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Assassinio a Venezia: il giallo spooky che non sapevi di volere

Assassinio a Venezia: il giallo spooky che non sapevi di volere

Il 14 settembre è uscito nelle sale cinematografiche Assassinio a Venezia, il terzo capitolo di quella che ormai è a tutti gli effetti una saga cinematografica basata sulle opere della mirabolante regina del giallo, Agatha Christie. Protagonista indiscusso di questo ambizioso progetto è Kenneth Branagh, interprete del detective Hercule Poirot e regista di tutti e tre gli adattamenti. Se con Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo Branagh si era dedicato a dei veri e propri cult dell’autrice britannica, con questo terzo film ci si spinge nei meandri della vastissima produzione di Christie, ripescando dalla sua bibliografia un romanzo meno conosciuto: Halloween’s Party. Kenneth Branagh sarà riuscito ancora una volta a fare centro con la sua interpretazione dei gialli della Christie? Oppure questo terzo capitolo ha deluso gli amanti sfegatati della saga?

Assassinio a Venezia: un terzo capitolo non facile

Quando si ha a che fare con delle saghe cinematografiche è sempre molto difficile mantenere l’asticella alta e catturare il pubblico come se ogni volta fosse la prima. Con il suo esordio nei panni di Poirot in Assassinio sull’Orient Express, Branagh aveva davvero regalato allo schermo un gioiellino di film, esteticamente e ritmicamente aderente al più squisito giallo “christieano”. Con Assassinio sul Nilo la tensione non era di certo calata: il regista era stato molto bravo a costruire un rapporto più stretto tra il pubblico e il suo Poirot, lasciando intravedere debolezze e dolori dell’uomo dietro al personaggio. Un capitolo, il secondo, decisamente più personale, in cui si lancia uno sguardo al background del detective e si espongono le sue paure e i suoi tormenti, senza nulla togliere alla complessità del caso da risolvere. Ma in Assassinio a Venezia abbiamo qualcosa in più, qualcosa che mi ha fatto alzare dalla poltrona del cinema pensando: questo film è un’opera a tutto tondo

Assassinio a Venezia: qualche accenno di trama

L’ambientazione di Assassinio a Venezia, per quanto mi riguarda, è già una carta vincente. Ci troviamo nella Venezia del dopoguerra, una città turistica e meravigliosa, viva e brillante, ma che nasconde un’oscurità che odora di morte. Hercule Poirot, stanco della sua carriera disgraziata e piena di dolori, ha scelto proprio la città veneta per il suo ritiro. In un antico palazzo centrale, il detective più famoso del mondo trascorre le giornate a curare un giardino pensile e a mangiare dolci, mentre alla sua porta si accumulano disperati alla ricerca di qualcuno che li aiuti a risolvere casi impossibili. Poirot non ne vuol più sapere di omicidi, ma nel momento in cui alla sua porta bussa Ariadne Oliver, autrice di gialli e cara amica del detective, invitandolo a prendere parte ad una seduta spiritica, il vecchio e stanco Hercule si ritroverà immischiato in un caso senza precedenti all’interno di un palazzo veneziano maledetto e apparentemente infestato da anime dannate…

Regia, attori e scenografia in un giallo che lascia senza fiato

Assassinio a Venezia si differenzia dai suoi fratelli maggiori per la cura che Branagh mette nel lavoro registico. Evidente è il modo in cui l’attore e regista si sia divertito a costruire una solida impalcatura che ha come trave portante la parola bellezza. Assassinio a Venezia è un film esteticamente splendido, che tutti gli amanti del genere gotico adoreranno alla follia. La scelta di ambientare il caso di Poirot nella misteriosa città di Venezia, la quale affonda e trova lentamente la sua morte proprio circondata dalla bellezza più sfarzosa, è tanto metaforica quanto ragguardevole per i canoni estetici desiderati. Esattamente come la bella Venezia, anche il caso che Poirot si ritroverà ad affrontare è ammantato da incredibile fascino, ma sotto di sé nasconde un abisso buio e spettrale che conduce inevitabilmente verso la distruzione. 

Assassinio a Venezia, oltre ad essere un giallo in piena regola, con un delitto da risolvere e segreti da svelare, è anche una tanto splendida quanto classica ghost story, in cui sussurri ed inquietanti visioni popolano una casa in stato di decomposizione. L’unione del mistero sovrannaturale al genere giallo crea un connubio perfetto che sfocia nelle tinte più grigie del gotico, strizzando l’occhio ai fan di Shirley Jackson di L’incubo di Hill House. Ancora una volta l’attesa nei confronti del finale geniale e spiazzante è resa magnificamente attraverso un gioco di tensione e ricerca che, stavolta, viene arricchito da qualche slancio verso il genere horror. Lasciatemi rassicurare i più paurosi tra voi: il film non è propriamente un horror e non terrorizza mai lo spettatore, ma ha la sua buona dose di jump scare, elegantemente costruiti e che comunque rimangono un condimento all’impresa centrale. Ricordate che Poirot è il re assoluto della razionalità e che noi siamo portati a guardare il film attraverso i suoi occhi, perciò se a spaventarsi è Hercule ci spaventiamo anche noi, in un’equilibrata montagna russa di sensazioni che non oltrepassa mai la soglia vera e propria del film dell’orrore. 

Una nota di particolare merito va alle scenografie di Assassinio a Venezia, che sono curate nei minimi dettagli. Accompagnate da una regia particolareggiata e mai noiosa, arricchita da movimenti di macchina fluidi, inquadrature e punti di vista impossibili, montaggi alternati dalla forte influenza simbolista (che ci ricordano che dietro il film d’intrattenimento c’è un regista premio Oscar), le scenografie esprimono senza parlare il senso di disagio e di inquietudine che deve accompagnare lo spettatore per tutta la visione del film. Tutte le inquadrature sono dominate dalla figura antropomorfa: questa vecchia dimora maledetta in cui ci troviamo è arredata di statue, veli, lenzuoli bianchi, arazzi, maschere che ci fanno continuamente sospettare di essere osservati da un’occhio indiscreto. Ogni millimetro di questo spettacolare parco giochi degli incubi è squisitamente retrò, sfacciatamente gotico e velatamente shakespeariano (vecchio vizio di Branagh che a noi può solo farci piacere). 

Anche sulle prove attoriali non ho nulla da dire. L’iconico protagonista è al solito interpretato da un meraviglioso Kenneth Branagh, che buca lo schermo e ci colpisce al cuore con la tenacia della sua ostinazione, alternata con una stanchezza dolorosa che ci fa comprendere ogni livello di lettura del personaggio. Il cast al completo di Assassinio a Venezia, in realtà, gestisce molto bene i propri ruoli. Sono molto contenta che Branagh, ad esempio, si sia affezionato a Jamie Dornan, che già avevamo incontrato nel suo Belfast, mostrandolo al pubblico ripulito dalla sua fama di “attore buono solo a fare il bell’imbusto”, arrivata con Cinquanta sfumature di grigio, e accostato a parti molto più particolareggiate e complesse da interpretare. Un’altra nota di merito va all’attore-bambino Jude Hill, che con la sua espressione fredda e calcolatrice ricorda quasi un Hercule infantile, e all’intensa Michelle Yeoh, che con le sue affascinanti movenze e con le sue nevrosi da medium buca lo schermo e fa gelare il sangue.

Assassinio a Venezia merita il biglietto del cinema?

L’unica risposta che posso dare a questa domanda è ASSOLUTAMENTE SI. Se siete alla pazza pazza ricerca di vibes halloweeniane e di spooky season, Assassinio a Venezia è il film che esaudirà i vostri desideri. Una volta usciti dalla sala cinematografica vi verrà voglia di correre in libreria ad acquistare una ghost strory da leggere sotto un lenzuolo, alla luce di una torcia elettrica. Assassinio a Venezia è un ottimo compromesso tra il genere gotico, il genere horror e il giallo: non lascia mai indietro nessuno di questi tre elementi e, oltre ad essere un film esteticamente meraviglioso, è dotato di una sceneggiatura di ferro. Tutto combacia in maniera squisita e maniacale, esattamente come esige la mente geniale di Poirot. Inoltre il film affronta delle tematiche molto importanti in maniera davvero consapevole, lasciandoci intravedere mistero, marcio e crudeltà in un mondo dominato dagli esseri umani e non dagli spiriti dei morti.

PARTE SPOILER: analisi delle tematiche affrontate in Assassinio a Venezia

Con le persone che hanno già visto il film vorrei un secondo soffermarmi su alcune tematiche affrontate in Assassinio a Venezia che meritano un riflessione un pochino più approfondita, ma che mi è impossibile fare senza incappare in degli spoiler. Ovviamente se non avete visto la pellicola fuggite via da qui, perché dovrò svelare anche il colpevole dei delitti del caso di Poirot e se questo film lo si va a vedere sapendo già come va a finire, beh, perde in sé il senso di film giallo. Io vi ho avvisati! La parte spoiler comincia tra tre, due, uno…

Maternità tossica e femminilità controversa in Assassinio a Venezia

Chi l’avrebbe mai detto all’inizio del film che ad uccidere la povera Alicia sarebbe stata proprio la sua amata (ma che dico? amatissima!) madre? Ebbene sì, il finale di Assassinio a Venezia ci ha lasciati tutti lì a boccheggiare una volta che il killer è uscito allo scoperto grazie al genio di Poirot. Rowena Drake, padrona di casa e madre disperata a causa della morte prematura della figlia, è un personaggio estremamente interessante, che ci presenta uno spaccato riguardante il tema della maternità che spesso non viene mostrato, specialmente in pellicole così commerciali. Rowena è una madre iperprotettiva e possessiva nei confronti della sua unica figlia; talmente ossessionata dall’idea di perderla, Rowena alla fine farà l’unica cosa che la sua mente distorta le suggerisce di fare: avvelenare la sua bambina (ormai diventata donna) affinché non sposi l’uomo che ama e si allontani da lei. Alla base di questo comportamento tossico e disturbato c’è l’idea che la figlia sia di proprietà del genitore, sua parte integrante, nata ma non psicologicamente accettata come corpo assestante da quello della madre.

La maternità tossica è un tema delicatissimo e non è di certo questa la sede per parlarne. Tuttavia, dal punto di vista puramente cinematografico, ho apprezzo molto come sia stato costruito il personaggio di Rowena Drake. La conosciamo come donna fragile e triste; durante tutto il film è una presenza spettrale che non attira troppo l’attenzione su di sé, disperata e tormentata per la morte della figlia, che lei effettivamente non aveva mai desiderato ma che, nel suo disturbo, aveva causato. In lei si abbracciano follia e raziocinio, manipolazione e disperazione, nevrosi ed eleganza: la “villain” di Assassinio a Venezia è un personaggio femminile tipico della letteratura gotica, che con la sua ossessione tende a catturare chiunque le stia intorno in un turbine di oscurità e degradazione. Eppure noi spettatori non dubitiamo mai, neanche un’istante, nel suo amore per la figlia uccisa. 

Anche lo strumento dell’omicidio, il miele avvelenato, è perfetta metafora del tema della maternità tossica: una madre che imbocca la figlia, ormai adulta, con cucchiaini di miele, cercando in ogni modo di tenerla lontana dai pericoli del mondo, ma così facendo somministra ogni giorno una dose di veleno, ovvero la negazione stessa della vita, della libertà e dell’indipendenza, condizione che lentamente porta all’annullamento dell’individuo. Proprio questa doppia lettura, amore-morte, trascina il pubblico in una macabra comprensione della donna, condannandola e compatendola allo stesso tempo. Che poi è anche ciò che prova Poirot nei suoi confronti: lo vediamo al termine del caso, quando il detective decide di non rivelare il delitto di Rowena, lasciandole scontare la sua pena eterna nelle mani dell’unica creatura capace di capirla e punirla davvero. Lo spettro della figlia.

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