OPINIONISTA
Zombie Friendly: intervista all’autrice Giulia Reverberi

Zombie Friendly: intervista all’autrice Giulia Reverberi

Oggi Strega in biblioteca è entusiasta di ospitare su questi schermi la voce di un’autrice emergente che ha conquistato i nostri cuori con il suo esordio letterario Zombie friendly, un accattivante romanzo post apocalittico pieno di zombie, personaggi stravaganti e tanta ironia! Su Strega in biblioteca è uscita la recensione di Zombie friendly, ma adesso è tempo di fare una chiacchiera con la sua autrice: Giulia Reverberi. A regolare l’intervista le autrici Flavia Vetere e Sabrina Caracciolo.

Intervista a Giulia Reverberi

Ciao, Giulia! Ti va di presentarti e di parlarci un po’ di te come persona e come content creator?
Chiedere ad uno scrittore di parlare di sé è sempre la cosa più difficile. Sono cresciuta da genitori lettori che hanno tenuto sempre molto al fatto che io leggessi, ma lo hanno visto sempre come un hobby. Da bambina passavo da libri fantasy a libri seri, sempre sotto l’occhio vigile dei miei genitori che mi consigliavano le letture. Quando sono cresciuta mi sono iscritta all’università ma ho capito che non era la strada per me.

Il cambiamento è stato complesso, ci vuole coraggio e tutt’ora e faticoso decidere di abbandonare una carriera più sicura e puntare su questo, è una scelta che io non rimpiango e anzi guardo al periodo di prima con paura, se fossi andata avanti per quella strada non sarei mai stata felice.

Come mai hai deciso di esordire con un libro sugli zombie? L’idea è nata all’improvviso o hai scelto questa storia tra mille altre idee che avevi per la testa?
In parte è stato un po’ il caso, avevo tirato fuori la storia per un altro progetto che poi non è andato in porto e ho pensato di scrivere e concludere quello che avevo iniziato a fare. Avrei potuto lasciare andare l’idea ma non me la sono sentita perché sapevo che se non l’avessi scritta in quel momento, alla fine avrei deciso di andare su altro. Ho sfruttato quindi il fatto di averla già abbozzata per dire “io in fondo ci arrivo”. È il mio primo romanzo, gli esordi sono complessi per chiunque perché non sarai mai al tuo livello ottimale. Ho pensato che portare alla mia community un libro che parlasse di cultura nerd, di ansia e un po’ comico magari non avrebbe riscosso chissà quale vendita ma avrebbe creato dei presupposti, come far vedere chi sono io, perché il mio essere si riflette fortemente in quello che scrivo.

Ho pensato che fosse il mio esordio, non avevo nulla da perdere; era il momento giusto per provare. Ho pensato che, anzi, una storia sbagliata era un ottimo modo per iniziare un percorso proprio perché aveva dei limiti oggettivi, mi avrebbe fatto fare esperienza, quindi: perché non farlo?

 

Esiste una ragione per la quale hai optato per l’autopubblicazione? Ancora oggi, soprattutto in Italia, la gente è prevenuta sul self-publishing… Puoi dire qualcosa per combattere questo stigma?
Ho deciso di scegliere l’autopubblicazione perché ho pensato che fosse assurdo scegliere una storia che io usavo per formarmi, per capire come andava il pubblico, il mercato, ecc… e mandarla ad un CE che mi avrebbe costretto a fare dei cambiamenti, magari anche strutturali – che comunque capisco.

Ero conscia dei limiti che, in un certo senso, sarebbe stato più costruttivo superare da me, in modo da rendermi consapevole.

Lo stigma dell’autopubblicazione è grande e ogni self ha il suo modello di self, che va in base al tipo di pubblico, di storia, o anche di prospettive economiche. Questo è il bello del self: si possono creare molte realtà diverse e strade nuove. In più ti permette di guadagnare tu quello che effettivamente viene dai proventi del libro, perché col self devi vendere e più lo fai, più pubblico guadagni. È anche vero che c’è l’altro lato della medaglia fatto da self che, ad esempio, si fanno pubblicità in modi anomali che non solo sono un problema per la persona stessa ma che rendono il sistema impraticabile anche per gli altri.

Il self viene visto come un territorio un po’ particolare perché potresti prendere un testo curato e pensato, o magari con una bella copertina e all’interno trovare una storia che non ha senso.
Capisco la difficoltà ma penso che lo stigma sia andato troppo oltre: spesso ci si rifiuta a prescindere di leggere dei self. Il pubblico generico di solito, però, non si fa troppe domande perché non ci sono standard alla base; siamo noi del settore che poniamo la maggiore resistenza. La cosa che a me fa più male è capire che ci sono realtà che hanno una qualità discutibile o anche simile a noi self e funzionano cento volte meglio solo perché sono delle CE, grandi o piccole che siano.

La guida per capire se un self funziona o meno è: se è possibile seguire l’autore/autrice, perché spesso chi fa self ne parla e si può vedere cosa fa; e leggere l’estratto, quelli che non sono self di “buona qualità” non sanno partire con un testo, l’incipit è spesso la parte più difficile.

Basta poco.
Spero che nel tempo, con sempre più persone che si approcciano al self, questa dimensione cambi.

Gli americani vanno matti per gli zombie e infatti il tuo libro è ambientato nella grande terra della libertà, perché non ambientarlo in Italia?
In parte è perché Zombie Friendly è un libro di zombie anomalo, quindi su qualcosa dovevo cedere. Banalmente, gli aspetti che meno mi interessavano. C’è da dire poi che la cultura del centro commerciale, per quanto anche da noi ci sia, non è sviluppata allo stesso modo che in America.

Ho deciso di parlare dell’America perché mi piaceva l’idea di un certo tipo di critica sociale, che è anche più semplice che noi italiani mandiamo giù se puntiamo il dito su qualcun altro. Se lo avessi fatto con riferimento all’Italia sarebbe stato più complesso e, secondo me, ci sarebbe stata molta più resistenza su certi concetti.

L’altra motivazione è che io, purtroppo, ho letto veramente poche storie ambientate in Italia. Sono cresciuta con libri di secondary world o comunque americani. Trovo che scrivere dell’Italia senza fare il necessario cambio culturale della storia avrebbe solo strumentalizzato l’ambientazione.

Andy è un eroe atipico, molto fragile e a tratti sofferente, umano in una società non più fatta per gli umani, c’è qualche motivazione dietro queste scelte?
Andy è stata la primissima cosa che mi è venuta in mente e l’idea iniziale era quella di scrivere un comico, senza nessun livello ulteriore. Ci si rende conto, però, che molto spesso il sarcasmo di una persona ansiosa è una barriera protettiva. Ho cercato di capire, quindi, perché Andy scherzasse, qual era l’origine della sua ironia, e ho trovato appunto dei livelli legati all’ansia. Allora mi sono chiesta se non fosse il caso di scrivere una storia che facesse sentire compresa me e anche tutte quelle persone che io conosco vivere la stessa cosa. Le persone si sono affezionate molto ad Andy e spero che ciò faccia venire voglia anche alle persone non ansiose di avvicinarsi alle persone ansiose e comprenderle come hanno compreso Andy. In fondo un po’ di Andy c’è in tutti noi e ci sono degli Andy più Andy degli altri.

La trasposizione psicologica e sensibilizzazione all’interno del tuo romanzo è come una denuncia sociale. Qual è stato il fattore scatenante per farti trattare certe tematiche in modo velato e professionale?
Trovo che molto spesso emerge di noi nella scrittura più di quanto vorremmo e imparare ad analizzare noi stessi attraverso quello che scriviamo ci permette di comprendere sempre di più. Per esempio, Zombie Friendly si basa su questo concetto. Io ho sofferto di ansia per molto tempo e ci sono giornate in cui anche se tutto va bene per te è tutto da buttare. Ho studiato il meccanismo dell’ansia, mi sono fatta aiutare da esperti e ho pensato di creare un protagonista che non ha la mia stessa ansia e non è me, però che ha lo stesso problema e vedere come potevo guidare – senza forzare la mano – un personaggio che aveva una situazione simile alla mia.

Oltre a Zombie Friendly hai in mente altri progetti sugli zombie? O preferisci spostare il focus su altre tematiche?
Per quanto riguarda gli zombie io li apprezzo, li guardo ma non sono un materiale che amo follemente. Una volta concluso Zombie Friendly sarà un argomento che non tratterò mai più. Gli zombie sono complessi, o li scrivi in maniera tradizionale o innovare diventa complesso. Ho strutturato gli zombie in un modo un po’ diverso: ho pensato a loro come delle persone che sopravvivevano senza farsi domande.

Secondo me siamo stati zombie un po’ tutti durante la pandemia. Siamo zombie perché ci dicono che “dobbiamo fare così”, siamo troppo legati alle cose del passato, allo stesso modo degli zombie che continuano a perpetrare dei comportamenti che ora non hanno più nessun significato ma non potendosi far domande andranno avanti così. Volevo creare un tipo particolare di zombie, quello che ti fa riflettere su di te, quello che più che minaccia alla tua vita – pur continuando ad esserlo – è un essere problematico che però può tornare utile, in alcuni casi.

Mi sembra di aver capito che stai scrivendo altro al momento, qualche spoiler per i lettori?

Avrei tanto voluto scrivere un prequel di Zombie Friendly, lo avevo progettato per prendere una pausa dalla storia principale e fare un po’ di ricerca per il secondo libro ma mi sono resa conto che ho proprio bisogno di andare avanti nelle vicende di Andy. Forse il prequel sarà un progetto futuro, magari lo metterò su Wattpad, chi lo sa, per ora mi concentro sul secondo romanzo della trilogia. Sarà un testo che metterà alla prova i personaggi e i loro valori, spingendoli oltre i loro limiti. Nel primo romanzo abbiamo fatto i conti con il passato e la nostalgia, il presente invece è un luogo di rabbia e reazione ed è questo il terreno di gioco di Andy, Harper e Lucas. Sto studiano un multi POV a tre personaggi, incrociate le dita per me! Contemporaneamente sto lavorando ad altre storie, dark fantasy che faranno parte di un universo condiviso, la maggior parte saranno autococlusive ma alcuni personaggi verranno poi ripescati per partecipare ad altre vicende. Voglio evitare ordini di letture e continui in questo universo perché ho bisogno anche di storie che mi accompagnino per un periodo più breve. 

Tornando a te, ci parli un po’ del tuo processo di scrittura? Hai una routine quotidiana o hai un approccio istintivo?
Prima di Zombie Friendly non avevo metodo, di solito mi adatto a come mi sento nel periodo, anche se in generale un minimo di scaletta ce l’ho sempre. Di solito mi prendo un mese per capire se la storia ha un senso, un mese per buttare giù una scaletta e iniziare le ricerche principali e poi scrivo. Tutti i giorni cerco di scrivere – se mi va, non mi forzo mai – macino tantissime parole quando ho le idee chiare. Per me 40 pagine in una notte sono fattibilissime, ci sono infatti tanti parti che ho scritto in un giorno. Cerco sempre di mettermi in condizione di avere la giusta creatività, anche se non scrivo. Cerco tutti i giorni di fare qualcosa anche solo per mandare avanti il testo, che sia una rilettura o una ricerca in più.

Penso però che dipenda molto di persona in persona; quello che consiglio per il metodo è di ascoltare se stessi, quello che ci fa stare bene e che non diventa soverchiante.

E per concludere, quali consigli daresti ad uno scrittore o una scrittrice in erba?
Sicuramente è importante avere un ottimo giudizio di se stessi, formarsi bene per riuscire a capire quando una storia funziona, in autonomia. Magari la storia viene inviata a tante CE che però la bocciano e alla fine erano solo le CE sbagliate, perché loro ragionano anche in termini commerciali che riguardano il loro bacino di lettori.

Generalmente è importante avere un progetto, ma questo dipende da persona a persona. sicuramente è importante, una volta finito, capire cosa è giusto editare e cosa no e va vista in maniera molto critica perché spesso ci si affeziona troppo alla storia e questo fa sì che magari non diventi efficace quanto dovrebbe. In generale, poi, scegliere la via della pubblicazione che più funziona per noi e per la storia, quindi non accettare il primo contratto che passa e valutare criticamente quello che qualcuno ci offre e, in caso non si trovi niente in maniera tradizionale, valutare il self, in maniera cosciente.

Quindi il consiglio migliore è di avere molta consapevolezza di quello che si sta facendo, di quello che si vuole, e di non arrendersi davanti alle difficoltà e ai rifiuti ma cercare di portare a termine quello che è il nostro scopo: raccontare storie.

Consiglio a tutti gli scrittori di essere un personaggio che possa gareggiare coi personaggi che scriviamo.

Grazie per averci insegnato a difenderci durante un'epidemia zombie!

La Redazione di Strega in biblioteca ringrazia con tutto il cuore Giulia Reverberi per essere stata con noi in questa chiacchierata. Ricordiamo che potete trovare il libro Zombie friendly nel catalogo online di Amazon (link qui sotto). Giulia è attivissima anche sul web, vi lasciamo i link per poterla seguire su tutte le sue piattaforme, piene di progetti libreschi da tenere d’occhio:

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