OPINIONISTA
#SquiLibri: disturbo da lutto persistente e i volti di Billy Milligan

#SquiLibri: disturbo da lutto persistente e i volti di Billy Milligan

Dopo due mesi di fermo eccoci finalmente online con un nuovo appuntamento di #SquiLibri, la rubrica in cui si affronta la letteratura classica e moderna analizzando situazioni, autori, autrici e i loro personaggi con un’ottica psicanalitica, cercando di scovarne i disturbi che oggi verrebbero riconosciuti come patologia psichiatriche. Nello scorso articolo abbiamo affrontato varie sfumature della mente umana in opere come: “Winnie The Pooh” di A.A Milne e illustrata di E.H Sherpard, “Peter Pan” di James Matthew Barrie e “Tess dei D’Urberville” di Thomas Hardy. In questo articolo affronteremo altri casi letterari, spostandoci dal classico al contemporaneo con “Il libro della pioggia” di Martino Gozzi e “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes.

La pioggia non può durare per sempre

L’opera di Martino Gozzi è stata una vera rivelazione e scoperta per via della sua carica prettamente emotiva. Un romanzo fatto di canzoni, amicizia e tanta (troppa) voglia di vivere. Martino e Simone condividono tutto, ogni ricordo e la loro passione per la musica. Ma poi arriva la malattia, Simone dice che sarà forte e che riuscirà a sconfiggere quel mostro che lo dilania dall’interno. Martino non è pronto alla perdita del suo più grande amico, di quello che con il tempo è diventato un fratello. Il libro della pioggia è un romanzo che sa di dolore ma anche di ricordi, una voce volta all’ascolto della sorda sofferenza che prova lo stesso autore. L’assenza di Simone ricorderà a Martino quanto sia difficile sopravvivere senza avere al suo fianco il suo più caro amico. 

Il libro della pioggia e il disturbo da lutto persistente e complicato

 Il libro della pioggia parla di lutto, anche denominato nel nuovo DSM V TR “Disturbo da lutto persistente e complicato”. Il lutto è un argomento spinoso e dai tratti emotivi molto forti, scrivere di un evento così sconvolgente per una persona non può che far empatizzare il lettore. Attraverso Martino Gozzi conosceremo e assaporeremo l’assenza della perdita, la solitudine dettata da una fatalità obbligata e la disperazione profonda di chi non riesce più a ritornare a galla. Nel vecchio manuale diagnostico nosografico descrittivo (DSM IV TR), il dolore per la perdita di una persona cara era ricondotto alla depressione maggiore o a un disturbo da stress post traumatico. Già il vecchio DSM considerava il lutto come un evento da prendere in considerazione per l’individuo e, quindi, degno di avere una considerazione clinica, anticipando, quindi, che la persona potesse non riuscire ad elaborare adeguatamente la perdita e, di conseguenza, sfociare in un stato biologico-patologico. Tuttavia, la sintomatologia secondo tale manuale era da considerarsi tale se non superiore ai due mesi, altrimenti si procedeva con una diagnosi di depressione maggiore. Successivamente, con le ultime due revisioni, abbiamo avuto la categorizzazione definitiva del DSM V TR lo scorzo marzo: il disturbo da lutto persistente e complicato viene analizzato nella sua interezza con dei criteri diagnostici.

Lutto: un evento traumatico che ha a che fare con la vita più di quanto pensiamo

La morte di una persona cara provocano diverse fasi di carattere psichico ed emotivo, i qual si associano a un sentimento di negazione dell’evento con profonda ansia, angoscia e tristezza. Ogni persona attraversa tali fasi in modo differente ed è proprio per questo che l’elaborazione del lutto è personale e mutevole per ogni soggetto. Il problema sorge quando non avviene ciò e la persona continua a manifestare gli stati angoscianti dei primi periodi associati a disturbi del sonno o a condotte pericolose (abuso di alcool e/o droghe). Per poter diagnosticare questo disturbo è necessario che la sintomatologia sia presente nell’adulto per almeno 12 mesi e nel bambino per 6 mesi. Il disturbo si presenta con:

• Persistente desiderio e nostalgia della persona deceduta.
• Tristezza e dolore emotivo intenso.
• Preoccupazione per il deceduto o per le circostanze della morte.
• Marcata difficoltà nell’accettare la morte.
• Incredulità o torpore emotivo riguardo alla perdita.
• Difficoltà a ricordare eventi positivi che riguardano il deceduto.
• Amarezza o rabbia in relazione alla perdita.
• Autocolpevolizzazione.
• Evitamento di persone, luoghi o situazioni associati al deceduto.
• Desiderio di morire per essere vicini al caro defunto.
• Difficoltà nel provare fiducia verso gli altri e sensazione di essere soli.
• Percezione che la vita sia vuota o priva di senso e di non farcela senza il caro defunto.
• Confusione circa il proprio ruolo nella vita o diminuito senso della propria identità.
• Difficoltà nel perseguire di nuovo i propri interessi o nel fare piani per il futuro.
• Compromissione della vita sociale, lavorativa o in altre aree importanti.

Il disturbo da lutto persistente e complicato ha molti punti in comune sia con il disturbo depressivo maggiore e con il disturbo da stress post traumatico. Tristezza e sensi di colpa, ad esempio, sono presenti ma, mentre nel disturbo depressivo maggiore sono generalizzati, nel disturbo da lutto si verificano solo in relazione alla figura del defunto. Al contrario del disturbo da stress post traumatico, nonostante entrambi rappresentino una risposta ad un evento inatteso, provocato da una minaccia all’integrità fisica propria o altrui, nel lutto il disturbo è scatenato dalla perdita di una persona cara. Anche le emozioni provate sono diverse, visto che nel post traumatico si tratta di paura e ansia, mentre nel lutto di tristezza e nostalgia. Attualmente la presa di coscienza di tale disturbo non solo viene considerato maggiormente nella nostra società ma anche vi è possibilità di diagnosi e di “conforto” per chi ne soffre.

I ventiquattro volti di Billy Milligan

Il caso di Billy Milligan è sicuramente uno dei più conosciuti in ambito criminologico, psichiatrico e psicologico, per non parlare della diffusione mediatica. A metà degli anni Settanta in America dei poliziotti irrompono nell’appartamento del giovane, accusato di aver abusato di alcune ragazze in un campus universitario. Ciò che gli inquirenti troveranno sarà un evento al di fuori di ogni schema: Billy Milligan sembra una persona differente e non risponde al suo nome e si comporta in maniera differente rispetto al mostro che aveva abusato delle universitarie. La gravità e la complessità del caso si evidenzia grazie agli avvocati d’ufficio del giovane, che convocano degli psichiatri per valutare il caso. Billy soffre del disturbo dissociativo dell’identità, una patologia dovuta alla frammentazione della personalità del soggetto a causa di ripetuti traumi (spesso infantili).

Una stanza piena di gente e il disturbo della personalità multipla

Il romanzo di Daniel Keyes: “Una stanza piena di gente” ci conduce nel caso più chiacchierato e controverso d’America. Conosceremo la storia di Billy, un giovane che convive con ventiquattro personalità, ognuna distinta e caratterizzata per diversi aspetti, età e storia personale. Non solo il romanzo, che comunque si apre con il processo di Milligan, ma anche una serie TV Netflix, I ventiquattro volti di Billy Milligan, esplica la storia personale del criminale. Il suo disturbo ha un’eziopatogenesi complessa, non solo amplificata dalle condizioni ambientali ma anche dovute ai continui abusi fisici subiti dal patrigno, ai limiti della tortura. Il romanzo di Keyes si concentra maggiormente sul caso giudiziario di Milligan, sulla sua evoluzione e non solo sulla scoperta di un disturbo così complesso. Diviso in tre parti, si scopre la vita di Billy: dal suo arresto, ai ricordi della sua infanzia, vissuta tra le varie personalità per affrontare i traumi subiti, fino ai giorni di ricovero in istituti psichiatrici poco inclini a curare la sua patologia. Negli anni Settanta tale infermità era considerata “disturbo della personalità multipla”, ma tra gli psichiatri e gli psicologi del tempo regnava lo scetticismo su una patologia così complessa e si additava alla simulazione per poter evitare le conseguenze delle proprie azioni. A causa dello stigma, lo stesso Milligan era stato trattato farmacologicamente in modo erroneo, come se la sua patologia fosse una schizofrenia paranoide, e ciò accentuò i suoi switch (da una personalità all’altra) da settimanali a giornalieri. Ulteriori studi sul caso confermarono l’infermità del soggetto, un caso non solo giudiziario ma comprendeva anche l’etica e la morale americana.

Tale patologia si manifesta in due modi:
• Nella forma di possessione le identità di solito si manifestano come se fossero agenti esterni, come un essere soprannaturale o uno spirito ( a volte anche un’altra persona), che ha preso il controllo, determinando nella persona il parlare e l’agire in un modo molto diverso. In tali casi, le diverse identità sono facilmente notate da altri.
• Le forme di non possessione tendono a essere meno evidenti. La gente può provare un’improvvisa alterazione di sé e della propria identità, provando la sensazione di essere osservatori piuttosto che fautori della propria vita quotidiana. Molti hanno anche amnesie dissociative ricorrenti.
S’identifica con: alterazioni improvvise o discontinuità del sé dovute a una o più identità distinte e amnesie dissociative ricorrenti. Gli individui con disturbo dissociativo dell’identità possono anche avere allucinazioni (visive, tattili, olfattive, gustative, e somatiche) spesso associate a fattori post-traumatici e dissociativi.


Il disturbo dissociativo dell’identità tutt’ora divide i più scettici, che lo ritengono puro esibizionismo. Ma credo che la storia di Milligan debba essere conosciuta e vissuta in modo differente. Anche per poter riflettere su quanto sia fragile la mente umana e, le conseguenze che possono modificare completamente il comportamento di una persona sul mondo che lo circonda.

«Ci troviamo in una stanza buia. In mezzo a questa stanza, sul pavimento, c’è una chiazza di luce. Chiunque faccia un passo dentro la luce esce sul posto, ed è fuori nel mondo reale, e possiede la coscienza. Questa è la persona che gli altri – quelli fuori – vedono e sentono e a cui reagiscono. Gli altri possono continuare a fare le solite cose, studiare, dormire, parlare o giocare. Ma chi è fuori, chiunque sia, deve fare molta attenzione a non rivelare l’esistenza degli altri. È un segreto di famiglia»

Citazione: “I ventiquattro volti di Billy Milligan” su Netflix.

#SquiLibri: una rubrica su letteratura e psicologia

Quelli di Martino Gozzi e Billy Milligan sono solo alcuni dei casi della letteratura con evidenze sia psichiatriche che psicologiche. Ma la letteratura classica e contemporanea ne nascondono centinaia. La rubrica #SquiLibri cerca di indagare i più interessanti, le malattie che hanno afflitto scrittori/scrittrici e, a volte, di conseguenza, anche i loro personaggi. Si tratta di profili talmente cupi e affascinanti da lasciarci senza fiato! Vi consiglio di iscrivervi alla nostra Newsletter per non perdere nessun aggiornamento e di seguirci anche su Instagram per contenuti extra e piccoli focus sul tema. Di quali romanzi o autori vi piacerebbe sentir parlare nella prossima puntata di #SquiLibri? Faccelo sapere in un commento!

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