OPINIONISTA
Titanio: intervista all’autore Stefano Bonazzi

Titanio: intervista all’autore Stefano Bonazzi

Titanio è un libro pubblicato nel settembre 2022 da Alessandro Polidoro Editore. Il romanzo racconta la storia di Fran e del quartiere disastrato in cui vive, la Ciambella, in cui la delinquenza e il degrado si espandono di giorno in giorno e inghiottiscono, al loro passaggio, le vite delle altre persone. La Redazione di Strega in biblioteca ha avuto l’onore e il piacere di intervistare l’autore del romanzo, Stefano Bonazzi. Durante la chiacchierata, oltre a scavare all’interno del profondo mondo di Titanio, sono emersi tantissimi temi cari all’autore e alla Redazione. Di seguito trovate il link per acquistare il libro (azione che vi consigliamo spassionatamente di fare) e il corpo completo dell’intervista. Buona lettura. 

Intervista a Stefano Bonazzi

La storia di Titanio è decisamente intensa e ipnotica. Io stessa ho divorato il libro in un pomeriggio e mi sono sentita trascinata nel mondo di Fran. Durante la lettura ero divisa tra la volontà di imporre a me stessa l’idea che la storia di Fran fosse, appunto, solo una storia, e la triste consapevolezza della realtà degli eventi che hai raccontato. La storia di Titanio sarà immaginaria, ma basta cambiare il nome del protagonista per renderla reale. È qualcosa con cui non si scende a patti facilmente e questo dà a Titanio la forza di un doppio impatto. Il primo è ovviamente a livello narrativo, il secondo è tutta la serie di dolorose consapevolezze che risveglia nel lettore. Da dove nasce l’idea di Titanio?

Questo libro è il terzo attualmente pubblicato e sicuramente un legame che unisce i tutto ciò che scrivo è la volontà di indagare due temi a me particolarmente cari.
Il primo è la paura, sia dal punto di vista personale, quindi paura per sé stessi, ma anche paura per il contesto sociale; quindi, l’ambiente in cui viviamo e in cui veniamo collocati attraverso il nostro modello sociale.
Il secondo tema è quello della famiglia. Se vado indietro e guardo tutto quello che ho scritto c’è sempre un problema familiare alla base, qualcosa legato a dei timori che spesso si ritrovano nei personaggi principali e sono indotti dall’ambiente esterno.
Sono entrambi temi a me cari; la paura, soprattutto, di cui ho sofferto per tantissimo tempo, a livello personale, a causa di attacchi di panico che ho vissuto tra i 20 e i 22 anni. Erano attacchi molto debilitanti anche dal punto di vista fisico e mi hanno sconvolto così profondamente che ho cercato un modo per esorcizzarli in maniera “artistica”, seppure da autodidatta. Non ho avuto la classica educazione accademica, il mio è sempre stato un approccio per istinti e per bisogni, utilizzando prima la fotografia e poi la scrittura per indagare in profondità questi temi, perché è l’ambito che voglio cercare di analizzare e sviscerare al meglio.

Ricollegandoci a queste tematiche che tratti, tu stesso mi hai detto tempo fa, chiacchierando su Instagram, che parlerai sempre di paure e dolori.  Presumo che tu abbia scelto il mezzo di comunicazione artistico per esorcizzare proprio questi due elementi emotivi, giusto?

Sì, assolutamente. Il dolore e la paura si possono trattare in molti modi: io qui li affronto con una storia drammatica. La storia di Fran nasce da un fatto di cronaca a cui ho agganciato tutto un contesto urbano di fiction e il tema si ricollega ad un mio sentire personale.

 

Dietro una storia c’è sempre una persona. Una cosa che ho trovato sempre molto divertente è vedere come, una volta scritto un libro, l’autore stesso diventi a sua volta una storia. Per conoscere Titanio ci serve prima sapere qualcosa di chi c’è dietro. Tu stesso hai detto che ti sei affacciato al mondo delle arti per superare un periodo buio della tua vita, ma questa passione per la scrittura quando è nata? Come l’hai coltivata?

Prima è nata come forma terapeutica e ad oggi resta collocata ad un ambito hobbistico di passione personale, però ho sempre sentito l’esigenza di sfogare alcuni malesseri e alcune pulsioni attraverso la parte creativa. Ho, appunto, iniziato con la fotografia cercando di realizzare immagini che esprimessero i miei stati d’animo, sperimentando di volta in volta sempre di più e cercando di creare un immaginario che fosse coerente con la mia indagine. Di fatti, anche la parte visiva, la fotografia, è sempre legata a soggetti immersi in contesti poco confortevoli, sempre oscurati nel volto, con maschere, pose o artefatti che ne nascondono i tratti. È una ricerca che porto avanti da anni, mi piace cercare di comunicare attraverso l’ambiente e una conformazione del fisico che escluda i tratti del viso; perché, venendo a mancare quelli si ricercano altri elementi della fisicità per capire lo stato d’animo del soggetto. Lo faccio sia nella fotografia che nella scrittura, lo stesso Fran è un ragazzo inaccessibile. Quando noi lo conosciamo nelle prime battute, la maschera che avrei messo fotograficamente è presente nelle barriere che erige.

 

Non è facile inseguire il sogno di diventare scrittore. Certamente è un lavoro arduo, anche se realtà editoriali nascenti stanno sempre più incentivando le persone a perseguire la passione per la scrittura, abbattendo questo enorme muro dell’impossibilità che un po’ tutte le carriere artistiche attirano. Tu come hai valicato questo muro ideale? Ci sono state persone intorno a te che hanno sostenuto il tuo progetto autoriale? Ce ne sono state altre che lo hanno in qualche modo ostacolato?

Potrei dirti un 50 e 50. Nell’ambiente creativo c’è un alto tasso di concorrenzialità e nell’ambiente editoriale ancora di più. Tantissimi oggi scrivono, anche su vari media; ci sono tantissimi blog, tantissime pagine social…
Arrivare a scremare queste voci implica una selezione e, quindi, un mezzo essenziale per valicare il “muro” è lavorare al meglio sui testi che si producono; dall’altro lato, però, è utile avere anche persone che credano in quello che fai.

 

Hai delle abitudini particolari, dei riti, nel tuo processo creativo?

La mia abitudine di solito è il caos. Nella vita sono abbastanza ordinato ma nella parte digitale, che può essere il canvas di Photoshop o le pagine di appunti, lì è un macello. Non ho un processo definito, di solito parto da uno stimolo, sia per le immagini che per la scrittura. Parto sempre da un elemento molto minimale che mi ha toccato a livello emotivo e da lì vado a costruire una struttura narrativa più complessa.
Generalmente mi piace lavorare con pochi personaggi, sono un grande fan della scrittura minimalista, di scrittori americani come Carver o McCarthy. Prendiamo ad esempio La strada, in cui con due soli protagonisti e un mondo fatto di cenere l’autore ha costruito un universo indimenticabile. Stessa cosa nei dialoghi; proprio perché i loro scambi sono pochi, centellinati ed estremamente ponderati, emergono tantissimo all’interno nel libro. È quello che io nel mio piccolo provo a fare: poche situazioni, pochi personaggi, che però cercano di emergere dalla pagina e restare impressi al lettore.
Per quanto riguarda il processo creativo, non sono il tipo di scrittore da post-it sul frigo. Cerco di scardinare le imposizioni, i dogmi prestabiliti, siamo una generazione che ha la possibilità di farlo.
Il mio è un approccio emozionale, istintivo. Spesso non ho nemmeno chiara la trama, in Titanio, in particolare, c’era l’idea di una famiglia che teme l’esterno e si chiude in sé stessa. Da lì sono partito per costruire poi tutto il resto.

 

Ci hai appena nominato degli autori che sono dei titani della letteratura, ce n’è qualcuno che ti ha ispirato in modo particolare?

A me piace rendere tributo a ciò che leggo e mi resta impresso. In Titanio c’è un tributo esplicito a Iain Banks; così come ne viene folgorato Fran all’interno di Titanio, io in primis ne sono rimasto folgorato quando ho letto La fabbrica delle vespe, uno dei romanzi che mi ha inquietato di più durante l’adolescenza e che mi ha dato un forte impulso nella caratterizzazione di Fran. Il protagonista di La fabbrica delle vespe per certi versi ha la freddezza di Fran e una certa ingenuità di fondo che si può ricollegare al protagonista di Titanio.  Oltre a questo riferimento esplicito, arrivo da una formazione che affonda le sue radici nella letteratura degli anni ’90 con i suoi scrittori cannibali. Mi piace poter leggere di autori vicini a me e autori stranieri come Carver e notare come alcune cose si ritrovano uguali ed altre agli opposti.
In particolare, gli scrittori cannibali mi hanno dato veramente tanto e penso che la mia scrittura sia in parte debitrice e tributaria a questi autori.

 

Ad oggi, da autore pubblicato, quali sono i tre consigli che daresti agli autori e alle autrici emergenti che vorrebbero affacciarsi al panorama editoriale italiano?

Il primo è essere onesti. Con scrittura onesta non intendo necessariamente una scrittura autobiografica. Onesti sia dal punto di vista stilistico, non abusare di architetture troppo complesse se non si ha avuto la possibilità di conoscerle appieno. Resta dove sai fare meglio. Anche poi un’onestà da un punto di vista emotivo. Il protagonista di un libro non deve essere necessariamente “politically correct”. Il lettore non è obbligato ad empatizzare col protagonista. La letteratura deve anche dare la possibilità al lettore di porsi delle domande o di restare scioccato, proprio perché vuole mandarlo in una direzione in cui trova da sé l’equilibrio. Lasciare quindi al lettore la capacità di creare le sue connessioni mentali e i suoi ragionamenti. Io sono a favore di una narrativa, e in generale di un’arte, anche cinematografica, molto dura, in cui le opere non necessariamente portano ad un lieto fine ma lasciano con delle domande o delle immagini molto forti impresse nella mente. Questo è quindi il secondo consiglio: non seguire necessariamente il cammino dell’eroe fatto e finito. Lo leggiamo da una vita, andiamo oltre.
Il terzo consiglio è: siate umili, affidatevi a chi ha gli strumenti e lo fa da anni. Nell’ambiente editoriale capiterà sicuramente di ricevere stroncature, consigli o indicazioni sul rimaneggiare il proprio testo. Titanio stesso è stato riscritto tre volte. La prima versione per me era perfetta, ma lo era solo nella mia testa. Poi ho avuto la fortuna di collaborare con editor estremamente capaci che mi hanno aiutato a padroneggiare strumenti narrativi per cui il manoscritto finale, la versione pubblicata, ne ha guadagnato.

Puoi farci un quadro, basato ovviamente sulla tua esperienza, del panorama editoriale italiano?

Per certi versi, l’editoria italiana sta andando meglio rispetto ad alcune realtà, come quella americana. Avendo avuto la fortuna di leggere esordienti o comunque autori e autrici giovani, tra cui Natalia Guerrieri, che ha esordito con Sono fame, mi sono reso conto che la giovane età non è sinonimo di inesperienza. Natalia Guerrieri ha una scrittura estremamente caratterizzata, una voce riconoscibile, nel suo esordio ha trattato un tema molto attuale, perché la sua protagonista è un rider che fa consegne a domicilio, girando la città con questa app che le dice in continuazione dove deve andare. Tratta il tema del precariato, dell’alienazione. Penso anche a Vittorio Punzo o al lavoro di TerraRossa Edizioni, che sta facendo un lavoro di scoperta di voci giovani. Secondo me c’è della sostanza, specialmente quando queste storie vanno a indagare il contemporaneo, perché se anagraficamente sei giovane cosa ti vieta di raccontare la tua quotidianità? Tutto sta nel modo con cui si racconta. Un autore giovane oggi dovrebbe innanzitutto cercare di crearsi una voce riconoscibile e per farlo si può attingere da ciò che dà un certo grado di sincerità. 

Tornando a Titanio: prima hai accennato a quanto sia stato difficile scrivere Titanio, che addirittura è passato per tre riscritture; c’è una parte del romanzo che è stata più difficile da creare, che ti ha dato più filo da torcere? 

Sì, c’è stata e forse è, senza fare spoiler, la scena della cantina. Quella scena l’avevo già in mente, ma quello che succede a Fran in quella cantina è una cosa estremamente delicata, che quindi ho dovuto riscrivere tante volte. Ti confesso che la prima versione abbondava nel dettaglio e non mi ero fatto scrupoli di raccontare tutto quello che succede in quel momento. Poi, nelle varie riscritture, ho fatto il contrario: sono andato per sottrazione, fino ad arrivare ad una soluzione stilistica che potremmo definire sperimentale, che riduce tante cose ad una sola parola. Questa scelta è stata dettata da delle considerazioni sul mio percorso: io vengo da un primo libro, A bocca chiusa, in cui c’erano scene altrettanto forti, dove non mi risparmiavo in dettagli. Ho notato che questa cosa aveva una sua funzionalità, però mi sono chiesto “posso arrivare allo stesso grado di coinvolgimento senza ricadere nel didascalico e nell’abbondanza?”. Quella cantina che leggi nella versione definitiva è stata la cosa più travagliata. Spero che la scelta finale sia quella vincente. 

Muoviamoci dal particolare al generale. Il romanzo racconta la storia di Fran, ma l’ho percepito anche come una denuncia nei confronti di una società che non vede i più poveri. E’ come se qualcuno si mettesse al centro di una piazza ad urlare “GUARDATEMI, CI SONO ANCHE IO!”, mentre nessuno si degna di guardare questa persona. Per te questo libro è anche un modo per dare voce al dolore di molti che non sono visti? 

Sì, assolutamente. Ti ringrazio di averlo sottolineato. La storia di Fran può essere la storia di tantissime persone: di fatti di cronaca del genere se ne legge a valanghe e spesso si passa oltre con troppa leggerezza. Quello che ho cercato di fare qui è raccontare, attraverso una storia di fiction, una distruzione sociale che c’è tuttora. La Ciambella è un ambiente universale: il fatto che in tante parti d’Italia e del mondo ci si possa riconoscere in un unico contesto è proprio il simbolo del fatto che questi eventi sono diffusi e attuali. Fran è una voce ma è anche tantissimi. Verso la fine del libro che un momento in cui Fran fa un discorso sulle fondamenta della Ciambella che poi, se togliamo il nome “Ciambella”, è un discorso applicabile a tantissime realtà sociali. 

Nel libro è descritta la cattiveria umana, la cui malignità deriva anche dal contesto in cui si vive, dalla delinquenza. Secondo te è il contesto che crea la delinquenza? Oppure è il delinquente che si mette in un contesto particolare? Fran è frutto della Ciambella o sarebbe diventato quello che è anche al di fuori della Ciambella? 

Questa è la domanda che continuavo a pormi mentre scrivevo il libro e a cui non sono riuscito a darmi una risposta neanche a libro terminato. Il quesito era: Fran è diventato così perché è cresciuto nella Ciambella oppure un germe di questo male è insito dentro di lui? Se proprio devo darti una risposta, sono più per questa seconda opzione. Secondo me siamo troppo abituati a dare per scontato che un bambino sia innocente perché bambino; chi l’ha detto che dentro di sé non ci sia già un germe di malignità? Un bambino con questo germe, se cresce in un contesto sociale equilibrato, può arrivare a condurre una vita “normale” e, allo stesso modo, un bambino buono che cresce in un contesto come quello della Ciambella, soggetto a mille stimoli di violenza, sopruso e abuso, può prendere una direzione diversa. Io non ho una risposta certa, ma per delineare il personaggio di Fran ho studiato casi simili attraverso interviste e articoli su eventi analoghi e la mia idea è che il contesto abbia fornito il terreno giusto per far germogliare questa pianta di cattiveria, però qualcosa c’era già inizialmente. 

Titanio è un romanzo che parla molto di disparità sociali. Uno degli ambiti in cui queste disparità vengono più alla luce è quello dell’istruzione. Quante volte ci ritroviamo davanti a bambini che non possono andare a scuola perché vivono in condizioni sociali che non lo permettono? Lo stesso Fran non gode del diritto all’istruzione. Secondo te, qual è un gesto con cui si potrebbe iniziare ad aggiustare questo problema? 

Dal punto di vista delle persone che lavorano nel campo dell’istruzione, sono abbastanza fiducioso. Conosco insegnanti giovani che, quando io andavo a scuola, avrei amato avere. Hanno un coinvolgimento e una passione nonostante le situazioni precarie in cui spesso si trovano. Ci sono professori che vengono messi in lista d’attesa per cattedre e supplenze ai quali viene comunicato la sera prima che il giorno dopo dovranno tenere una classe a Torino, quando loro magari abitano in Puglia. Snellire e razionalizzare la parte burocratica potrebbe dare una mano a queste persone ad avere una vita più equilibrata e quindi ad approcciarsi in maniera più serena agli studenti. Se esistono già professori e professoresse che compiono percorsi straordinari con i propri studenti nonostante queste difficili condizioni, non oso immaginare cosa potrebbero fare vivendo una vita più tranquilla. Se in primis vengono aiutati loro, saranno i primi a concentrarsi al meglio sul proprio lavoro e di tutto ciò non potranno che guadagnarne gli alunni. Resto fiducioso non tanto per le risorse che arrivano dallo Stato, ma per le persone che vi operano.  

Una tematica che ultimamente è molto cara alle scuole, anche se spesso non viene affrontata nel modo più performante possibile, è quella della salute mentale. In Titanio la salute mentale è un tema affrontato in maniera approfondita e noto che all’interno della nostra società si stanno facendo grandi passi avanti nella normalizzazione di questa condizione. Ricordiamo a chi ci legge che le malattie mentali sono malattie come tutte le altre, che possono essere affrontate e verso cui non bisogna nutrire nessun tipo di pregiudizio. Secondo te, quali sono dei gesti attuabili nella vita di tutti i giorni per abbattere i pregiudizi e la superficialità con cui spesso si affronta la tematica della salute mentale?

Secondo me potrebbe essere utile sospendere il giudizio. Noi siamo abituati, quando vediamo una situazione, ad avere già un pregresso di preconcetti che ci creano una base di diffidenza. Cercare di fare tabula rasa potrebbe essere utile. Abbiamo un substrato di pregresso ed è il momento giusto per cercare di lasciarlo andare, però mi rendo conto che non è facile. Quel concetto di “lo abbiamo fatto fino ad ora, perché dovrebbe essere sbagliato?” andrebbe abbandonato, perché è l’atteggiamento più dannoso. Se tante cose che facciamo da sempre ci arrivassero oggi come nuove, probabilmente le riconosceremmo come sbagliate.   

Sappiamo che, oltre ad essere uno scrittore, sei anche un fotografo, un fumettista e un grafico. Possiamo citare alcuni dei tuoi lavori: nella collana I Cormorani di Clown Bianco Edizioni hai lavorato alle grafiche delle copertine di Tornata in vita di Grant Allen, L’assassino nel vicolo della Luna di Giulio Piccini e I fantasmi di Four Pools di Jean Webster; in fotografia, è stato scelto un tuo lavoro come copertina del libro Vicolo chiuso di Doriana Parraca e hai anche collaborato alla rivista fotografica Diablerie. Come si legano in te queste arti?

Ciò che le lega è la volontà di celare alcuni stati d’animo espliciti. Anche nei lavori grafici sarà difficile vedere un volto in primo piano, ci sarà sempre una sorta di oscurità di fondo. Anche la collana dei Cormorani racchiude pubblicazioni che attingono al noir, al gotico, quindi si legano bene ad un immaginario oscuro in cui io mi trovo benissimo. Mi sono divertito tantissimo a realizzare le copertine perché vai comunque ad attingere a lavori che si basano in primis sulle paure, su stati d’animo negativi, e anche a livello di immagini ci sono tecniche che possono richiamare queste sensazioni. Nel caso dei Cormorani c’è l’utilizzo del bianco e nero, di immagini che vengono da archivi anatomici e botanici, che poi ho rimaneggiato con un occhio di riguardo alla tradizione. Sono sempre lavori dark, che si amalgamano con le tematiche che porto avanti anche nella mia vita. 

Domanda finale! Abbiamo capito da questa intervista che sei un’artista che non ama le catene, molto libero, ma ci puoi anticipare qualche progetto in erba che stai portando avanti?

Allora, nell’ambito della fotografia sono un po’ fermo, perché purtroppo è un’arte che richiede molto tempo materiale, tra l’allestimento dei set e l’editing finale. Scrivere lo puoi fare un po’ dappertutto, infatti c’è qualche altra storia già definita, ma dove siamo ancora in alto mare per tutto il contorno. C’è l’embrione, ma ancora siamo nebulosi sulle date e sulle tempistiche. Io sono un po’ lento: tra Titanio e il libro precedente sono passati cinque anni, però sicuramente non mi sono fermato!

Ringraziamenti

La Redazione di Strega in biblioteca ringrazia con tutto il cuore Stefano Bonazzi per essere stato con noi in questa chiacchierata, la quale si è rivelata piena di spunti interessanti, di commozione e di profondità. Ringraziamo anche Alessandro Polidoro Edizioni per aver portato nelle librerie Titanio, che vi ricordiamo di poter acquistare in tutte le librerie e online, ad esempio cliccando sui link sparsi per l’articolo. E’ possibile seguire Stefano Bonazzi sui suoi canali social, come Instagram Facebook, e per dare un’occhiata alla sua produzione artistica vi invitiamo a visitare il suo sito web www.stefanobonazzi.it

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