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La Canzone dei Nomi o di quando il mondo perse le parole

La Canzone dei Nomi o di quando il mondo perse le parole

La Canzone dei Nomi è uno di quei libri che, a spiegarli, si fa loro un torto. Non tanto perché non sia possibile estrarre una trama coerente e lineare dal tutto, quanto perché sta in quel tutto opaco e carico di significato il vero piacere (o la vera frustrazione) della lettura. Suona generico, forse inutilmente elusivo, ma il secondo romanzo di Jedediah Berry dovrebbe essere affrontato così, con il coraggio di avventurarsi nelle zone d’ombra della lingua e con l’onestà di accettare che non tutto deve essere chiarito.

In principio era il Silenzio

Quando qualcosa cadde dal qualcos’albero, il Silenzio calò sul mondo. I bordi delle cose si fecero più scivolosi e i confini presero a sbiadire, fuori e dentro la mente. Una tabula rasa, ecco cos’era rimasto. Ma al Silenzio e al vuoto uno sparuto gruppo di sopravvissuti che ancora conservava la capacità di nominare si impegnò a strappare prima una parola, poi un’altra e un’altra ancora. Come fece Mano, il primo fra i nominatori, che, toccando il fuoco, nominò se stessə e la cosa che bruciava. Da questo evento non meglio specificato, insieme genesico e apocalittico, viene la premessa e il principio ordinante della società in cui si muove l’aralda, la protagonista, e noi con lei.

«Quante volte, ogni giorno, non riusciamo a scorgere le cose innominate che abbiamo proprio davanti agli occhi? O peggio», si diede un colpetto con l’indice sulla testa, «quelle in agguato dentro di noi. Però voi, in qualche modo, le vedete. Le rintracciate, vi impadronite di loro, le incatenate con le parole».

 

La Canzone dei Nomi, Jedediah Berry

Il comitato dei nomi, attraverso divinatori, paggi e araldi, riporta – restituisce? Impone? – le parole al mondo e a chi lo abita, mentre il comitato delle mappe ne traccia i confini sulle cartine geografiche. I cacciatori del comitato dei sogni pattugliano la linea che separa sonno e veglia affinché nessun mostro, generato dalla ragione dormiente, riesca a oltrepassarla; i rastrellatori, invece, perlustrano le terre nominate alla ricerca di fantasmi da impiegare per le mansioni più diverse, persino quella di carburante per le macchine da guerra dell’esercito. È un sistema studiato al millimetro dai dicitori – coloro che, parlando, legiferano – che serve un unico scopo: non lasciare più nulla ai senza nome.

Ma senza nome è anche l’aralda, in perpetuo movimento come il treno à la Snow Piercer su cui viaggia, il Numero Dodici. Sospettata di essere parte dell’imminente guerra contro i nominati, verrà costretta a fuggire da quelle carrozze che erano diventate casa e ad abbandonare ciò che è conosciuto e familiare per addentrarsi in ciò che non lo è ma potrebbe esserlo, in un modo nuovo. È un viaggio scomodo e periglioso, il suo, costellato da personaggi enigmatici e carnevaleschi che la porteranno a scavare nel suo passato e tra gli intrighi ai vertici dei nominati. Io, fossi in voi, l’accompagnerei.

Nominare è conoscere, definire è controllare

Con La Canzone dei Nomi Jedediah Berry si inserisce in quel filone del fantastico che ingloba la linguistica al suo interno e non solo ne esplora le tematiche, ma le fa agire dai personaggi. Proprio come accade in Vita Nostra dei coniugi Djačenko, altro libro della collana Lainya, con cui condivide una certa qualità obliqua, o in Babel di R. F. Kuang, che batte più sul colonialismo linguistico. Nello specifico, La Canzone dei Nomi riflette sul potere ambivalente della parola, che nominando mostra e rivela ma che allo stesso tempo costringe, fissa in maniera indelebile. 

«Non consideravamo le ombre, qualcosa di separato dalle cose che le producevano», spiegò. «Quasi non ci accorgevamo neanche della loro presenza i senza nome si nascondono ancora tra le ombre, ma era peggio quando le ombre non erano ombre, solo luoghi dove la luce non arrivava e nessuno sapeva cercarle».

 

La Canzone dei Nomi, Jedediah Berry

Nonostante sia stato esiliato sul Numero Dodici in virtù di un’antica legge, il comitato dei nomi è fondamentale per l’assetto sociale vigente: illuminare un pezzo di realtà per renderlo conoscibile, pensabile. Così facendo, lo definisce, gli attribuisce un contorno, erge una difesa in più contro ciò che nominato non è e che, per questa ragione, sfugge alla categorizzazione. Per questo motivo, esistono parole come sonno, parola confine che rappresenta “una linea tracciata attraverso il cuore del mondo”. Per questo motivo, i senza nome respingono e ostacolano i nominati e ricorrono a maschere, fisiche e simboliche, impedendo alla descrizione di attecchire. 

Le parole però sono ciò di cui si compone questa storia, che Berry scrive ben attento a rispettare le condizioni che lui stesso ha posto al suo mondo, e le storie in essa contenute, sopravvissute all’apocalisse. Le parole possono farsi arte e preservare la verità. Allora, come sempre, il problema sta in chi le usa: c’è chi le impiega come strumento per liberarsi e autodeterminarsi e chi ne sfrutta il potere per manipolare e nascondere mentre ne sostiene la neutralità. 

«Stavo pensando alle lezioni che ti davo quando eravamo bambine», rispose tessera. «Alcune cose che ti ho insegnato te le ho insegnate male. All’epoca pensavo che le parti nominate del mondo fossero solo in attesa di essere mappate e nominate».

«E non è così?».

«Niente dall’altra parte del confine aspetta fermo in un unico luogo. Nemmeno la forma della terra è una certezza. Solo dopo essere stata nominata, una cosa resta dov’è non stiamo riscoprendo il mondo com’era prima del silenzio ne stiamo creando uno nuovo mentre lo nominiamo, scegliendone la forma man mano che andiamo avanti».

 

La Canzone dei Nomi, Jedediah Berry

L’aralda, il Quadrato Nero e la loro resistenza queer

Da una parte, i nominati, dall’altra i senza nome; nel mezzo ci sono loro, l’aralda e il Quadrato Nero, che sono l’una e l’altra cosa. Un araldo non si limita a trasportare e consegnare parole, ma per cominciare le visualizza, le afferra con la mente, si trasforma in esse se il caso lo richiede. In quanto senza nome tra i nominati, la protagonista è nata per ricoprire questo ruolo, che, ricordiamolo, non è lei. Come un ruolo è quello della Cavaliera quando trova asilo sul treno della Compagnia del Quadrato Nero.

Come l’omonima icona pagana dipinta da Kazimir Malevič, il Quadrato Nero apre una finestra su una realtà altra, un modo di esistere che nulla ha a che vedere con quello dei nominati, prospettandone al contempo la fine. I membri del Quadrato non portano i nomi di oggetti – Libro, Chiave, Tessera – ma si nominano a partire da un mazzo di carte da gioco francesi – il Giardiniere di Pietre (il re di quadri), il Sei di Alberi (sei di fiori), la Due di Vanghe (due di picche). È ciò che consente agli attori la fluidità necessaria a scivolare in ruoli e storie diversi e a tutti gli altri di esistere senza per questo rinnegare ciò che si è.

«Il Quadrato Nero è la porta rotta lungo il confine. Lungo tutti i confini.»

 

La Canzone dei Nomi, Jedediah Berry

Trovo che La Canzone dei Nomi sia un fantasy queer per una ragione che va oltre la natura genderless dei mitici fondatori, Mano e Luna, o la bisessualità dell’aralda. Sin dal suo primo utilizzo nel XVI secolo, queer è tutto ciò che diverge, perturba, si sottrae e contorce – proprio come l’aralda senza nome e la Compagnia del Quadrato Nero. Se i senza nome rifiutano in toto l’ordinamento del mondo nominato, il Quadrato Nero lo sovverte in un atto carnevalesco in cui tutto può essere il contrario di tutto, e per questo è stato bandito dall’esibirsi nelle grandi città dei nominati. Quando pesca la carta del Cavaliere (il jolly), l’aralda si trasforma nel trickster che mette a nudo gli instabili pilastri su cui si regge l’ordine precostituito e che guida il caos rinnovatore che li raderà al suolo.

Quadrato nero su fondo bianco, Kazimir Malevič

Per chiudere, un piccolo caveat

La Canzone dei Nomi è una lunga riflessione sul duplice valore di nominare, nominarsi ed essere nominati e di certo non è un romanzo per tuttə ə lettorə. Richiede pazienza e attenzione. Pazienza, perché ci vuole tempo affinché l’universo creato da Berry e il suo funzionamento interno si dispieghino a dovere; attenzione, perché è fitto fitto di significati e alcuni si possono perdere per strada se si è tentatə di imporre alla narrazione una concretezza che non le appartiene. 

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