
Una casa che sanguina: storia di mura violente
Quando hai conosciuto l’inferno per tutta la vita, svegliarsi ogni mattina e pulire qualche macchia di sangue dal muro non è poi così male.
Una casa che sanguina di Carissa Orlando, pubblicato il 18 febbraio 2026 da La bottega dell’invisibile, gioca su una metafora classica della letteratura gotica: la casa infestata come manifestazione di altri fantasmi, personali e internazionali.
Una casa che sanguina: un titolo letterale
Margaret non lascerà la casa dei suoi sogni. Neanche dopo che Hal, suo marito, decide di fuggire da quelle mura. E l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso della paura, ciò che lo ha portato ad abbandonare la propria moglie, è l’idea di passare un altro settembre in quella casa. Il quarto, per la precisione.
Perché a settembre la casa geme, strilla, ulula. Sanguina, prima qualche macchia, poi a cascate, dal secondo piano fino quasi al piano terra. E diventa incredibilmente affollata. Alcuni dei fantasmi sono inquilini permanenti, con le loro stanze e abitudini. Basta farci attenzione, non infastidirli, non ricordargli la loro morte. Ma a settembre, i malandrini appaiono. Bambini sfigurati, mutilati, morti ma insistenti. Un dito sempre puntato contro la porta dello scantinato. Dove il vero mostro si apposta. E come se fosse un bersaglio, la casa viene costantemente bombardata da uccelli, di qualsiasi forma e dimensione, che si schiantano su ogni finestra disponibile. E il mistero di questi piccoli suicidi non è mai svelato, semplicemente accettato.
Riuscirà Margaret a vedere la fine di questo settembre, da sola?
Una casa fratturata: la famiglia che la abita
Hal non solo è fuggito, è completamente sparito. Katherine, la loro adulta figlia, è la persona che si accorge nonostante il contatto limitato che qualcosa non va. E per la prima volta decide di andare a trovare i genitori, o meglio, la madre. Proprio a settembre. E quello che emerge è che questa non è la prima casa violenta per la famiglia.
Più ci lanciamo con Katherine e Margaret alla ricerca di Hal, (Margaret particolarmente controvoglia nel lasciare la casa), più emerge il quadro del loro passato familiare. Hal è un uomo violento, abusivo, manesco e alcolizzato. La breve parentesi di pace, venuta dopo il ritiro della patente e l’obbligo di disintossicazione per poter rimanere fuori dal carcere, non è risolto dalla mancanza di alcool, ma dall’autoimposizione di regole di sopravvivenza per Margaret. Non parlare a nessun uomo. Continuamente aggiornare sulla propria posizione e attività. Uscire di casa il meno possibile. Non disturbare Hal mentre lavora. La lista è lunga, lasciata incompleta.
Il quadro è quello di una famiglia spezzata dall’abuso di un uomo violento, costante, che ha formato e distorto non solo la relazione che intercorre tra i personaggi, ma anche il loro carattere. Margaret è ormai una canna di bambù, pronta a piegarsi al primo refolo di vento per sfuggire al peggio della tempesta. Katherine ha problemi di gestione della rabbia, esplode, resta cieca vedendo rosso.
Una casa violenta: esiste un lieto fine?
La violenza del passato familiare di Margaret si intreccia con la violenza che si è consumata, nel corso dei secoli, nella casa infestata. Le due case si sovrappongono, le violenze camere ad eco l’una dell’altra. Il ciclo può essere interrotto però. Anzi, deve. Perché la soglia di sopportazione, per quanto elevata, finisce sempre per essere superata. Margaret ne uscirà. Viva, o come parte dei fantasmi della casa. Ma è pronta ad uscirne, ed è forse la terza scelta che fa per sé stessa in anni. La prima, quella di comprare quella casa. La seconda, quella di restarci.
SPOILER: considerazioni finali
Gli ultimi due capitoli sono il punto del plot twist. 50 pagine. Le altre, precedenti, 280, costruiscono un quadro di fragilità fisica e mentale, che ci fanno credere che sia Margaret ad aver perso la ragione, la terra sotto i piedi, la calma che la caratterizza. E devo dire che mi sarebbe dispiaciuto. Dipingere una donna che ha subito tanto come colei che cede mentalmente, al punto da parlare con fantasmi e vedere sangue sopra i muri, sarebbe stato una violenza ripetuta oltre a quelle già subite dal personaggio. Ma l’autrice ci fa ricredere. La casa è davvero infestata. E Margaret, alla fine è davvero una donna libera.
Certo non si può dire che sia un libro originale. Le pagine sono infestate da Shirley Jackson, la casa una villa gotica che si erge su fondamenta secolari di letteratura gotica. Il grottesco e la follia insinuata richiamano McGrath. Eppure, resta una lettura avvincente, con i punti di tensione ben distribuiti, l’orrore nascosto dietro l’angolo. Un finale a cui manca l’apparire di un arcobaleno e una pentola piena di oro sorvegliata da un leprecauno. Perfetta per una lettura autunnale e una tazza di tè.