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The Immortal Man: una conclusione e un nuovo inizio

The Immortal Man: una conclusione e un nuovo inizio

Dopo un’attesa di 4 anni dalla fine della sesta stagione, lo scorso marzo è arrivato direttamente su Netflix (almeno per l’Italia) Peaky Blinders: The Immortal Man, capitolo conclusivo della serie omonima ideata da Steven Knight e andata in onda tra il 2013 e il 2022.

Il film non vuole solamente raccontare la sorte degli ultimi membri della famiglia Shelby, ma serve anche per porre le basi e continuare la storia con una nuova generazione di Peaky Blinders. Poco dopo l’uscita del film, è stata infatti confermata una serie sequel con Jamie Bell, Charlie Heaton, Jessica Brown Findlay, Lashana Lynch e Lucy Karczewski come interpreti principali.

Il legame con la Storia

Rispetto alla sesta stagione, che era arrivata fino al 1934, il film ci porta avanti di 6 anni e la premessa prende ispirazione da alcune vicende storiche. Il 1940, infatti, è l’anno in cui inizia la cosiddetta Operazione Bernhard − un piano tedesco ideato per mettere in crisi l’economia britannica attraverso l’immisione di banconote false che avrebbero dovuto causare un aumento dell’inflazione − ed è da questo fatto storico che prende avvio la vicenda.

Mentre Birmingham è colpita da continui bombardamenti, Tommy Shelby  vive nella sua tenuta, lontano dagli ultimi amici e familiari rimasti, in completo isolamento, scontando una pena  per un reato di cui si considera colpevole, prigioniero e carceriere di se stesso. Le uniche persone con cui ancora mantiene un legame sono Johnny Dogs, che fa da tramite con il mondo esterno, e la sorella Ada. Come se la guerra non fosse un problema sufficiente, a spaventare gli abitanti di Birmingham si aggiungono i Peaky Blinders con un nuovo capo: Duke, il figlio di Tommy interpretato da Barry Keoghan.

Queste premesse, il ritorno del cast storico − tra cui Cillian Murphy e Sophie Rundle  insieme al creatore Steven Knight erano sufficienti per attirare l’attenzione dei fan di lunga data della serie e dei curiosi che di Peaky Blinders non hanno mai visto una puntata. The Immortal Man è stato pensato come un regalo per chi ha sostenuto negli anni la serie, un capitolo conclusivo per omaggiare gli attori e le attrici che hanno reso memorabile Peaky Blinders; ma è anche un modo per passare il testimone e rassicurare il pubblico che sono ancora molte le storie da raccontare.

"Nel mezzo di un gelido inverno"

Le immagini, la colonna musicale e la fotografia fredda ci riportano immediatamente nella Birmingham, sporca e pericolosa, che abbiamo imparato a conoscere negli anni. Siamo immersi nella storia come se nulla fosse cambiato, anche se non è davvero così. Non è solo la seconda guerra mondiale ad aver stravolto ogni cosa, si aggiunge  l’isolamento di Tommy e l’assenza di Arthur Shelby, una presenza piuttosto rumorosa e ingombrante nella serie, attorno alla cui scomparsa viene mantenuta un’aura di mistero.

Nonostante abbia ottenuto il riconoscimento, dalle altre comunità di zingari, del titolo di Rom Baro (espressione romaní tradotta come “re degli zingari”), Tommy non è più interessato a piani e trame per arricchire e affermare la sua famiglia. I fantasmi del passato sono più presenti che mai, e lui lascia che lo perseguitino. Nessuno sembra in grado di convincerlo a tornare quello di un tempo. Poi arriva Duke: leader violento e ingiusto, soprattutto nei confronti dei suoi concittadini, sceglie di aiutare i nazisti. E allora per un’ultima volta rispolvera il Tommy Shelby di un tempo, calcolatore, inarrestabile e sempre un passo avanti agli avversari.

Una cosa ben chiara fin dall’inizio della storia di Tommy Shelby era che non avrebbe mai potuto avere un lieto fine: il suo finale era l’unica via di uscita possibile per poter finalmente essere libero dai fantasmi dei cari morti e soprattutto dai traumi della guerra che lo hanno perseguitato per tutta la vita. The Immortal Man non è solo il titolo del film, ma è anche l’appellativo a lui associabile: anche se non sarà più in scena fisicamente, resterà una presenza costante, infesterà pubblico e storia. Un personaggio così iconico che ha avuto un’evoluzione complessa nel corso di più di dieci anni non può fare a meno di lasciare il segno.

Le note dolenti

The Immortal Man non manca di difetti, tutti riconducibili a un unico punto: la scrittura di Knight non è adatta alla realizzazione di lungometraggi, quando si tratta degli Shelby. La scelta di concludere la storia con un film è stata in parte obbligata a causa del COVID e in parte a causa di questioni produttive. Lo sceneggiatore, abituato all’ideazione e allo sviluppo della vicenda in sei episodi da circa un’ora, decide di riproporre lo stesso modello narrativo (che nella serie è molto efficace) in un film che non dura nemmeno due ore. Per questo, il risultato finale è sbilanciato, con una lunga parte introduttiva che si concentra su Tommy e una conclusione dei filoni narrativi affrettata.

Non c’è stato modo di apprezzare i numerosi personaggi, in particolare i nuovi volti introdotti appositamente per il film. Duke, erede di Tommy, e Kaulo (interpretata da Rebecca Ferguson, in questo caso sprecata) non riescono ad avere la stessa profondità e fascino degli Shelby e restano delle figure accennate. Allo stesso modo, John Beckett, che sarebbe dovuto essere l’antagonista di questa storia, non raggiunge l’iconicità dei suoi predecessori.

Molto viene lasciato da parte (quello che avrebbe potuto essere il materiale per una settima stagione), alcuni personaggi fondamentali della serie sono messi da parte come se non fossero mai esistiti, per garantire uno sviluppo lineare della vicenda. Sono state condensate le parti più importanti per non confondere eventuali spettatori che non hanno mai visto la serie, con il risultato di trascurare legami e rapporti tra personaggi che dovrebbero essere alla base della storia. Il rammarico più grande riguarda soprattutto Ada Shelby, perché anche questa volta non le viene resa giustizia. Ha sempre avuto molto potenziale, e The Immortal Man sarebbe stata l’occasione giusta per darle finalmente il suo spazio. Purtroppo, la scrittura la lascia di nuovo in disparte.

Dover concludere una storia durata 6 stagioni con un film è stata una scelta tanto discutibile, per quanto obbligata, da far arrivare a chiedersi se fosse davvero necessario realizzare questa conclusione. Il finale non rende giustizia alle stagioni complesse che ci hanno dato Knight, il cast e la crew. Lascia l’amaro in bocca non per la conclusione in sé, ma proprio per come sono stati gestiti storia e personaggi.

Una nuova generazione e qualche suggerimento

Tra i lavori del creatore Steven Knight, Peaky Blinders è il prodotto che ha riscosso più successo a livello di critica e pubblico. Non stupisce quindi la decisione di portare avanti la storia con un nuovo cast e un’ambientazione negli anni ‘50. La famiglia Shelby si sarà lasciata la Seconda Guerra mondiale alle spalle e si troverà alle prese con un’economia e una società profondamente cambiate. Ma questa serie sequel si troverà con un fardello ben più grande da sopportare e da gestire. Una delle ragioni principali del successo della serie era il suo carismatico protagonista e il suo interprete, Cillian Murphy. Purtroppo non ho una sfera di cristallo per sapere se siano stati in grado di realizzare un prodotto all’altezza dell’originale, però ho bene in mente dei cambiamenti che potrebbero rendere interessante la nuova serie (Steven prendi appunti, grazie).

Fin dalla prima stagione la storia ha sempre avuto un solo protagonista principale e intorno a lui gravitavano. Sebbene il numero elevato di personaggi (non solo tutti i membri della famiglia Shelby, ma anche gangster, figure politiche e rilevanti della prima metà del Novecento dall’Inghilterra, Irlanda agli Stati Uniti), non si è mai trattato di una serie corale: Tommy è sempre stato il fulcro e principale pianificatore delle vicende. Potrebbe essere arrivato il momento di cambiare, del tutto o in parte, questo schema che si è ripetuto per sei stagioni e lasciare che ci sia una reale collaborazione e comunicazione tra i personaggi principali.

Inoltre, un elemento di criticità di Peaky Blinders sono i personaggi femminili. La maggior parte delle donne sono introdotte perché mogli di uno Shelby o perché sono un interesse romantico, e tutte vengono lasciate sullo sfondo. In poche riescono ad avere il riconoscimento che spetterebbe loro (Polly è forse l’unica a riuscirci) e viene trascurato completamente la loro evoluzione nel corso degli episodi. Ada è l’esempio più lampante: passa da essere una convinta comunista che cerca di allontanarsi dalla famiglia a diventare la spalla di Tommy come socialista, senza che questo cambiamento venga mostrato. L’ambientazione nel secolo scorso non deve essere una giustificazione per lasciare in disparte (se vogliamo usare un eufemismo) le donne. Inserire le nuove protagoniste, rendendole figure centrali, nel contesto misogino e maschilista degli anni Cinquanta sarebbe molto più interessante e stimolante rispetto a continuare una narrazione esclusivamente maschile come è stato fatto fino ad ora.

Guarda il trailer di Peaky Blinders: The Immortal Man

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