto si smarrisce, che tutto, prima o poi, muore o si trasforma?

Ho paura. Non voglio tornare indietro. Non voglio avere fame. Non voglio essere una qualunque ed essere ignorata. E di certo, non voglio essere morta. La mia casa è Bujan, nel paese della Vita.”

La prosa di Catherynne Valente in L'Immortale trascina via il reale e lo sostituisce con tutto il resto

Leggendo L’Immortale, mi sono immediatamente resa conto che scrivere questa recensione sarebbe stato difficile. Molto difficile. Difficile come correre in una foresta, imbracciando un fucile, a caccia di un uccello di fuoco. Come si fa a dare un reale giudizio su un libro così stratificato? Così personale, così intimo e universale? Il massimo che posso fare, quindi, è dirvi ciò che mi ha fatto provare leggere la straordinaria fiaba di Catherynne Valente, come mi sono sentita una volta chiusa l’ultima pagina. 

“Pensa a quando tua madre ti raccontava storie davanti al fuoco. Hai ascoltato quelle storie un centinaio di volte. […] Sapevi come andavano a finire. Ma volevi ancora che tua madre te le raccontasse, con la sua voce gentile e la spaventosa imitazione di un lupo ringhiante. Se le avesse raccontate diversamente, non sarebbero avvenute nel modo in cui erano già avvenute. Tuttavia deve raccontarle perché la storia continui. Perché avvenga come è sempre avvenuta.”

Prima di leggere questo romanzo non ero una grande esperta di folklore russo (non che ora lo sia!), nonostante il tema delle fiabe e delle leggende popolari, in generale, mi sia sempre interessato molto, senza mai approfondirlo davvero. Non c’è il tempo: sono troppe le cose da fare, le cose da studiare, le cose da sapere. Eppure come si può conoscere tutto il resto (nel mio caso, da studentessa di Lettere, tutta la letteratura, le teorie di critica letteraria, le questioni di linguistica) se non si conoscono le origini del Mondo? Questo sono le fiabe: le origini. La linea che segna la partenza, al di là della quale viene tutto il resto. Sul mito Jung diceva: “Chi è privo di un mito è un uomo che non ha radici.” Il mito, per il filosofo Gustav Jung, serve a rivelare alla coscienza l’inconscio collettivo. Poiché l’inconscio collettivo è intrinsecamente inconscio, può comunicare con la coscienza solo indirettamente, attraverso intermediari come il mito. Il mito ha successo come intermediario quando il significato cosciente, letterale, di un mito suggerisce un altro significato, simbolico, che per Jung è quello psicologico. 

Il  folklore di un popolo non è altro che la sua mitologia, quella più reale perché quella più vicina alla gente. Koščej l’Immortale, Marja Morevna, Baba Jaga e tutti gli altri personaggi che popolano il grande paese della Vita, costruito dalle minuziose mani di Valente, sono membri di una mitologia onirica e favolosa, quella russa, a cui l’autrice del romanzo si aggrappa con tutta la forza che possiede nelle braccia per dimostrarci come il mito ci riguardi nel profondo. Senza una mitologia non siamo esseri umani. Senza una mitologia che ci suggerisca in cosa consiste l’esistenza, è difficile esistere al di là dei gesti quotidiani e dell’istinto di sopravvivenza. La consapevolezza della nostra misera parte all’interno della Storia ci schiaccerebbe, ci ridurrebbe nella polvere che siamo destinati a diventare, se dentro di noi non sopravvivesse la consapevolezza di far parte, in realtà, di un immenso racconto epico, di una mitologia sotterranea che ci scorre nelle vene, non importa quanto remota essa sia. L’Immortale è un romanzo che compie l’arduo gesto di ricordarci cosa siamo quando l’immaginazione ci abbandona, quando il senso d’appartenenza a qualcosa di più profondo della terra viene meno: dolore, desolazione, polvere. 

L'Immortale: il romanzo della Vita e della Follia

Vi ho avvisati che parlare di questo romanzo non sarebbe stato facile, che inevitabilmente sarebbe comparso un pezzo della mia interiorità all’interno di questo articolo, che oggettivo non potrà essere mai. L’Immortale è un romanzo troppo attaccato all’interiorità del Mondo per essere affrontato con il raziocinio di una recensione schematica e sarebbe un’offesa anche solo provarci. Cercherò allora di riassumere cosa troverete al suo interno, così che le vostre dita saranno preparate (se mai ci si può dire preparati a un libro del genere) a sfogliare la pagine di quella che è, in tutto e per tutto, l’avventura di una vita immortale stampata su carta. 

L’Immortale è un romanzo estremamente sensuale, quasi lascivo, dove l’erotismo è sua parte integrante. Di erotismo si tinge il suo linguaggio e ogni personaggio è connotato da un impulso sessuale che ha qualcosa di primordiale e allo stesso tempo elegantissimo. La passione dell’amore, inteso come sentimento ma anche come pulsione animale, è ciò che ci ricorda di essere vivi. Spesso siamo spinti a reprimerla, a seppellirla sotto pesanti coperte, ma lei esiste e vibra e brucia dentro di noi, esattamente come brucia nel cuore di Koščej, lo zar della Vita, pronto a morire pur di farla sfrigolare nella fiamma.

L’Immortale è anche un romanzo doloroso, pieno di ferite e di perdita. Ma in fondo ci viene ricordato con puntualità da Valente: non esiste vita senza morte. La morte è essenza della vita, è suo significato, e null’altro può essere definito come “facce della stessa medaglia” come lo possono essere la vita e la morte. L’Immortale è anche un romanzo di coraggio e di paura, di silenzio e di grida, di comando e sottomissione: contrasti potenti popolano le sue pagine, pregne di un senso di magia perfettamente plausibile nella sua follia. Plausibilità e magia possono stare insieme solo nella mente di un folle e Catherynne Valente ha l’enorme merito di ricordarci che nella profondità di ognuno di noi alberga una sottile follia, spessa abbastanza da farci voltare le pagine di un libro come questo, di farci sussultare di fronte all’apparizione di un fantasma in un film horror, di farci parlare di “spiritelli dispettosi” quando non troviamo l’altra metà di un calzino spaiato. 

Mitopunk: l'incontro tra mito e rivoluzione

“il mondo intero è vostro, ma voi continuate a spingerci fuori! Non basta avere le città e le chiese, bisogna avere anche le fattorie. Non basta avere le fattorie, bisogna avere le foreste. Non basta avere le foreste, bisogna avere la neve, ogni fiocco, ogni cristallo! E adesso vieni a chiedere il mio oro, come se avessi la minima idea di cosa sia il tesoro di un drago, di cosa significhi.”

Marja Morevna è una donna, un’essere umano fatto di carne e morte, alla quale viene data in dono la maledizione di vedere la magia, di percepire “l’altra metà del mondo”, che ai più resta invisibile. Eppure la magia in L’Immortale non fa nulla per celarsi a noi. I demoni delle case rovesciano e infrangono vecchie tazze, mangiano i carboni nelle stufe, rubano stivali vecchi, ma noi non li vediamo, a malapena ce ne accorgiamo se un tizzone ardente manca dalla nostra stufetta. Marja, invece, se ne accorge e questo la rende una creatura restia al cambiamento. Marja capisce d’un tratto d’essere parte di un mito, d’essere leggenda lei stessa, e se c’è qualcosa che i miti non fanno è proprio cambiare. Catherynne Valente (secondo me, perché, ripeto, dare un’unica interpretazione a questo romanzo è impossibile) con il suo libro vuole proprio parlarci di questo: cambiamento. Cosa comporta il suo rifiuto, cosa comporta la sua accoglienza.

Ciò che divide Marja Morevna dal resto dei personaggi di L’Immortale, quelli che popolano il paese della Vita e fanno in tutto e per tutto parte della fiaba, è il fatto di essere intrinsecamente un’essere umana. Non importa quanto sia brava a cacciare uccelli di fuoco o quanto facile le sia diventato scomparire pizzicandosi la punta del naso. Marja è dedita al cambiamento, nonostante desideri l’immobilità del mito. In fondo questa è l’essenza della magia: l’immortalità. Un’immortalità sedentaria e ripetitiva, in cui ogni cosa si moltiplica per se stessa nello scorrere del tempo, senza possibilità di cambiare. Ma di Marja tutto cambia: il corpo, i sentimenti, le passioni, la propria interiorità. Marja non è un essere capace di restare uguale a se stessa e durante tutto il romanzo noi lettori e lettrici percepiamo questo mutamento, che avviene tanto in lei quanto in noi. 

Nella fiaba, nel paese della Vita, qualcosa si rompe nel momento in cui appare Marja: scoppia la guerra. Se pensiamo che il mito non possa subire sconvolgimenti, ci sbagliamo, perché la guerra sconvolge ogni cosa, anche le cose immortali. Questa la grande metafora del libro, che, in superficie, potrebbe essere benissimo catalogato come libro di guerra. Marja ne vive due, di guerre, quella che si combatte tra soldati di pezza e fantasmi argentati e quella che si combatte con la fame e i bombardamenti. Storia e leggenda si mescolano in modo irrimediabile, perché l’una non esiste senza l’altra. Marja è così un essere mezzano, una creatura di confine, troppo attaccata alla sua mortalità per non subire i morsi della fame e troppo desiderosa di vita per non tentare di diventare immortale come il suo amato Koščej. 

L'Immortale, dove niente è com’è, perché tutto è come non è, e viceversa!

Allora, se tutto nelle fiabe è immortale, se tutto nelle fiabe è impossibilitato al cambiamento, come possiamo reagire all’ultimo capitolo di L’Immortale? Ecco allora che il termine “mitopunk” prende vita, non solo nella commistione di ambientazione e personaggi del mito e della Storia, ma anche nel mescolarsi caotico, eppure perfettamente sensato, di realtà e fantasia. Il finale di L’Immortale (non ci saranno spoiler, non temete) ha fatto in modo che tutto il mio corpo si scuotesse. Mi ha fatto desiderare le lacrime, mi ha fatto bruciare gli occhi, ma qualcosa ha trattenuto il pianto: una strana serenità, la certezza che un libro come L’Immortale non può avere una fine, ma solo un secondo, un terzo, un miliardesimo inizio. So che tutte le mie parole potranno sembrare un guazzabuglio delirante, ma Catherynne Valente ha scritto un libro di cui non si riesce a parlare se non senza un po’ di delirio

L’Immortale è un capolavoro. Un viaggio onirico tra passato, presente ed eternità, dove ogni elemento trova un ordinato posto a sedere nella sterminata platea del caos e dell’impossibile. Con una citazione da Alice nel paese delle meraviglie ho voluto aprire questo paragrafo finale, perché, proprio come la piccola Alice, anche Marja sogna un mondo dominato dalla follia, dalla contraddizione e dell’insensatezza. Solo alla fine del libro, tuttavia, capiamo che forse quel mondo esiste già e noi ne siamo talmente tanto imbevuti che ci è difficile crederlo una vivida realtà. La razionalità della follia, l’accettazione del caos, in fondo, possiamo concepirle solo all’interno delle fiabe, solo quando a dividerci da esse c’è il velo del mito e della lontananza. Ma cos’è l’amore se non un meraviglioso eccesso di follia? Cos’è la guerra se non l’annullamento della ragione? E cos’è la morte se non la più alta delle contraddizioni, poiché affermazione della vita? E cosa sono Amore, Guerra e Morte se non ciò di cui ognuno di noi è fedelmente costituito? 

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