
Eternity: quando l’amore dura per sempre (?)
Non dovreste proprio perdervi Eternity, la nuova, brillante commedia del regista irlandese David Freyne, attualmente nelle sale e che abbiamo avuto il piacere di vedere in anteprima al 43° Torino Film Festival, grazie a Studioventinove e I Wonder Pictures.
Capace di intrecciare con sorprendente equilibrio romanticismo, ferite emotive e ironia, Eternity pone allo spettatore — con semplicità ma senza mai cadere nel banale — una domanda tanto universale quanto spiazzante: che cosa significa davvero amare, trattenere chi amiamo o avere il coraggio di lasciarlo andare?
La trama in breve (no spoiler)
Joan (Elizabeth Olsen), Larry (Miles Teller) e Luke (Callum Turner) sono deceduti in circostanze diverse, ma si ritrovano insieme in un aldilà sorprendentemente moderno e “ottimizzato”, dove ogni anima ha a disposizione una sola settimana per scegliere con chi trascorrere l’eternità — e in quale delle infinite eternità possibili, che spaziano da una tranquilla casetta sulla spiaggia a un’eterna palestra, fino alla Germania degli anni ’30. Al centro di questo limbo ultraterreno, Joan si trova davanti al dilemma più difficile: scegliere tra il suo primo grande amore, caduto in guerra, e l’uomo con cui ha condiviso un’intera vita.
La storia nasce da una sceneggiatura originale di Pat Cunnane, inserita nel 2022 in The Black List — la prestigiosa selezione delle migliori sceneggiature non prodotte dell’anno. Solo nel 2024 A24 ha avviato lo sviluppo del progetto, coinvolgendo il regista e il cast che hanno poi dato forma al film.
La fine come occasione per nuove versioni di noi stessi
In Eternity, l’aldilà si presenta come una grande stazione di scambio: un terminale di transito tra la vita terrena e l’infinità delle anime, dove la morte non è un trauma ma una nuova possibilità. Qui, per la prima volta, si può scegliere consapevolmente come vivere il proprio “per sempre”. La regia accompagna questa sospensione esistenziale con una fotografia delicata, fatta di primi piani, piani americani e inquadrature totali che restituiscono uno sguardo intimo e profondamente umano sul momento della scelta. La palette cromatica, dominata da colori vividi e retrò applicati tanto agli ambienti quanto ai costumi, avvolge il film in un gusto vintage e malinconico, evocando un limbo temporale in cui il tempo sembra essersi fermato: uno spazio fragile, sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.
È proprio in questo spazio che si collocano i due amori di Joan, incarnati da Larry e Luke — non a caso entrambi nomi iniziano per “L”, come love. Da un lato Luke, il primo amore giovanile, carico di potenziale e idealizzazione, spezzato prematuramente dalla guerra; dall’altro Larry, l’amore costruito nel corso di un’intera vita, meno impetuoso ma fondato sulla costanza quotidiana, sulle gioie e sulle fatiche condivise, sul lento e imperfetto lavoro dell’amare. Chi scegliere quando l’eternità è in gioco?
L’eternità, del resto, è un’idea quasi inconcepibile per l’essere umano, soprattutto se pensata come esperienza da condividere. Porta con sé aspettative enormi, il timore di sbagliare, di pentirsi, di annoiarsi, di non essere all’altezza dell’altro. L’idea di un amore “per sempre” finisce così per rivestirsi di un’aura di perfezione irraggiungibile, paralizzando ogni scelta e insinuando il dubbio che nessuna decisione potrà mai essere davvero giusta. A tutto questo si aggiunge il peso del giudizio sociale, che spesso impone gerarchie e modelli anche all’amore: troppo o troppo poco importante, troppo fisico o troppo cerebrale, troppo passionale o troppo domestico. Eternity ci chiede allora di ribaltare la prospettiva e di porci la domanda più scomoda e sincera: quale eternità pensiamo davvero di meritarci?
L’ironia disincantata che rende reali i sentimenti
I personaggi si presentano con corpi giovani, ma con menti ormai mature: le loro scelte non nascono più dall’impulsività della giovinezza, bensì dal confronto con esperienze, ferite e abitudini sedimentate nel tempo. È proprio questo bagaglio emotivo a rendere problematiche anche le decisioni che, in apparenza, sembrerebbero le più semplici. Il film affronta tutto ciò con un’ironia sincera, mai edulcorata: sottile ma affilata, spesso veicolata dai due “aiutanti magici” della favola, Anna (Da’Vine Joy Randolph) e Ryan (John Early), angeli custodi e funzionari dell’aldilà incaricati di guidare Luke, Joan e Larry nella scelta dell’eternità.
Il confronto tra questi mediatori ultraterreni e i protagonisti è diretto e privo di indulgenze: uno sguardo concreto sui loro percorsi che mette in luce come siano proprio le idealizzazioni a svuotare l’amore del suo valore più autentico. L’amore, così, rischia di trasformarsi in una competizione con le proprie manie di perfezionismo e con un costante senso di inadeguatezza, più che in una reale unione con l’altro.
Non a caso, il primo contatto con la fine — persino con quella delle nostre stesse vite — si manifesta spesso come un fallimento: la frustrazione per ciò che avrebbe potuto essere, per ciò che avrebbe potuto andare diversamente. Eppure è proprio questo trauma, pur generando dolore, ad aprire uno spazio di crescita e di nuovi punti di vista. Il distacco diventa allora uno strumento di chiarezza, capace di restituirci uno sguardo più lucido e persino autoironico su ciò che siamo stati, come individui e come partner, liberandoci — almeno in parte — da sovrastrutture ansiogene e aspettative irrealistiche.
Rincontrarsi nell’aldilà significa, finalmente, guardare alle proprie anime spogliate del contesto terreno, senza più nulla da perdere e con il coraggio di vedersi per ciò che si è davvero: esseri imperfetti, vulnerabili, non infiniti. È proprio nel riconoscimento dei propri limiti che risiede la forma più autentica di coraggio, quella che permette di condividere se stessi con sincerità, autoironia e senza il peso soffocante delle aspettative. La colonna sonora, composta da David Fleming, accompagna dolcemente il pubblico dentro questo mondo fantastico, ma realistico, in cui ricordi e scelte cullano verso la chiusura di traumi passati.
Eternity è quindi per noi un gioiellino imperdibile, due ore piacevolissime di risate, pianti e tanto romanticismo in pieno stile anni 2000 (e questo lo intendiamo come un grande complimento!).