
Sorry, Baby: l’imperdibile esordio alla regia di Eva Victor
Grazie a I Wonder Pictures e Studioventinove abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima Sorry, Baby, esordio alla regia di Eva Victor, che nel film è anche interprete protagonista. Prodotto da A24 e presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2025, il film ha valso a Eva Victor la candidatura ai Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico.
La trama in breve (no spoiler)
Agnes è una giovane professoressa di letteratura inglese che vive e insegna in un isolato college del New England. La visita dell’amica Lydie, incinta grazie all’inseminazione artificiale, riporta a galla un trauma irrisolto dei suoi anni universitari: la violenza sessuale subita da un professore.
Il racconto si articola attraverso una struttura temporale frammentata, fatta di flashback e flashforward, che riflette lo stato emotivo della protagonista e accompagna lo spettatore all’interno della sua psiche, ancora prigioniera di un dolore mai elaborato.
Analisi simbolica del film
In meno di due ore, il film non si limita a catturare l’attenzione dello spettatore, ma ne stimola una riflessione costante, grazie a un uso consapevole e stratificato del simbolismo, attraverso cui prende forma l’impianto critico dell’opera.
La violenza subita da Agnes non viene mai mostrata esplicitamente: è affidata al racconto che la protagonista fa all’amica Lydie, instaurando fin da subito una distanza tra l’evento e la sua rappresentazione e chiamando in causa un atto di fiducia da parte dello spettatore. In base a ciò che il film sceglie di mostrare — e soprattutto di non mostrare — Agnes resta una vittima “presunta”, priva di una verità pienamente oggettiva e incontrovertibile. Emblematico è il momento in cui inizialmente dichiara di non ricordare quanto accaduto, per poi, poco dopo, raccontare l’episodio con estrema precisione: una contraddizione solo apparente, che restituisce la frammentazione tipica della memoria traumatica. Da questo presupposto si sviluppa l’intera narrazione, filtrata attraverso lo stesso meccanismo che molte vittime di violenza sono costrette a vivere: il dubbio sistemico, la mancata credibilità, la necessità di ripetere il proprio racconto e di rivivere il trauma davanti a un pubblico spesso scettico, incapace di concedere piena fiducia alla parola di chi denuncia.
In questo senso, il film è costellato di scene in cui Agnes si trova sistematicamente collocata in una posizione gerarchica sfavorevole, in cui la sua esperienza non viene mai realmente presa sul serio e finisce per isolarla e sottoporla al giudizio altrui. Il primo confronto impari avviene il giorno successivo alla violenza, quando la protagonista si reca da un ginecologo per riferire l’accaduto e sottoporsi agli accertamenti medici. Il medico — uomo — le chiede spiegazioni e dettagli con un atteggiamento aggressivo e privo di tatto e arriva persino a invitare Agnes e Lydie a “calmarsi” quando, con educazione, gli fanno notare la sua totale mancanza di empatia.
Una dinamica analoga si ripresenta più avanti nel colloquio con due professoresse dell’università: figure che appaiono inizialmente più vicine alla vittima, ma che si rivelano di fatto inattive e incapaci di intraprendere azioni concrete contro il loro ex collega abusante. Il punto di massima tensione si raggiunge infine in tribunale, dove Agnes non solo viene costretta a ripercorrere pubblicamente il trauma, ma viene anche allontanata dall’aula, subendo un’ulteriore forma di esclusione istituzionale. Medico, professore, avvocato: tutte figure socialmente percepite come autorevoli, depositarie di credibilità e potere decisionale. In termini logici si potrebbe parlare di argumentum ad verecundiam, ovvero quel meccanismo per cui un’affermazione viene ritenuta valida in virtù dell’autorità di chi la pronuncia. Tutti questi personaggi sono più grandi di Agnes, sia per età sia per ruolo, e detengono un potere sociale e simbolico nettamente superiore al suo. È lo stesso squilibrio che caratterizza l’esperienza di molte vittime, costrette a affrontare da sole un sistema composto da figure più forti, protette da gerarchie consolidate e strutturalmente viziate.
Anche l’ambientazione e la palette cromatica degli interni della casa di Agnes contribuiscono a delinearne lo stato di solitudine e isolamento. Si tratta di una piccola abitazione indipendente, sperduta tra i campi, dominata da tonalità scure e desaturate di grigi e marroni: colori spenti, privi di vitalità, che riflettono efficacemente il vuoto emotivo della protagonista. Lo spazio domestico diventa così una proiezione del suo mondo interiore, chiuso e silenzioso.
A questa costruzione visiva si affianca un uso significativo dell’abbigliamento, che muta in base ai contesti in cui Agnes viene collocata. Nel momento in cui viene assunta come docente, per esempio, i suoi look si arricchiscono di elementi tradizionalmente associati al guardaroba maschile — scarpe stringate, camicie, bretelle — quasi a suggerire che la sua autorevolezza professionale debba passare attraverso un’estetica codificata come “maschile”.
Si tratta di una dinamica riconoscibile anche nella realtà quotidiana: basti pensare alle cerimonie di laurea e a quante donne, in quelle occasioni, scelgono completi tradizionalmente maschili. Il potere, nella nostra cultura, è ancora profondamente legato alla sfera dell’uomo e, all’interno di una concezione binaria della moda, l’adozione di quell’immaginario diventa uno strumento — spesso inconscio — per sentirsi legittimate, credibili, più forti.
Specismo e cultura dello stupro
Un ulteriore livello simbolico di grande interesse nel film è affidato alla presenza degli animali. A un certo punto Agnes accoglie nella sua vita una piccola gattina trovata smarrita per strada: una creatura, come lei, priva di un contesto che possa offrirle sicurezza. Nel pensiero femminista il gatto è da sempre simbolo di indipendenza, mistero, sensualità e istinto femminile. È una figura che attraversa la storia e il mito, dalle divinità come la dea egizia Bastet e la romana Diana, fino all’immaginario della strega, rappresentando una femminilità lunare, intuitiva, autonoma, spesso in conflitto con le restrizioni morali imposte. Il gatto non è pienamente addomesticabile, ma, come ogni essere vivente, desidera amare ed essere amato: una tensione che rispecchia profondamente il percorso emotivo di Agnes.
Non è casuale, inoltre, che una delle forme più diffuse di violenza di genere porti nel nome un riferimento diretto a questo animale. Il termine catcalling, che indica le molestie verbali rivolte alle donne nello spazio pubblico, deriva infatti dal sostantivo catcall, attestato già nella seconda metà del Seicento con il significato originario di “verso notturno dei gatti”.
Il simbolismo animale, tuttavia, non si esaurisce qui. In un’altra scena di forte impatto, Agnes si ritrova in casa un topo ferito a morte dai morsi della sua stessa gatta. Invece di tentare di salvarlo, reagisce d’istinto: lo chiude in un sacchetto e lo uccide colpendolo con dei libri. Il topo viene annientato per il solo fatto di essere piccolo, vulnerabile e socialmente indesiderabile. Un destino che richiama, per analogia, quello di chi viene silenziato e “finito” non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è.
Questo passaggio entra in risonanza con una riflessione sempre più presente nel femminismo contemporaneo, che dialoga con il pensiero antispecista e individua numerose analogie tra la repressione animale e la cultura dello stupro. Essere antispecisti significa rifiutare l’idea di una gerarchia tra le specie — con l’essere umano al vertice — che legittima lo sfruttamento e la violenza nei confronti delle forme di vita ritenute inferiori. In una singola, disturbante sequenza, Eva Victor mette in relazione diversi livelli di abuso, privilegio e potere, chiudendo il cerchio della violenza rappresentata nel film in modo coerente e profondamente contemporaneo.
Non si tratta di un facile relativismo del tipo “siamo tutti vittime e carnefici”, ma di una provocazione lucida e consapevole rivolta allo sguardo dello spettatore, che rende Sorry, Baby un’opera capace di dialogare in modo diretto e radicale con il presente.
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Un racconto autentico e spietato, dai toni asciutti e diretti. Eva Victor lo attraversa e restituisce con intensità assoluta, essendone al tempo stesso autrice, regista e protagonista. Ed è proprio questa personalità a rendere Sorry, Baby un film che, secondo noi, merita di essere visto.