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Monstrilio, il lutto che si fa carne

Monstrilio, il lutto che si fa carne

Con il suo romanzo d’esordio, Monstrilio, pubblicato in Italia all’inizio di Ottobre da La Bottega dell’Invisibile, Gerardo Sámano Córdova compie un gesto letterario raro: raccontare il dolore senza consolarlo.
Il risultato è un romanzo che unisce il realismo del lutto all’orrore viscerale, un viaggio nel corpo e nell’anima di una madre che non riesce ad accettare la perdita del figlio, e che per questo genera qualcosa di mostruosamente vivo.

Un figlio che ritorna

L’inizio di Monstrilio è puro trauma. Santiago, un bambino di undici anni, muore dopo una lunga malattia. La madre, Magos, si rifiuta di lasciarlo andare. In un gesto di disperazione che sfida la ragione, conserva un frammento del suo polmone e decide di nutrirlo, accudirlo, amarlo come se potesse ancora crescere.
E in un certo senso, quel pezzo di carne cresce davvero.
Nasce così Monstrilio, una creatura informe, istintiva, famelica, che col tempo assume sembianze sempre più umane, ma mai abbastanza da esserlo del tutto.

L'Enfant malade (La madre e il figlio malato), Eugène Carrière.

La premessa sembra uscita da una favola oscura o da un esperimento di laboratorio, ma Córdova riesce a rendere la presenza del mostro qualcosa che non suscita semplice orrore, bensì la forma più concreta del dolore. Ogni atto fisico, dal nutrire, all’accarezzare, passando al continuo nascondere, diventa un rituale per trattenere l’amore, per dare forma a ciò che non dovrebbe più averla.

Anche se Monstrilio appartiene alla letteratura del fantastico, la sua struttura è quella di un romanzo familiare. Ci sono case da svuotare, silenzi da riempire, oggetti quotidiani che pesano come reliquie.
Il mostro vive tra le mura domestiche, non in un castello gotico. E proprio per questo è più vicino. Monstrilio è un racconto di spettri dove i fantasmi sono coloro che restano in vita e il soprannaturale è solo l’altra faccia del quotidiano. Ogni personaggio affronta il lutto in modo diverso: chi finge che nulla sia accaduto, chi lo trasforma in fede, chi in colpa. Nessuno, però, ne esce illeso. Perché il dolore, nel mondo di Córdova, è una forza che cambia forma, come la carne del suo protagonista, e continua a vivere sotto nuove sembianze.

Nightmare by Abildgaard

Quando la magia diventa maledizione

“Credevo che quel fiore fosse mio figlio reincarnato. Nel lutto si credono le cose più stupide. Parlavo al fiore e lo chiamavo figlio mio. E poi ho riso, perché quanto sarebbe stato ridicolo—quanto crudele, in realtà—se mio figlio si fosse reincarnato in qualcosa di così effimero, fragile e bello. Ho ucciso quel fiore con un colpo della mano. Morto di nuovo, mio figlio sarebbe potuto diventare qualcos’altro: il guscio di una tartaruga, forte e antico, o un’orribile creatura zannuta nel profondo del mare dove avrebbe visto meraviglie che nemmeno lui avrebbe mai potuto immaginare.”

Monstrilio, Gerardo Sámano Córdova

Uno dei nuclei più potenti del romanzo è il body horror inteso come linguaggio emotivo. Il corpo di Monstrilio che muta, cresce e si deforma, riflette le ferite di chi lo circonda. Córdova traduce il lutto nella materia biologica; il dolore diventa parte del corpo, il desiderio si incarna, la memoria pulsa come un organo trapiantato che il corpo non sa se accettare o rigettare. Ogni metamorfosi di Monstrilio corrisponde a una trasformazione affettiva dei personaggi. Quando la madre lo accoglie, il corpo è fragile, quasi tenero. Quando il padre lo rifiuta, il corpo si fa bestia. Quando l’amore di un altro personaggio tenta di salvarlo, il corpo cerca di tornare umano, ma mai del tutto.

Il grottesco di Córdova rappresenta la natura ambigua del dolore, che può generare tenerezza e repulsione nello stesso momento. È un linguaggio poetico. Il mostruoso è trattato con una delicatezza quasi pittorica, la carne che cresce ha odori, colori, consistenze che richiamano la vita più che la morte. Córdova scrive con una prosa densa, sensuale e febbrile, che mescola l’asprezza dell’horror con l’introspezione emotiva. Córdova riesce a far sentire la fisicità dell’assenza, come se il lutto stesso potesse essere toccato.

'Mater Dolorosa', (detail), Workshop of Dieric Bouts

Amore, ossessione, metamorfosi

Alla base di Monstrilio c’è una domanda antica: quanto siamo disposti a sacrificare pur di non accettare la morte dei nostri cari?
La madre, Magos, è una donna travolta dal lutto, che si muove in una zona grigia dove l’amore si confonde con l’ossessione. In lei convivono la tenerezza e la follia, la maternità e la colpa. Córdova mostra con precisione quasi crudele la trasformazione del dolore in dipendenza.

Ciò che nasce come gesto d’amore si trasforma in catena.Magos non libera il figlio; lo trattiene, lo ancora alla terra, ne fa una creatura incapace di appartenere al mondo. Eppure, nella sua mostruosità, questo gesto rimane comprensibile. Perché chiunque abbia amato qualcuno fino a perderlo riconosce la tentazione di tenerlo ancora con sé, almeno in un sogno, in un oggetto, in un brandello di carne o di ricordo. Il romanzo scava così nel terreno più oscuro dell’affetto, là dove l’amore diventa negazione della realtà. Córdova sembra suggerire che tutti, dopo un lutto, diventiamo un po’ così, mostri affettivi, ibridi di dolore e desiderio, incapaci di distinguere ciò che vive da ciò che resta. In questa ambiguità risiede la potenza del romanzo. Non ci sono mostri “esterni”, ma solo deformazioni interiori che si fanno carne.

La creatura che siamo

Monstrilio non è soltanto una storia di mostri, è un romanzo sul diritto di non guarire, sulla legittimità del dolore. Ci insegna che la perdita non si supera, si attraversa. E, nel farlo, ci trasforma.
Córdova non offre redenzione, ma comprensione, ci invita a riconoscere il mostro che cresce in noi ogni volta che amiamo troppo per accettare la fine.

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