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Swordcrossed. Bugie a doppio taglio di Freya Marske

Swordcrossed. Bugie a doppio taglio di Freya Marske

Se ami i romance queer con matrimonio combinato, duelli e tensione slow burn, il romanzo di Freya Marske edito da Ne/oN, Swordcrossed. Bugie a doppio taglio, potrebbe attirare subito la tua attenzione. Intrighi commerciali, addestramenti con la spada e una relazione MM intensa sono gli ingredienti principali di questo romanzo. Ma sarà davvero all’altezza delle aspettative?

Io l’ho letto con grande curiosità, ma la mia esperienza è stata più tiepida del previsto.

Trama di Swordcrossed. Bugie a doppio taglio

In Swordcrossed seguiamo la storia di Mattinesh Jay, detto Matti, giovane erede di una potente famiglia di mercanti di tessuti. La sua casata, un tempo rispettata e prospera, sta attraversando una fase delicata: investimenti sbagliati, alleanze incrinate e rivali pronti ad approfittare di ogni debolezza stanno mettendo a rischio reputazione e stabilità economica.

Per evitare il tracollo definitivo, Matti è costretto ad accettare un matrimonio combinato con una famiglia influente. L’unione dovrebbe consolidare accordi commerciali e mettere a tacere le malelingue, ma l’operazione è tutt’altro che semplice. In un sistema sociale in cui l’onore è una valuta tanto importante quanto il denaro, qualsiasi insinuazione può trasformarsi in una sfida formale a duello.

Consapevole di non essere un combattente e di poter diventare un bersaglio facile, Matti assume Luca Piere, uno spadaccino esperto e da poco arrivato in città, con il compito di proteggerne il matrimonio ma anche di addestrarlo ai rudimenti della spada. Luca entra così nella sua vita non solo come uomo di fiducia, ma come presenza costante.

Mentre il matrimonio si avvicina e le tensioni tra famiglie rivali aumentano, emergono sospetti di sabotaggi e manovre nascoste. Qualcuno sembra determinato a far fallire l’unione e a distruggere definitivamente la reputazione dei Jay. Nel frattempo, la relazione tra Matti e Luca si trasforma. Quella che inizia come una collaborazione professionale, fatta di regole e distanza, evolve lentamente in un legame più profondo. Tra allenamenti ravvicinati, confessioni inaspettate e momenti di vulnerabilità condivisa, i confini si fanno sempre più sottili.

Matti si trova così stretto tra due fronti: da una parte il dovere verso la famiglia e l’obbligo di un matrimonio strategico, dall’altra un sentimento nascente che mette in discussione tutto ciò per cui sta lottando.

Tra intrighi commerciali, codici d’onore e desiderio proibito, Swordcrossed costruisce una storia in cui la lama più affilata non è solo quella della spada, ma quella delle scelte.

Uno dei maggiori punti deboli: un inizio davvero faticoso

Devo essere sincera: l’inizio è stato difficile.

Le prime pagine sono caratterizzate da ripetizioni insistenti del nome del protagonista. Una scelta stilistica che, almeno per me, ha reso la lettura poco fluida e a tratti irritante. Invece di accompagnare il lettore nel mondo narrativo con naturalezza, l’apertura risulta pesante e poco scorrevole.

E quando un libro parte in salita, recuperare terreno diventa complicato. Non si tratta solo di gusto personale: la ripetitività spezza il ritmo e crea una distanza tra lettore e storia proprio nel momento in cui dovrebbe nascere il coinvolgimento.

Il vero problema di Swordcrossed: un ritmo eccessivamente lento

Il limite principale del romanzo è il ritmo.

Per gran parte della storia succede davvero poco. La narrazione si concentra quasi esclusivamente sugli scambi tra Luca e Matti: dialoghi, schermaglie verbali, allenamenti, tensione trattenuta. Se da un lato questo permette di approfondire la relazione, dall’altro rallenta drasticamente la progressione della trama. Gli intrighi economici e familiari, che dovrebbero costituire l’ossatura narrativa, rimangono a lungo sullo sfondo. Si percepisce che qualcosa si stia muovendo, ma manca una reale urgenza. Il conflitto resta potenziale, mai pienamente esploso.

Per chi ama le storie fortemente character-driven, questo potrebbe non essere un difetto. Io, però, ho sentito la mancanza di eventi concreti, di svolte, di tensione narrativa sostenuta e mi sono annoiata.

Intrighi e conflitto: troppo poco, troppo tardi

Verso il finale il romanzo si riprende leggermente: gli intrighi diventano più chiari, le dinamiche di potere emergono con maggiore forza e finalmente la posta in gioco si alza. È nella parte conclusiva che si intravede il potenziale della storia: conflitti più incisivi, scelte più rischiose, conseguenze più tangibili.

Il problema è che questa accelerazione arriva tardi. Dopo molte pagine di stasi, il recupero finale non riesce a compensare la lentezza precedente. La sensazione complessiva resta quella di una storia che avrebbe potuto osare di più.

I personaggi: tra vulnerabilità e potenziale inespresso

Matti è un protagonista fragile, oppresso dalle aspettative familiari e dalla paura di fallire. È costruito per suscitare empatia, ma le sue insicurezze vengono ribadite così spesso da diventare ridondanti. Questo contribuisce ulteriormente alla lentezza generale.

Luca, al contrario, è il personaggio che ho trovato più interessante. Più concreto, più ancorato all’azione, con un’aura di controllo che bilancia bene la vulnerabilità di Matti. Ogni volta che la scena si focalizza su di lui, la narrazione acquista maggiore solidità. Avrei apprezzato un approfondimento più marcato del suo passato e delle sue motivazioni. Il potenziale c’era, ma non viene pienamente sfruttato.

Anche i personaggi secondari restano piuttosto sullo sfondo. Funzionali alla trama, sì, ma raramente davvero incisivi. Anche il twist finale con la sorella di Matti, Maya, è inaspettato perché mai approfondito nel corso della narrazione.

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Romanticismo: l’aspetto che funziona meglio

Se c’è un elemento che funziona davvero, tuttavia, è la componente romantica. La relazione tra Luca e Matti è costruita con gradualità. La tensione cresce lentamente, attraverso dialoghi, sguardi, momenti di vicinanza fisica durante gli allenamenti. Lo slow burn è coerente e credibile. Anche le scene esplicite sono ben scritte: intense ma non gratuite, integrate nel percorso emotivo dei personaggi e contribuiscono a rafforzare la chimica tra i protagonisti.

Per chi legge principalmente per la relazione e per l’intimità emotiva e fisica, questo è senza dubbio il punto di forza del romanzo.

Stile e worldbuilding: le mie considerazioni finali

Lo stile di Freya Marske è curato e coerente con il tono della storia, ma tende a dilungarsi. Le descrizioni e le riflessioni interiori sono spesso estese, contribuendo alla sensazione di lentezza. Il worldbuilding è solido: le dinamiche commerciali, le alleanze familiari, le regole sociali sono ben pensate. Tuttavia, vengono spesso raccontate più che mostrate. Avrei preferito vederle esplodere in conflitti concreti anziché restare come sfondo teorico. Il mondo creato è interessante, ma manca quell’energia narrativa capace di renderlo davvero memorabile.

Non è un brutto libro in senso assoluto. È semplicemente un romanzo che punta quasi tutto sulla relazione tra i protagonisti, sacrificando in parte la tensione narrativa e l’azione. Forse mi aspettavo altro; per me, purtroppo, è stata una lettura che non mi ha convinta davvero.

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