
Mother Mary e il prezzo della fama. La recensione
“È una verità universalmente riconosciuta” che la fama ha un prezzo, a volte anche molto alto. Ma che cosa significa realmente essere una pop star amata da milioni di fan? Può la musica, in era contemporanea, assurgere al ruolo di religione, smuovere le masse, trasformare un essere umano in un idolo venerato dalle folle? E soprattutto, che cosa accade quando questo mondo diventa totalizzante, talmente tanto da soffocare qualsiasi altro aspetto della vita?
Sono alcune delle domande che vengono sollevate dal film Mother Mary, uscito nelle sale italiane il 14 maggio 2026, che vede nel cast le straordinarie Anne Hathaway, nel ruolo della pop star Mother Mary, e Michaela Coel nei panni di Sam Anselm, amica e prima stilista della cantante. Ci troviamo di fronte a un’opera ibrida, un dramma psicologico che mescola al suo interno suggestioni gotiche e orrorifiche, un setting tutto teatrale e una regia visionaria che abbonda di simboli e allegorie.
Alla regia troviamo David Lowery, già celebre per i film A Ghost Story (2017) e Sir Gawain e il Cavaliere Verde (2021). Si tratta di opere in cui la realtà e il fantastico sconfinano l’una nell’altro fino a confondersi e a costituire mondi nuovi, con regole proprie. Caro al regista sembra essere proprio il tema degli spettri, creature sovrannaturali difficili da inquadrare, che contaminano e sono contaminati a loro volta dalla dimensione umana, assumendo valori e forme diverse. In Mother Mary, nello specifico, i fantasmi appaiono come una fluttuante stoffa rosso sangue, che imprigiona e lega le due protagoniste l’una all’altra.
La trama
Mother Mary è una cantante e icona pop a livello mondiale, allontanatasi dalle scene dopo quello che è apparso ai fan come un ambiguo incidente in cui ha rischiato di perdere la vita. Sta ora organizzando il suo grande ritorno ma, durante le prove del concerto, si rende conto che l’abito scelto dai suoi costumisti non rispecchia affatto l’immagine di sé che ha in mente di mostrare. Guidata dall’istinto, decide di recarsi da Sam Anselm, amica di vecchissima data e stilista fidata all’inizio della sua carriera, con cui però ha interrotto i rapporti in modo brusco nel momento della sua ascesa. La richiesta che le pone di fronte è semplice: collaborare ancora, per l’ultima volta, e realizzare un abito che riesca a esprimere la vera essenza di quel personaggio allo stesso tempo sacro e profano che è Mother Mary.
Dopo anni di silenzio, risentimenti soffocati, emozioni contrastanti provate da entrambe, le due donne si incontrano all’interno di un casolare isolato nelle campagne, luogo che diviene palcoscenico di un confronto psicologico che si trasforma in una vera e propria resa dei conti dal sapore onirico, surreale.
Mother Mary è un film cangiante
Come una vera e proprie pièce teatrale, la prima parte del film si regge quasi esclusivamente sullo scambio serrato tra i due personaggi principali, un dialogo in cui i silenzi e i non detti sono affilati come lame. Il tono è cupo, drammatico, rivelatore di quelli che sono i sentimenti oscuri delle due donne: dopo un primo, categorico rifiuto, Sam decide di acconsentire alla richiesta dell’ex amica, ammantandosi di un sarcasmo che le permetta di mantenere le distanze. Ma la maschera si sgretola e Sam si ritrova a riversare all’esterno tutto il risentimento che la attanaglia, l’odio profondo per quell’universo fatto di luci e musica da cui è stata esclusa. Mother Mary, d’altro canto, appare come una figura fragile, privata di un nome proprio, svuotata di un’identità che si discosti da quella dell’idolo popolare.
Il tono del film muta nella seconda parte e il duello tra le due trascende a una dimensione onirica, fatta di inquietanti sedute spiritiche e possessioni. È a questo punto che il misterioso spettro fa la sua definitiva comparsa sullo schermo e svela la sua natura a cavallo tra entità sovrannaturale e suggestione psicotica partorita dai sensi di colpa.
Da dramma psicologico il film si trasforma, a questo punto, nella necessità di esorcizzare tale spirito dal corpo della cantante, un esorcismo che può avvenire soltanto attraverso la riconciliazione con l’amica perduta. Ed è così che la realizzazione finale del vestito, proprio attraverso il drappo rosso che costituiva il corpo dello spetto, si fa allegoria della riconquista di un’autenticità personale vera, che persiste anche all’ombra delle luci della ribalta.
L'estetica della pop star tra sacro e profano
L’aspetto che, a parere di chi scrive, risulta maggiormente d’impatto è proprio la figura di Mother Mary, un’icona pop che attinge a piene mani ai simboli del cristianesimo e li trasforma in un’estetica di cui rivestirsi. Ammalianti le scene delle diverse performance della cantante, momenti in cui la regia gioca con i chiaroscuri, in un alternarsi stroboscopico di luci e ombre che risaltano una figura quasi divinizzata. Gli abiti indossati dalla star sono scultorei, dai colori pieni, saturi, un perfetto connubio tra santità eterea e sensualità terrena. Da non dimenticare la suggestiva colonna sonora, altra protagonista del film, curata da Daniel Hart con il contributo di Charlie XCX e Jack Antonoff per le canzoni, tutte interpretate dalla stessa Anne Hathaway.
Ogni cosa, dalle sonorità allo stesso tempo cupe e ritmate alla gestualità liturgica, contribuisce a trasformare gli spettacoli di Mother Mary in veri e propri rituali collettivi, in cui le folle di spettatori sono invitati ad abbandonarsi a quella speciale estasi dionisiaca che soltanto la musica è in grado di donare. È interessante notare come, per l’ideazione di questa figura, i creatori del film abbiano attinto a piene mani dalla contemporaneità, traendo ispirazioni da pop star quali appunto Lady Gaga o Taylor Swift e dall’idolatria che una grande fetta di fan tende a tributare loro.
Le note stonate
Mother Mary si dimostra dunque un progetto ambizioso, dai molteplici livelli di lettura. Dietro gli svolazzi dello spettro di stoffa rossa si nasconde il disagio di tutto ciò che la fama comporta, il dolore dei legami che si sfaldano, la consapevolezza che il futuro è possibile soltanto dopo aver imparato ad accettare i fantasmi del proprio passato. Un film che, dietro l’apparente semplicità, si fa metaforico, inserendosi nella medesima scia di opere quali Black Swan (2010) di Darren Aronofsky e The Neon Demon (2016), scritto e diretto dal regista Nicolas Winding Refn. In queste opere siamo catapultati sotto le luci della ribalta (nel mondo della danza nel primo caso, delle modelle nel secondo), con attrici principali (Natalie Portman ed Elle Fanning) che, come Anne Hathaway non si limitano a interpretare dei personaggi ma divengono delle vere e proprie icone che si ritrovano a vivere vicende intrise di simboli, che parlano un linguaggio fatto di accostamenti di immagini all’apparenza incomprensibile, legato in modo inscindibile alla sfera dell’inconscio.
Eppure è forse proprio questa grande volontà di sperimentazione a rappresentare un po’ l’anello debole del film. In Mother Mary c’è tanto, a tratti troppo, una sovrabbondanza di elementi che finisce per risultare soffocante. In particolar modo il rapporto tra le due protagoniste, premessa dell’intero film e nodo fondamentale per la risoluzione finale, appare depotenziato, e questo è un peccato. Resta comunque un’opera interessante da recuperare per abbandonarsi a un’estasi sensoriale totalizzante.